Niente di nuovo sul fronte occidentale

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La cricca delle figuranti

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I giornali le chiamano figuranti e si può vederle passando, a qualunque ora, per la Riva degli Schiavoni. Sono tizie che non fanno nulla se non stare in piedi su una cassetta della frutta, addobbate con improbabili vestiti “veneziani” che più fatti in casa di così non si può. Sono rumene e in questa città in cui chiunque può ormai fare qualunque cosa hanno trovato un bel modo per sbarcare il lunario: si fanno fotografare da turisti che se non glielo dicesse la guida non saprebbero distinguere Palazzo Ducale dalla cuccia del cane e poi chiedono cinque euro. Non glieli danno? Si materializza un amico, rumeno pure lui, che con argomenti estremamente convincenti chiede di pagare o di cancellare la foto. La maggior parte paga.
Non ci stupisce ormai più che l’amministrazione dica che non ci si può fare nulla, visto che altro non fa o non sa fare. Ci si chiede peraltro come sarà che a Parigi, a Londra o a Berlino, altre città nelle quali la presenza turistica non è di poco conto, non si trovano cugine di queste rumene che lavorano con gli stessi sistemi. Può essere, forse, che altrove il sistema per neutralizzare certe professioni e bonificare, almeno da questo punto di vista, il paesaggio urbano sia stato trovato.
Non ci dovrebbe nemmeno stupire, ma qui ancora faccio fatica, che in momenti come quello in cui sono passato stamattina ci fosse addirittura la fila dei gonzi in attesa di farsi fotografare. Qualcuno magari se ne verrà via convinto di portarsi a casa il ritratto digitale di una Morosini, o una Barbarigo. Cosa sono cinque euro per un tesoro del genere?
Io comunque la foto l’ho fatta da lontano, con lo zoom. Non avevo nessuna voglia né di sganciare l’obolo né tanto meno di sentirmi in faccia il fiato del fidanzato gorilla della signorina.

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Le fotografie perdute e ritrovate di John Ruskin

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La Ca’ D’oro ripresa durante i lavori di restauro della facciata, nel 1845.

Una cassetta di dagherrotipi, scambiati per banali “vecchie fotografie” giace da oltre mezzo secolo in una casa della campagna inglese. Viene posta in vendita in un’asta di provincia, con una valutazione complessiva di ottanta sterline. All’asta però sono presenti due importanti collezionisti che considerando, ciascuno per proprio conto, una serie di indizi, maturano un sospetto: le fotografie non sono altro che la collezione di John Ruskin, messa assieme attorno al 1850 nel corso dei suoi viaggi e soprattutto dei suoi soggiorni a Venezia. La lotta al rialzo fra i contendenti è acerrima e si conclude con la vittoria di Ken e Jenny Jacobson, che si assicurano il tesoro per la cifra inimmaginabile di 75.000 sterline.
Dopo alcuni anni di analisi e studi, la provenienza ruskiniana dei materiali sembra definitivamente confermata e il tesoro è stato pubblicato.

In questo articolo la storia è raccontata con maggiori dettagli e sono presentate altre emozionanti immagini.

Chi volesse investire un po’ di euro in un libro che sembra strepitosamente bello può invece dare un’occhiata a questa pagina.

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I monsoni sulla laguna

Ovvero sintetica fotocronaca dei prodromi del diluvio universale che ha colpito ieri pomeriggio la laguna di Venezia, neanche fosse il Bengala. Dopo un pomeriggio di torrida calura passato a boccheggiare in spiaggia, intraprendo una piacevole camminata sul lungolaguna e mi accorgo che il cielo sta manifestando scenografiche ma un po’ preoccupanti intenzioni. La situazione evolve molto rapidamente, come rappresentato in queste tre fotografie:

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Sorte benigna ha voluto che allo scoppio del primo fulmine mi trovassi in corrispondenza di una fermata del bus, all’arrivo del bus medesimo. Durante il tragitto, nel corso del quale abbiamo raccolto svariati gruppi di profughi in fuga dalle spiagge, la furia degli elementi si è scatenata e a chi di noi osava ritenersi ormai al sicuro ha dato risposta il valoroso autista del bus medesimo, che arrivato a S. Maria Elisabetta è transitato fieramente davanti a tutte le fermate non sue poste a ridosso della grande tettoia del terminal, ha ripreso la rotonda e ci ha scaricato dalla parte opposta, ovviamente priva di qualunque riparo. Io sono riuscito a correre e mi sono lavato comunque. Immagino che le numerose persone di età ancora maggiore della mia abbiano dovuto, in una frazione di secondo, decidere se optare per la rana o lo stile libero. Grazie, anonimo autista.

