Non so quanti non veneziani che passano di qui siano consapevoli dell’esistenza, sotto i loro piedi, di un pianeta formicolante di vita.
Saranno milioni le pantegane là sotto e capita spesso che vengano in trasferta al piano superiore, sempre meno impaurite dalla pessima fama che l’essere umano si è costruito presso tutti gli altri esponenti del genere animale. Ogni tanto capita di beccarne una mentre si intrufola in un anfratto. L’altro giorno erano addirittura due, belle grossette, che si rincorrevano a mezza costa lungo una riva a Santa Maria Maggiore. Magari erano fidanzate e facevano i piccioncini, chi può saperlo? Ho tentato di fare Ringo estraendo in velocità la macchina fotografica ma loro sono state più veloci di me e quello che è rimasto immortalato è stato un saluto del posteriore di una delle due, un po’ irriguardoso mi verrebbe da dire.
Venice Underworld
15 giugno 2013Contasciopero dei mezzi 2013: 4
14 giugno 2013Murano is a city
11 giugno 2013Immagino che il bravo Enrico Tantucci fosse dell’idea di fare una battuta quando ha trovato per la sua guida alla disneylandizzazione di Venezia il titolo A che ora chiude Venezia?
Eppure io giuro e stragiuro (e se mento possa io diventare cieco assieme a tutti quelli che leggono questo blog) che stasera ho sentito un’americana chiedere al marinaio in vaporetto a che ora apre Murano la mattina. E alla sua risposta un po’ stupita che Murano non apre e non chiude perché è un posto con le case dove abita la gente, la giovane texana si è girata verso l’amica e le ha detto: oh, it’s a city.
Cani neri
1 giugno 2013Jeremy ha perso madre e padre a otto anni ed è cresciuto con la sorella cercando nei genitori degli amici degli improbabili sostituti. Diventato grande, marito e padre a sua volta, rivolge le proprie attenzioni e curiosità ai suoceri June e Bernard, la cui vita di coppia è praticamente cessata durante il viaggio di nozze ma che, pur vivendo uno in Inghilterra e l’altra in Francia, non hanno mai voluto divorziare e non hanno, probabilmente, mai smesso di amarsi. Jeremy raccoglie i ricordi di June morente per scriverne la biografia, accompagna Bernard in una Berlino trasfigurata dalla caduta del muro e ricorda l’innamoramento fra lui e Jenny, figlia dei due, durante una visita al campo di sterminio di Majdanek. In un racconto che procede per blocchi collocati avanti e indietro nel tempo e si chiude con quella sorta di racconto biografico su June e Bernard che Jeremy vuole scrivere, ritorna periodicamente, prima accennata, poi trasfigurata e infine raccontata nel dettaglio, l’apparizione dei due cani neri, incarnazione del Male che ci siamo forse illusi di confinare e rinchiudere definitivamente nel ricordo delle atrocità della Seconda guerra mondiale ma che è, invece, sempre presente fra noi e pronto a riapparire in qualche angolo d’Europa, chissà quale, chissà quando.
Romanzo (traduzione di Susanna Basso, appendice a cura di Roberto Ferrucci) strutturalmente sfuggente, Cani neri contiene pagine memorabili ma mi è restato per molti aspetti estraneo, come se lo leggessi con la piena consapevolezza che stavo cogliendo solo una minima parte del suo senso. Peccato.
Ancora coi piedi a mollo
25 maggio 2013
Sembra che stasera ci risparmiamo l’acqua alta. Almeno, non sono arrivati sms di allerta e le sirene, mi pare, non hanno suonato. Ieri, invece, e anche giovedì abbiamo messo i piedi a mollo – e non è una cosa molto normale per la fine di maggio. Anzi, siccome non succede mai le passerelle vengono tolte ad aprile e così chi è stato colto di sorpresa questa volta si è dovuto arrangiare come ha potuto.
