Minerva e il suo leone, dalle stelle alle stalle

Sabato scorso era la notte dei musei e le Gallerie dell’Accademia hanno presentato, in un insolito orario dopocena, le cinque nuove sale appena inaugurate al piano terra, preludio alla prossima apertura delle “Grandi Gallerie” che nasceranno dalla riunificazione degli antichi spazi da sempre adibiti a museo con quelli che fino a pochi anni fa erano occupati dall’Accademia di Belle Arti, ormai trasferita all’Ospedale degli Incurabili alle Zattere.
Nel corso di questa visita ho fatto una piccola scoperta, del tutto privata e personale visto che poi leggendo qua e là ho realizzato che si trattava di cosa ben nota e pubblicata. Ma si sa che a volte quel che tutti sanno nessuno lo sa, così forse non è inutile tornarci su ancora.
In un piccolo ambiente di passaggio, un grande schermo mostra in continuazione un video molto interessante (anche se fatto scorrere troppo velocemente) che con animazioni, elaborazioni cartografiche, sovrapposizioni di documenti antichi e rendering ricostruisce la storia dell’intera insula del convento della Carità dai tempi della pianta di Jacopo de’ Barbari (datata 1500) fino ad oggi. A un certo punto, una fotografia d’epoca mostra la facciata della Scuola Grande della Carità (l’edificio dove oggi si apre l’ingresso alle Gallerie), con un grande gruppo scultoreo che la sormontava e che oggi non esiste più.
Dai miei ormai troppo antichi studi sapevo bene che qualcosa lassù in alto c’era stato, anche se i vaghi ricordi che avevo mi portavano a credere che si trattasse di un fastigio, oppure di un isolato leone di San Marco. Il leone effettivamente c’era, ma non era solo. Non ho trovato purtroppo la fotografia utilizzata nel video, che sarebbe stata molto più chiara, ma soltanto questa vecchia cartolina, oltretutto in un formato veramente ingrato:

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I dettagli non si vedono ma è chiaro che sul leone siede o cavalca una figura, con le braccia alzate. E come l’ho vista mi sono detto: “poffarre!”.
Eh si, perché io quella cosa lì (onestamente, non un indimenticabile episodio di scultura) la conosco bene assai, anche se come le rovine del Macchu Picchu giace quasi sepolta da lussureggiante vegetazione. Eccola qua:

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Dietro questa un po’ patetica recinzione nei giardini della Biennale, proprio alle spalle del padiglione della Russia, Minerva siede ancora sulla groppa del suo leone. Quando la facciata dell’antica scuola, ormai divenuta museo, fu rifatta nel 1830 su progetto di Francesco Lazzari (non uno degli ultimi architetti veneziani, ma neppure dei primi) si pensò di coronare il tutto con un gruppo allegorico. I veneziani volevano il leone, gli austriaci Minerva, ideologicamente assai meno pericolosa: Antonio Giaccarelli, scultore anch’egli non oltre la metà classifica dei più o meno bravi epigoni di Canova, li fece entrambi, mettendoli uno sull’altro. I due rimasero lassù in cima a troneggiare sull’ingresso fino al 1938, quando furono messi a riposo ai Giardini, che fra le altre cose sono un grande parcheggio di sculture, in buona parte di oscura provenienza.
Leggo in questo articolo che qualche anno fa fu avanzata la proposta di rimetterli al loro posto, ma si disse che sussistono problemi statici. Chissà.
Non so che dire: forse visto da un più lontano sott’in su il gruppo farebbe miglior figura che non adesso, e forse in ogni caso lì o da un’altra parte nel complesso architettonico della Grande Accademia un angolino un po’ meno desolato glielo si potrebbe anche trovare. Dopo tutto, anche Minerva e il suo gattone fanno parte della storia di uno dei musei più belli d’Italia.

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Una risposta a Minerva e il suo leone, dalle stelle alle stalle

  1. gabrilu ha detto:

    Ma che bella storia. Ho guardato attentamente sia la cartolina che la foto e, da esterna terrona, confesso non saprei dire cosa preferisco. Non mi azzardo. Forse, in questi casi, ha più titolo a pronunciarsi chi in quei posti non solo ha vissuto, ma conservando memoria storica (il che non è da tutti) riesce anche a storicizzare, e a rendersi conto che forse alcune cose devono necessariamente cambiare. Ma (e qui viene il bello): “come” cambiarle?

    Dissolvenza.

    Tutta la mia solidarietà al leone ed alla figura che gli sta sopra. Che meritano, in ogni caso, di uscir dall’ombra.

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