Le fotografie perdute e ritrovate di John Ruskin

Ruskin

La Ca’ D’oro ripresa durante i lavori di restauro della facciata, nel 1845.

Una cassetta di dagherrotipi, scambiati per banali “vecchie fotografie” giace da oltre mezzo secolo in una casa della campagna inglese. Viene posta in vendita in un’asta di provincia, con una valutazione complessiva di ottanta sterline. All’asta però sono presenti due importanti collezionisti che considerando, ciascuno per proprio conto, una serie di indizi, maturano un sospetto: le fotografie non sono altro che la collezione di John Ruskin, messa assieme attorno al 1850 nel corso dei suoi viaggi e soprattutto dei suoi soggiorni a Venezia. La lotta al rialzo fra i contendenti è acerrima e si conclude con la vittoria di Ken e Jenny Jacobson, che si assicurano il tesoro per la cifra inimmaginabile di 75.000 sterline.
Dopo alcuni anni di analisi e studi, la provenienza ruskiniana dei materiali sembra definitivamente confermata e il tesoro è stato pubblicato.

In questo articolo la storia è raccontata con maggiori dettagli e sono presentate altre emozionanti immagini.

Chi volesse investire un po’ di euro in un libro che sembra strepitosamente bello può invece dare un’occhiata a questa pagina.

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I monsoni sulla laguna

Ovvero sintetica fotocronaca dei prodromi del diluvio universale che ha colpito ieri pomeriggio la laguna di Venezia, neanche fosse il Bengala. Dopo un pomeriggio di torrida calura passato a boccheggiare in spiaggia, intraprendo una piacevole camminata sul lungolaguna e mi accorgo che il cielo sta manifestando scenografiche ma un po’ preoccupanti intenzioni. La situazione evolve molto rapidamente, come rappresentato in queste tre fotografie:

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Sorte benigna ha voluto che allo scoppio del primo fulmine mi trovassi in corrispondenza di una fermata del bus, all’arrivo del bus medesimo. Durante il tragitto, nel corso del quale abbiamo raccolto svariati gruppi di profughi in fuga dalle spiagge, la furia degli elementi si è scatenata e a chi di noi osava ritenersi ormai al sicuro ha dato risposta il valoroso autista del bus medesimo, che arrivato a S. Maria Elisabetta è transitato fieramente davanti a tutte le fermate non sue poste a ridosso della grande tettoia del terminal, ha ripreso la rotonda e ci ha scaricato dalla parte opposta, ovviamente priva di qualunque riparo. Io sono riuscito a correre e mi sono lavato comunque. Immagino che le numerose persone di età ancora maggiore della mia abbiano dovuto, in una frazione di secondo, decidere se optare per la rana o lo stile libero. Grazie, anonimo autista.

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E la nave va

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Sarà che quando tutto sembra andare a catafascio ci si aggrappa a qualunque barlume di speranza, sarà che l’esasperazione non può che accelerare il fisiologico rincoglionimento dovuto agli anni, ma insomma, mi tocca ammettere che per una frazione di secondo avevo avuto la tentazione di leggere l’obiettivo contenimento delle presenze turistiche in città dello scorso inverno – carnevale compreso – come un tenue segnale se non di inversione almeno di correzione della rotta.
Invece no, tranquilli. Son tornate le navone, son tornate le truppe biennaliche e son tornati i buzzurri, tanti, che non vedono differenza fra questa Venezia e quella dell’Italia in miniatura. Parco di divertimento, territorio da assoggettare con una pisciatina a una presa di possesso maldestra e incurante di storia, atmosfera, bellezza.
Per questioni di orari e di organizzazione della giornata non mi capita quasi mai di attraversare in pieno giorno zone come San Marco o Rialto. Quando succede, però, il termometro della depressione va a mille: resta sempre difficilissimo digerire lo spettacolo di questo degrado bilaterale della domanda e dell’offerta. Locali indecenti e negozi di paccottiglia vengono presi d’assalto da mandrie di alieni senza la minima cognizione del luogo in cui si trovano, ipnotizzati da tonnellate di disarmanti ciofeche fintoveneziane. Ha senso in un contesto del genere farsi toccare dall’idea della necessità di portare rispetto a questa città? Probabilmente no, ed ecco quindi gli stravaccati, gli sdraiati, quelli che buttano dove capita bottiglie e bicchieri, che entrano in chiesa col gelato, che camminano in calle mangiando un piatto di lasagne (vista ieri) oppure, ultimo grido del facciamo-come-se-fossimo-a-casa-nostra, che si siedono per terra in mezzo alla strada in gruppi di dieci-dodici, a mangiar pizze direttamente dai cartoni.
Prima o poi arriverà anche il gran caldo e si ripeteranno sicuramente le scenette degli anni scorsi, con imbecilli in versione adamitica a farsi bagni rinfrescanti in canale, magari anche con la saponetta. Tanto, vigili in giro non ce ne sono e multe è difficile che ne arrivino. Si beccassero almeno la toxoplasmosi, la loro alzata d’ingegno se la ricorderebbero per un bel po’ .

