Santa Chiara aiutaci tu

Nella città di Andrea Palladio e Jacopo Sansovino, di Baldassare Longhena, Giannantonio Selva e Carlo Scarpa, nella città che in tempi non troppo lontani ha detto di no a Le Corbusier e Frank Lloyd Wright, da ieri tutti – dal verduraio di Castello al barista di Dorsoduro – parlano di architettura.
No, la Biennale non c’entra: quest’anno è il turno dell’arte e per quel che si può capire la kermesse procede placidamente e forse un po’ burocraticamente fra Giardini e Arsenale, nemmeno troppo affollata. No, l’architettura da due giorni ha fatto irruzione nella vita di tutti i veneziani, sui quotidiani locali, su Facebook e altri accrocchi del genere perché da due giorni i teli che da almeno due anni ricoprivano le impalcature dell’ampliamento dell’Hotel Santa Chiara a Piazzale Roma sono state tolte. E hanno rivelato il frutto di una lotta a colpi di carte da bollo che andava avanti dal 1957, quando l’allora proprietario dell’albergo, un edificio vagamente “veneziano” costruito non saprei dire quando sulle rovine delle antiche mura del convento di Santa Chiara, chiese autorizzazione per raddoppiarne la volumetria. Non ho voglia di ricostruire i dettagli di una vicenda che può avere luogo solo in Italia; sta di fatto che dopo decenni di contenziosi e ricorsi, col parere (pare) sostanzialmente contrario dell’amministrazione comunale e con l’avvallo invece della Sovrintendenza, l’attuale proprietario dell’albergo l’ha avuta vinta e ha potuto affidare a tre architetti il progetto della nuova opera che da ieri risplende sulla riva sinistra del Canal Grande, proprio ai piedi del ponte di Calatrava. Eccola qua.

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Che diranno Palladio, Sansovino, Longhena, Selva e Scarpa, ciascuno sulla propria nuvoletta? Quaggiù c’è chi parla di rapporto col contesto, di linguaggio, di “venezianità” ma la tragica verità è che questo coso è, più che brutto, insignificante comunque lo si guardi e ovunque lo si metta. Ci viene detto che esso è il risultato di una lunga trattativa fra progettisti e Sovrintendenza: direi che se le cose stanno così abbiamo davanti agli occhi la prova evidente dell’inutilità di questo istituto di controllo, che vieta a chi ha casa a Campalto (in terraferma, ma con affaccio sulla laguna) di mettere le tapparelle alle finestre e poi si fa complice di una cosa del genere a in pieno centro città.

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Dimenticavo: il nuovo cubetto è l’unico edificio di Venezia a disporre di un parcheggio sotterraneo di due piani. Cosa che farà felici i clienti dell’albergo; speriamo che possa ricompensarli almeno in parte dallo scoprire che la camera con vista sul Canal Grande ha le finestre direttamente sui tubi di scarico degli autobus in sosta nel piazzale ed è ad altezza precisa delle mandrie di ciabattanti turisti che venti ore al giorno fanno transumanza sul ponte di Calatrava.
Uno dei quotidiani locali oggi in edicola diceva che il cubetto “divide i veneziani”, i quali mi pare non siano mai stati invece così concordi nello stroncare la bianca architettura. Molto più divertenti del solito Vittorio Sgarbi, che propone di ricoprirla di edera o di piazzarci davanti un raddoppio della vecchia facciata, sono quelli che contribuiscono a un gruppo Facebook testè fondato che si chiama Atlante dei possibili Santa Chiara, proponendo esilaranti soluzioni alternative.
Spero di non commettere reato se ne rubo due o tre, assolutamente geniali, da mostrare qui, con l’avvertenza che di là se ne trovano moltissime di più.

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6 risposte a Santa Chiara aiutaci tu

  1. marcoboh ha detto:

    Hanno talmente trattato che non è rimasto niente (nemmeno una targhetta coi nomi degli autori, che in altri contesti è obbligatoria)

  2. ausdemspielbergu ha detto:

    Chi ha detto che i sovrintendenti siano intendenti d’architettura? Per quel che ne so le loro prescrizioni tassative spesso compromettono bei progetti o finiscono per esaltare i difetti di quelli brutti. Tanto che il progettista non puo’ piu’ essere reputato responsabile del risultato finale.
    In una citta’ romagnola l’amministrazione decise di costruire una pensilina per la fermata degli autobus nella piazza principale, molto segnata peraltro dal Ventennio mussoliniano.
    L’architetto fece del suo meglio: un contenitore in vetro con struttura in acciaio, un po’ greve e vagamente mengoniano. Il sovrintendente, cavalcando l’onda delle proteste dei puristi, che hanno sempre molto tempo libero, comincio’ col cassare l’involucro in vetro, poi chiese di alleggerire i pilastri rivestendoli con un carter in lamiera che ne triplico’ il diametro ed infine, ed e’ troppo assurdo per non essere vero, di fronte all’obbrobrio ormai evidente persino a lui, suggeri’ di praticare nei pilastri dei fori confondendo l’effetto gruviera con la leggerezza.
    Sgarbi sa di architettura come Calderoli di questioni umanitarie: anche in quella occasione ebbe modo di illuminarci con il suo parere: abbattere la pensilina e ricostruirla in mattoni, come gli edifici della piazza. Sempre per favorirne la leggerezza, naturalmente.
    Credo che, oltre al buon senso, qui manchi il buon gusto. Che non si succhia con il latte materno, ma si esercita con lo studio e la pratica.
    Ma in Italia mancano maestri, e manca il lavoro per gli architetti.

  3. Anifares ha detto:

    No no sta benissimo con il ponte e tutto il piazzale… l’unica cosa da far fuori è l’ala vecchia quindi RUSPEEEE 🙂

  4. gabrilu ha detto:

    Semplicemente orrendo.Punto.

  5. Pingback: Capolavori dell’architettura contemporanea a Venezia | winckelmann in venedig

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