I preparativi per l’apertura della Biennale (pochi giorni, poi la rumba comincia) sono quest’anno un corpo a corpo con la primavera più fredda e piovosa degli ultimi, dicono, trecento anni. Io, che a maggio solitamente inalbero il vessillo dell’estate trionfante, comincio un po’ ad inquietarmi: ho bisogno di sole e di caldo ma se continua così tocca tornare ad accendere il riscaldamento.
Persino la fioritura del gelsomino (o presunto tale) ai Giardini della Biennale si sta sprecando fra questi temporali e questa bora gelida: i fiori ci sono ma talmente malconci che non ho avuto cuore di fotografarli. E quanto al profumo, con il vento che tira chi lo sente?
E per tetto un cielo di stelle
14 maggio 2013Un fremito percorre la città: palazzo Papadopoli a San Polo, già sede del CNR e prima ancora, credo, del Provveditorato agli studi e oggi proprietà di una società con sede a Singapore, si è fatto un superlifting e sta per riaprire trasformato in megahotel superlusso a sette (non è un’iperbole: sette) stelle.
Se volete dormire in un’alcova affrescata da Tiepolo (o più probabilmente da un suo cugino: checché ne dica il Gazzettino non trovo traccia di opere sue in questo palazzo), farvi uno shampoo in una doccia grande quanto una normale camera d’albergo o affacciarvi da una finestra a pelo dell’acqua e toccare con mano la prima gondola che passa allora questo è il vostro albergo. Si parte da duemila euro a notte e si sale ad libitum.
Sono aperti, mi si dice, i colloqui per l’assunzione del personale, rigorosamente ed esclusivamente in inglese. Wow.
La lotta si fa dura
13 maggio 2013La rana in scatola
4 maggio 2013Si è parlato parecchio nei giorni scorsi della scultura di Charles Ray, piazzata qualche anno fa sull’estrema punta della Dogana, davanti a quegli spazi che l’amministrazione Cacciari aveva dato in concessione al multimiliardario François Pinault per farci il secondo museo in città della sua collezione d’arte contemporanea. La ragione della discussione è stata la notizia della revoca, da parte dell’amministrazione comunale, della concessione al posizionamento della scultura, che la settimana prossima sarà tolta per lasciare il posto al lampione che prima dell’arrivo di questo ragazzino con la rana era lì da parecchi decenni. Il numero di quelli che auspicavano questa soluzione era alto e oggi non sono pochi a rallegrarsi della cosa. Fuoco alle polveri l’ha dato la settimana scorsa il critico Francesco Bonami, che in un articolo su La Stampa ha deprecato questa scelta bollandola di passatismo e ignoranza e istituendo, ad appoggio della propria opinione, ponti assai arditi fra ieri e oggi, nello specifico fra il Colleoni del Verrocchio in Campo SS. Giovanni e Paolo e il ragazzino di Ray alla Salute.
Premesso che sono di quelli che pensano che sia un bene che questa roba se ne vada di qui, devo dire che la cosa che mi ha infastidito di più è stata la spocchia e la presunzione con la quale Bonami, nell’articolo e in una replica successiva, si è rivolto a chi non la pensava come lui. Cercherò quindi di motivare la mia opinione senza farmi condizionare dalla profonda antipatia per il signore in questione e senza neanche sfiorare il dilemma se stiamo parlando di un’opera d’arte o no. Non mi importa, fosse anche la Pietà di Michelangelo se ne dovrebbe andare da lì. Ma andiamo con ordine.
