Tiepolo sotto le bombe

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C’è qualcosa di più inimmaginabile di Venezia bombardata? Eppure è successo, appena meno di un secolo fa quando le bombe incendiarie della prima guerra mondiale, seppure caramelle a paragone di quelle che le avrebbero sostituite pochi decenni dopo, fecero morti e danni e distrussero uno dei più grandi capolavori della pittura del diciottesimo secolo, il soffitto della chiesa degli Scalzi.
La chiesa di S. Maria di Nazareth, da tutti chiamata degli Scalzi per via dei Carmelitani che la eressero assieme all’attiguo convento, sorge ai piedi dell’omonimo ponte sul Canal Grande e a fianco della stazione ferroviaria, in una situazione urbanistica del tutto mutata rispetto a quella originaria. Nella foto qui sopra la vediamo com’è oggi, nel dipinto di Francesco Guardi qui sotto come si presentava fino circa alla metà dell’Ottocento, quando il ponte non esisteva, quella che oggi è Lista di Spagna era un canale e al posto della stazione sorgeva la chiesa di S. Lucia.

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Già compiuta alla fine del Seicento, la chiesa era stata progettata da Baldassare Longhena, la decorazione interna da Giuseppe Pozzo e la facciata-monumento da Giuseppe Sardi. Nella prima fase della loro attività, diciamo negli anni Trenta del Settecento, Giambattista Tiepolo e il quadraturista Gerolamo Mengozzi Colonna avevano decorato il soffitto di una cappella laterale, quella di S. Teresa, e un soffittino della minore cappella del Crocifisso. Nel 1743 Tiepolo aveva raggiunto il culmine della sua fama e Mengozzi Colonna era diventato il suo collaboratore fisso negli incarichi più spettacolari: l’offerta a questi due artisti di decorare con un affresco la volta principale della chiesa dimostra certamente la volontà dei Carmelitani di realizzare un’opera spettacolare e di grande risonanza. Cosa che avvenne, perché i due dipinsero una delle più fantastiche sacre rappresentazioni che mai si fossero viste a Venezia: Il trasporto della Santa Casa di Loreto, col nugolo di angeli che porta in volo la piccola casa sulla quale stanno seduti la Vergine e Gesù è inquadrato in una enorme apertura del soffitto, fastosissimo nel suo opulento apparato decorativo illusionisticamente dipinto.

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Era talmente enorme e complessa quest’opera che nessuna fotografia poteva inquadrarla completamente. L’unica testimonianza realmente affidabile è questa celeberrima ripresa di Anderson, che mostra purtroppo solo la parte centrale dell’enorme apparato dipinto e cancellando la pronunciata curvatura del soffitto (fatto rifare appositamente dai pittori) non ne evidenzia l’esasperata verticalità. Mostra invece le due lunghe crepe che passavano da parte a parte la superficie, che era nient’altro che una leggera struttura aggrappata a un incannucciato di canne. Quando la bomba austriaca, il 24 ottobre 1915, la colpì proprio in quel punto di massima fragilità, il crollo fu totale e il risultato agghiacciante.

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Si salvò il poco salvabile, quei pennacchi che ancora si vedono nella foto aggrappati al nulla e che raffigurano palchi nei quali figure oranti assistevano all’evento miracoloso che la bomba distrusse per sempre. Oggi questi lacerti, assieme a qualche altro frammento, sono esposti alle Gallerie dell’Accademia. Tutto il resto, uno dei maggiori capolavori della storia dell’arte italiana, è perduto e immagini come questa qui sotto, tratta da un libro del 1860 o giù di lì, non danno che una pallidissima rappresentazione dell’effetto impressionante che questo teatro sacro doveva esercitare sul fedele-spettatore che entrava in chiesa.
Oggi il soffitto reca un dipinto di Ettore Tito abbastanza trascurabile. Restano, nelle cappelle del Crocifisso e di S. Teresa, i due soffitti giovanili per i quali non esiste alcuna documentazione superstite e sulla cui cronologia ancora ci si accapiglia mentre di quello che andò distrutto possediamo persino le ricevute mensili dei pagamenti, un poco consistente risarcimento a fronte della perdita incommensurabile che quell’unica bomba nel 1915 ha causato.

Fontana

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