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L’archistar dei supermercati

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Dopo aver concesso il proprio talento per trasformare il fontego dei Tedeschi nella cosa di cui meno Venezia ha oggi bisogno, ovvero un grande magazzino per shopperisti di lusso, l’archistar Rem Koolhaas passa a Berlino e per restare in tema si applica alla ristrutturazione del KaDeWe. E cosa propone? Oh miracolo di arditezza e di ingegno, un tripudio di scale mobili e un tetto di vetro con vista mozzafiato. Come qua. Minestra riscaldata implicherà forse una riduzione sulla parcella? Chissà.

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Capolavori dell’architettura contemporanea a Venezia

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Bello, eh? Rifulge in tutto lo splendore del suo mimetico color ruggine la nuova scala di sicurezza della Scuola della Misericordia, concepita da qualcuno che si può ben dire degno successore di quello Jacopo Sansovino che nel Cinquecento eresse la grande fabbrica inaugurata nel 1583. E attualmente data in gestione a una società che fa capo a Luigi Brugnaro (casualmente, sindaco di Venezia) che in pompa magna e squilli di tromba l’ha inaugurata tre giorni prima del ballottaggio e poi prontamente richiusa.
Però si è fatta la scala: una struttura leggera, minimamente invasiva, che dialoga piacevolmente con il campo de l’Abazia che la fronteggia, uno dei posti più malinconici e più belli di Venezia

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Certo, i dietrologi possono trovare bizzarro che in una città dove la Sovrintendenza ha voce in capitolo persino sugli infissi delle case che affacciano sulla barena di Campalto si riesca a fare una cosa del genere in pieno centro storico. Malpensanti. Trovo così ardita l’idea di forare la parete della scuola per dare accesso alla scala, così hard avrebbe detto Franca Valeri in veste di signorina snob

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Chissà se ci saranno stati degli affreschi di là dal buco. Magari anche no, ma chi lo sa: nessuno di noi mortali per il momento ha avuto accesso al sacro tempio delle feste brugnariche.
Insomma, a Venezia l’architettura moderna ha sempre avuto vita difficile. Chi non ricorda i fallimenti di Le Corbusier, di Wright, di Kahn? Ma adesso una new age è iniziata anche per il mattone: a piazzale Roma c’è il cubetto, a Cannaregio abbiamo il catafalco arrugginito. Ci vorrebbe qualcosa a Dorsoduro, speriamo di non dovere aspettare troppo.

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Arrivano?

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Che sia questo il primo inquietante segnale della fine della nostra pace? Cortissimo quest’anno, il carnevale si avvicina minaccioso. Spero di non dover annegare nelle frittole la mia prevedibile nevrosi.

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La lunga vita dei Tintoretto