Prima di arrivare ai Magazzini della Dogana François Pinault, proprietario di una marea di cose fra le quali pure la casa d’aste Christie’s, si era già comprato Palazzo Grassi. Operazione perfettamente lecita, dato che si trattava di un immobile privato venduto a un altro privato. Gestito dal precedente proprietario, il palazzo era stato per parecchi anni sede di grandi mostre, alcune bellissime e altre inutilissime, molto pubblicizzate e sempre visitate da folle oceaniche. I tempi per queste cose erano chiaramente passati e Pinault ha trasformato l’edificio (dopo una ristrutturazione affidata a Tadao Ando) nella sede della propria collezione di arte contemporanea. Da semplice abitante di questa città non posso fare a meno di rilevare che le code che eravamo abituati a vedere davanti al palazzo sono praticamente da subito scomparse. Non solo: del palazzo, delle sue mostre e delle opere che contiene nessuno parla e nonostante faraonici allestimenti che spesso invadono il campo antistante l’entrata e pure il tratto di Canal Grande davanti alla facciata, l’esistenza di questo museo nel sistema dei musei cittadini è a tutti gli effetti ignorata. Nulla di paragonabile, per restare su strutture analoghe, al Museo Guggenheim non troppo lontano da lì, che non solo è un’icona per tutti i turisti con targa USA ma che ha un’attività culturale ed espositiva intensa e di qualità altissima.
Ma Cacciari voleva un museo di arte contemporanea anche alla Dogana, e siccome non aveva niente da metterci dentro decise di dare il museo in outsourcing. Ci fu una sorta di gara, la Guggenheim fu fatta fuori con motivazioni per quel che ricordo anche imbarazzanti e se la vinse Pinault, che richiamò Tadao Ando (che ha fatto un lavoro obiettivamente bellissimo) e poi ci mise dentro un altro pezzo della sua collezione. Ed aprì quello che temo sia diventato un secondo museo fantasma, magari non come numero di visitatori – non ne ho idea – di sicuro per quanto riguarda l’impatto sulla vita culturale della città.
Ma Pinault a quanto pare può avere quello che vuole: dalla fermata del vaporetto allo spazio pubblico che gli serve per piazzare gigantesche sculture fuori del museo. Quella di Charles Ray è solo un po’ più grande del vero ma sta in un luogo molto particolare. Lasciamo perdere il lampione su cui in tanti da entrambe le parti hanno detto sciocchezze: quella punta che si protende nel Bacino di San Marco davanti al panorama urbano probabilmente più celebre al mondo è sempre stata un posto magico, meta di coppie di morosi in cerca del luogo mitico cui legare la propria love story, ma anche di passeggiate solitarie, il posto dove magari finivi da studente la sera dopo la mensa e anche se si era in tre o quattro si stava lì un quarto d’ora zitti e muti, seduti per terra semplicemente a guardare e a sentirsi parte di una meraviglia quasi irraccontabile.
Oggi questo ragazzino bianco e lustro come fosse di plastica (e magari lo è, che ne so) ha spodestato tutti: di giorno è diventato la reginetta del luna park, circondato da folle di giapponesi, russi, finlandesi, indiani, aborigeni australiani e indigeni guatemaltechi, tutti accalcati a fotografarlo come fotografano le vetrine di Versace a San Moisè. Di sera e notte, rimessa al suo posto la scatola trasparente che la protegge (nelle foto la si vede perché sono state fatte la mattina presto) la statua sta lì badata a vista da una guardia giurata che, con la massima comprensione per le due gigantesche palle che presumibilmente si fa, non è il massimo per esaltare la magia di un posto.
Ecco, signor Bonami: per dirla con la massima sintesi, questo ragazzino con la rana per me e credo per molti altri che come me cercano di sopravvivere in questa città era diventato il simbolo stesso della svendita e della snaturalizzazione di Venezia. Noi passiamo la maggior parte della vita a barcamenarci in questa bolgia quotidiana che si è divorata la magia di una città che lei, probabilmente, non ha neppure mai immaginato. Sarà un disastro culturale se l’opera di Ray dovrà essere spostata dentro il museo? Non ho mezzi per asserire il contrario ma rivendico il mio diritto di abitante in questo luogo per dirle che non me ne frega nulla, che almeno questi quattro metri quadrati di riva li voglio vuoti e in pace sacrosanta come li ho visti e goduti per anni. Punto. Dalla demolizione del Settizonio al bombardamento degli Eremitani la storia dell’arte italiana ha vissuto decine, centinaia di disgrazie molto peggiori di questa. E se così facendo Venezia non diventerà la città che lei ha in mente mi viene da pensare una cosa sola: grazie al cielo!














