Vicende mattutine di un panda veneziano

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La Duchessa dello Shropshire era sicuramente molto felice quando nella sua Londra iniziava la season; noi quattro panda veneziani lo siamo molto meno quando dobbiamo gestire la nostra. Sempre che di stagione qua si possa ancora parlare, visto che l’arrivo delle mandrie è ormai ininterrotto da gennaio a dicembre. Eppure da maggio a ottobre si riesce a fare ancora di più: d’estate, si sa, l’aria invoglia alla gita, e poi c’è la Biennale e poi c’è l’Expo e poi, in fondo, cosa c’è di più bello che andarsi a infognare in un buco qualunque dove già si accalcano altre centinaia di migliaia di esemplari della nostra specie? L’uomo è un animale sociale, lo dicono fior di scienziati.
Così, uno dei quattro panda ormai rimasti a Venezia esce un sabato mattina di maggio per andare a un appuntamento non proprio vicino a casa. Ha un anticipo che, fosse a Roma, gli consentirebbe di arrivare dalla Borgata Trullo al Colosseo; non considera nemmeno il vaporetto perché ha preferito lasciare a casa sia la daga sia il mitra e si avvia fiducioso a piedi, confidando nella sua abilità nel zigzagare fra giapponesi inebetiti e americani abituati alle autostrade a diciotto corsie, fra vucumprà di tutti i continenti e tutte le categorie merceologiche, fra belle mascherine per foto a pagamento e bancarelle di orrori made in Taiwan.
Invece si deve arrendere all’evidenza che davanti a certi muri umani non c’è niente da fare, se non portare pazienza oppure utilizzare quel mitra che per fortuna ha lasciato nell’armadio.

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Questa mattina (fare clic per ingrandire) la coda per salire sul campanile attraversava per il lungo tutta la Piazzetta e andava dall’entrata fino alla riva, oltre le due colonne. Scrollando la testa, il panda ha pazientemente zigzagato per oltre cinquanta minuti, arrivando naturalmente in ritardo al suo appuntamento e anche un pelino esasperato. Al momento del ritorno era uscito il sole e faceva caldo e le mandrie avevano accorciato il pantalone e messo su le infradito. Confidando nell’ora di pranzo ha arrischiato il vaporetto e non gli è andata malissimo: è salito sul primo mezzo senza nemmeno doversi accapigliare, non pretendeva di trovare posto a sedere per cui non ci è rimasto nemmeno troppo male di doversi fare la sua mezzoretta in piedi e tutto sommato è arrivato a casa bisognoso solo di una seconda doccia, perché quella fatta prima di uscire già aveva perduto tutti i suoi effetti.
Siamo solo all’inizio, per i prossimi cinque o sei mesi non può che peggiorare. Ma nonostante tutto ci sarà chi continuerà a confidare nel potere taumaturgico di un biglietto d’ingresso a Piazza San Marco, rifiutandosi di capire che l’unica strada per pensare di trovare una soluzione a questo problema è gestire le mandrie prima che arrivino in città. Non è facile ma è possibile, e qualcuno sta ragionando nella direzione giusta. C’è solo da sperare che chi deve decidere si tolga l’anello dal naso e la sveglia dal collo e cominci a fare il suo mestiere, sul serio.

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6 risposte a Vicende mattutine di un panda veneziano

  1. Renza ha detto:

    Il fatto è che il panda è talmente ironico e spiritoso da rendere godevoli queste cronache e non riprovevoli…

  2. ausdemspielberg ha detto:

    Sarà l’isolamento forzoso in questa fortezza, ma io e il povero Maroncelli soffriamo entrambi di agorafobia. Stiamo male solo al vedere le fotografie.

  3. gabrilu ha detto:

    e’ ormai troppo tempo che non salgo (o scendo?) a Venezia, città nei confronti della quale ho sempre nutrito sentimenti fortemente ambivalenti di amore e di odio (come per Palermo, del resto). So però che San Marco mi si è rivelato inaccessibile ormai da più di dieci anni e forse più (ah, i bei tempi in cui un Mann o un Proust potevano gingillarsi e girarsi i pollici lì davanti). Guardo queste foto e mi viene da piangere.
    Gli è che ci sono luoghi che non sono fatti per il turismo di massa (e dicendo questo, sono ben consapevole di essere anche io una esponente della categoria “turista di massa”).
    Si può dire, che non tutti i luoghi sono per tutti? Forse no. Non è politicamente corretto. Ma io lo dico lo stesso.
    Ci sono luoghi che non possono essere riciclati. Ecco.L’ho detto.

    • Winckelmann ha detto:

      Ci sono luoghi che esigono un rispetto particolare, maggiore di quello che chiunque deve comunque portare a qualunque luogo. Luoghi preziosi e delicatissimi, che non possono essere snaturati da un turismo che non è mosso da desiderio di scoperta o conoscenza ma semplicemente dalla volontà di fare quello che tutti fanno, o di correre là dove pubblicità, televisione e mass media in generale comandano di andare.
      E soprattutto, come straordinariamente bene ha scritto Salvatore Settis, ci sono luoghi che sono non solo bellissimi e delicatissimi, ma sono anche e soprattutto città, e quindi vivono in funzione del fatto di essere abitati da una comunità di persone che per nascita o per scelta ne hanno fatto la propria casa. Ignorare o negare questa realtà, trasformarli in giganteschi punti di raccolta di mandrie di visitatori, in centri commerciali senza anima, in sfondi per manifestazioni calate dall’alto significa, molto semplicemente, ucciderli.

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