Una toccatina, non si sa mai

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Campo San Cancian, o Canciano per chi parla forbito, si trova per sua fortuna in posizione un po’ defilata rispetto ai grandi flussi di traffico e circa equidistante dalle bolgie infernali di Rialto e dei SS. Apostoli. Sul lato opposto del campo rispetto alla chiesa, al di là del ponte di San Cancian, che era quello dove stavo questa mattina quando ho scattato questa foto, sta un portichetto che corre lungo il canale:

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Non so quanti si facciano catturare l’attenzione dal nome di questo portico, che è Sotoportego del traghetto, e si chiedano a quale traghetto possa mai riferirsi questa intitolazione visto che il canale su cui si trova è largo pochi metri. Il rio dei SS. Apostoli arriva direttamente dal Canal Grande e prosegue verso nord, transita dietro la chiesa dei Gesuiti e sbocca alle Fondamente Nove. E’ quindi una via di comunicazione diretta che collega il centro della città con Murano, e infatti sotto gli archi di questo portico per secoli si trovava lo stazio delle barche che portavano cose e viaggiatori sull’isola dei vetrai. A parte il nome, non mi sembra siano rimaste tracce di questa sua storia passata, anche se i pilastri di pietra recano una gran quantità di graffiti, per la maggior parte purtroppo di difficile lettura. Qualcuno ne ha scritto uno lunghissimo, che bisognerebbe mettersi a decrittare con pazienza, a eterna memoria della grande gelata del 1864.
La casa che sorge sopra al portico pare appartenesse alla famiglia fiorentina degli Strozzi e fu nel Settecento sede della collezione d’arte e della biblioteca di Amedeo Svajer, mercante di origine tedesca la cui famiglia si era trasferita da Norimberga in laguna nel Seicento. Se la preziosa raccolta di rarità bibliografiche è oggi nella Biblioteca Marciana, non so cosa resti della collezione di antichità a parte i piccoli rilievi che ancora oggi si trovano incastrati nelle facciate della casa e si distinguono nettamente da quelli di origine bizantina che ricorrono numerosi sulle case veneziane.
Capita a volte, passando il ponte, di vedere una giovane donna che scendendo i gradini tocca senza fermarsi uno strano doppio anello di ferro infisso sul primo pilastro di pietra del portico, all’angolo della casa. La sua forma è inequivocabile e la toccatina è un gesto scaramantico e beneaugurante che promette fertilità e discendenza. Posso testimoniare che ancora c’è chi rispetta la tradizione: difficile che ci creda ma una toccatina costa poco sforzo e non si sa mai, magari funziona.

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5 risposte a Una toccatina, non si sa mai

  1. ytaba36 ha detto:

    Grazie per questo post su un altro luogo interessante a Venezia. Ho provato così difficile da leggere cosa c’era su quei pilastri!

    Yvonne

  2. Gabriele ha detto:

    grazie per questo post ed anche per le foto (io non c’ero mai riuscito, nella fretta, a decifrare le iscrizioni); in effetti anche mia figlia – 7 anni – ogni volta che passiamo da lì vuole toccare i ganci, certo senza sapere della simbologia… Mi pare però di aver letto da qualche parte che i ganci servissero originariamente ad appendervi i condannati allo squartamento (ohibò), le risulta?

    • Winckelmann ha detto:

      Mamma che impressione, spero che sia una leggenda! L’unica cosa che so è che le esecuzioni capitali venivano fatte il Piazza, su un patibolo posto fra le due colonne. Il condannato guardava la Piazzetta e la torre dell’orologio e in fondo e da qui deriva l’espressione “ti faccio vedere che ora è”.

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