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E la nave va

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Sarà che quando tutto sembra andare a catafascio ci si aggrappa a qualunque barlume di speranza, sarà che l’esasperazione non può che accelerare il fisiologico rincoglionimento dovuto agli anni, ma insomma, mi tocca ammettere che per una frazione di secondo avevo avuto la tentazione di leggere l’obiettivo contenimento delle presenze turistiche in città dello scorso inverno – carnevale compreso – come un tenue segnale se non di inversione almeno di correzione della rotta.
Invece no, tranquilli. Son tornate le navone, son tornate le truppe biennaliche e son tornati i buzzurri, tanti, che non vedono differenza fra questa Venezia e quella dell’Italia in miniatura. Parco di divertimento, territorio da assoggettare con una pisciatina a una presa di possesso maldestra e incurante di storia, atmosfera, bellezza.
Per questioni di orari e di organizzazione della giornata non mi capita quasi mai di attraversare in pieno giorno zone come San Marco o Rialto. Quando succede, però, il termometro della depressione va a mille: resta sempre difficilissimo digerire lo spettacolo di questo degrado bilaterale della domanda e dell’offerta. Locali indecenti e negozi di paccottiglia vengono presi d’assalto da mandrie di alieni senza la minima cognizione del luogo in cui si trovano, ipnotizzati da tonnellate di disarmanti ciofeche fintoveneziane. Ha senso in un contesto del genere farsi toccare dall’idea della necessità di portare rispetto a questa città? Probabilmente no, ed ecco quindi gli stravaccati, gli sdraiati, quelli che buttano dove capita bottiglie e bicchieri, che entrano in chiesa col gelato, che camminano in calle mangiando un piatto di lasagne (vista ieri) oppure, ultimo grido del facciamo-come-se-fossimo-a-casa-nostra, che si siedono per terra in mezzo alla strada in gruppi di dieci-dodici, a mangiar pizze direttamente dai cartoni.
Prima o poi arriverà anche il gran caldo e si ripeteranno sicuramente le scenette degli anni scorsi, con imbecilli in versione adamitica a farsi bagni rinfrescanti in canale, magari anche con la saponetta. Tanto, vigili in giro non ce ne sono e multe è difficile che ne arrivino. Si beccassero almeno la toxoplasmosi, la loro alzata d’ingegno se la ricorderebbero per un bel po’ .

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L’archistar dei supermercati

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Dopo aver concesso il proprio talento per trasformare il fontego dei Tedeschi nella cosa di cui meno Venezia ha oggi bisogno, ovvero un grande magazzino per shopperisti di lusso, l’archistar Rem Koolhaas passa a Berlino e per restare in tema si applica alla ristrutturazione del KaDeWe. E cosa propone? Oh miracolo di arditezza e di ingegno, un tripudio di scale mobili e un tetto di vetro con vista mozzafiato. Come qua. Minestra riscaldata implicherà forse una riduzione sulla parcella? Chissà.

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Capolavori dell’architettura contemporanea a Venezia

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Bello, eh? Rifulge in tutto lo splendore del suo mimetico color ruggine la nuova scala di sicurezza della Scuola della Misericordia, concepita da qualcuno che si può ben dire degno successore di quello Jacopo Sansovino che nel Cinquecento eresse la grande fabbrica inaugurata nel 1583. E attualmente data in gestione a una società che fa capo a Luigi Brugnaro (casualmente, sindaco di Venezia) che in pompa magna e squilli di tromba l’ha inaugurata tre giorni prima del ballottaggio e poi prontamente richiusa.
Però si è fatta la scala: una struttura leggera, minimamente invasiva, che dialoga piacevolmente con il campo de l’Abazia che la fronteggia, uno dei posti più malinconici e più belli di Venezia

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Certo, i dietrologi possono trovare bizzarro che in una città dove la Sovrintendenza ha voce in capitolo persino sugli infissi delle case che affacciano sulla barena di Campalto si riesca a fare una cosa del genere in pieno centro storico. Malpensanti. Trovo così ardita l’idea di forare la parete della scuola per dare accesso alla scala, così hard avrebbe detto Franca Valeri in veste di signorina snob

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Chissà se ci saranno stati degli affreschi di là dal buco. Magari anche no, ma chi lo sa: nessuno di noi mortali per il momento ha avuto accesso al sacro tempio delle feste brugnariche.
Insomma, a Venezia l’architettura moderna ha sempre avuto vita difficile. Chi non ricorda i fallimenti di Le Corbusier, di Wright, di Kahn? Ma adesso una new age è iniziata anche per il mattone: a piazzale Roma c’è il cubetto, a Cannaregio abbiamo il catafalco arrugginito. Ci vorrebbe qualcosa a Dorsoduro, speriamo di non dovere aspettare troppo.

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