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La Venezia del Cinque e Seicento non si trovava molto distante dall’inferno. A vederla dal nostro punto di vista, che inevitabilmente mette in primo piano da una parte gli splendori di Palladio e Tiziano, Jacopo Sansovino e Paolo Veronese, Claudio Monteverdi e Giovanni Gabrieli, e dall’altra il monumentale organismo urbano ritratto da Jacopo de’ Barbari nella sua pianta prospettica datata 1500 tondo tondo, facciamo fatica a immaginare cosa potesse essere la vita per quanti, ricchi e poveri, nobili o miserabili, popolavano questo immane formicaio in cui l’essere ammazzati per strada era cosa di ogni giorno, così come l’essere sbattuti in galera e torturati, l’assistere a esecuzioni pubbliche di inimmaginabile crudeltà, il prostituirsi o il vivere in condizioni estreme di miseria umana ed economica. Queste migliaia di persone di ogni ambito e ceto sociale hanno lasciato, nel corso della propria vita, una quantità impressionante di tracce documentarie che ancora oggi, a più di quattro secoli di distanza, popolano l’imponente patrimonio archivistico conservato in città. Una materia prima non certo facile da utilizzare, sia perché quello del ricercatore è un mestiere che richiede conoscenze, capacità e tecniche particolari, tanto maggiori quanto più ci si allontana nel tempo con la propria indagine, sia perché dominare e tenere le fila di un numero enorme di informazioni “puntiformi”, che è necessario comprendere, contestualizzare, collegare fra loro per ricostruire un’immagine il più possibile compiuta, è lavoro difficilissimo e, credo, sfibrante.
Il libro di Melania Mazzucco si propone come una biografia di Jacopo Tintoretto e della sua famiglia ma basta vederne la mole un po’ impressionante (1021 pagine, 1,8 kg) per capire che contiene molto di più. Nasce da una vastissima ricerca storica e archivistica durata un decennio e non solo ricostruisce con un dettaglio forse difficilmente immaginabile prima la vicenda biografica di tre generazioni della famiglia Robusti (per quanto il cognome possa valere in un’epoca in cui esso non ha ancora assunto né stabilità né peso legale e amministrativo) ma riesce a collocarla in un contesto urbano, culturale, economico, di relazioni umane, politiche e professionali incredibilmente articolato, da cui esce un’immagine a tutto tondo della città nel secolo che va più o meno da metà Cinquecento a metà Seicento.
Chi sia Tintoretto lo sanno tutti: meno era noto come, al di là di una biografia che conteneva molti buchi, la sua immagine presso di noi fosse stata delineata non tanto dalla verità storica quanto dal mito che attorno a lui e alla figura della figlia-pittrice Marietta si era sviluppato soprattutto nell’Ottocento. Detective di implacabile pazienza, la Mazzucco risale alle origini bresciane della famiglia e riporta alla luce il vero Jacomo e la vera Marietta, figlia illegittima di una madre rimasta misteriosa, pittrice senza opere certe ma anche cortigiana, poi moglie per forza di un orafo e madre a sua volta di Orsola, di cui viene ricostruita attraverso documenti giudiziari la misera vita come tenutaria di una pensione dalle parti di San Salvador e vittima di un marito violento e ubriacone. Con loro Faustina, la moglie di Jacopo e i figli ufficiali, nati all’interno del matrimonio: Domenico, l’unico noto per aver anche lui fatto il pittore, e poi Marco la pecora nera, Zuan Battista morto lontano da Venezia chissà quando e come, Ottavio morto bambino, e poi Gierolima e Lucrezia, costrette a farsi suore a Sant’Anna, e Ottavia e Laura, le due che il padre fece sposare. Allargandosi sempre di più, il racconto si porta dentro personaggi grandi e piccoli: l’orafo Marco Augusta e Sebastian Casser, giovane garzone di bottega con donna e figli che sposa l’attempata e vedova Ottavia, artigiani e parroci, soldati e commercianti, i vicini di casa e i contadini di uno sperduto villaggio svizzero ma anche Tiziano e Pietro Aretino, la cortigiana Veronica Franco e le meretrici Lucretia polacca, Loredana Malipiera e Marietta di Candia, e poi magistrati, patriarchi, ambasciatori e dogi. Le vicende si dipanano in decenni decisivi per la storia della Serenissima Repubblica, che vedono l’inizio del tramonto della Venezia regina dei mari e del commercio e il manifestarsi di quel lunghissimo crepuscolo che, prima di arrivare alla fine, dovrà conoscere un diverso tipo di splendore, quello altrettanto grande seppur meno terribile della Venezia del Settecento.
La Mazzucco tutto analizza e tutto cerca di capire e spiegare, dal funzionamento delle tintorie alla vita delle prostitute, dallo svolgimento dei processi alle reti infinite di relazioni e conoscenze fra personaggi grandi e piccoli. E’ straordinario come riesca non solo a gestire con lucidità impeccabile una ricostruzione storica con mille rivoli e centinaia di personaggi, ma anche come la sappia trasformare in un racconto privo del minimo sentore di aridità che inevitabilmente finisce quasi sempre per condizionare qualunque lavoro scientifico.
Libro nel libro, sono un capolavoro i capitoli dedicati al convento di Sant’Anna e alle sue vicende durante la lunga vita delle Tintorette suor Perina e suor Ottavia. Storie terribili emergono dai documenti, racconti di violenze sessuali, di traffici di prostituzione, di tentativi di fuga o ribellione puniti con arresti e torture. Esse gettano una luce ancora più sinistra su questi luoghi che avrebbero dovuto essere case di ritiro e preghiera ma erano in realtà carceri nelle quali figlie e figli sfortunati per non essere i prescelti da far sposare venivano rinchiusi per salvaguardare la conservazione dei patrimoni. Allora come oggi, le ragioni della “robba” dominano su tutto e tutti.

Melania G. Mazzucco, Jacomo Tintoretto e i suoi figli. Storia di una famiglia veneziana, Rizzoli 2009

JacopoDeBarbari

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