Indianapolis in the lagoon

Un giorno d’estate qualunque. Il vaporetto della linea 5.2 viaggia tranquillamente dalle Fondamente Nove verso il Lido, passa dietro l’Arsenale e si avvia a circumnavigare la penisola dei cantieri per poi piegare a sud. Fa molto caldo e tutti i finestrini sono aperti. All’interno, come sempre, gente seduta e gente in piedi; locali e turisti nella ormai consueta proporzione di uno a dieci. All’improvviso, lo sconquasso: onde anomale scuotono l’imbarcazione e fanno barcollare pesantemente chi sta in piedi e nello stesso momento, come se qualcuno fosse appostato fuori dei finestrini, vere e proprie secchiate d’acqua piombano dall’esterno e inondano i passeggeri. Molti turisti trovano la cosa divertentissima e ridono, i locali no. Anzi.
Scene come questa si sono sempre viste, a volte basta che un pilota distratto o poco esperto o semplicemente messo in difficoltà da un altro pilota tagli male la scia di un’altra imbarcazione e il guaio è fatto. Negli ultimi tempi, però, in questo tratto di laguna sono diventate di una frequenza allarmante, assolutamente inimmaginabile prima. Giusto per dare un’idea, in pochi giorni a me è capitato tre volte. Cosa succede?
Succede che nella città del sindaco che vorrebbe esser sceriffo l’unica legge che ormai vige è quella che non esistono leggi e che chiunque è autorizzato a fare quello che vuole. In totale assenza di ogni controllo, questo specchio di laguna è diventato la nuova Indianapolis, la pista nella quale da mattina a notte fonda qualunque tipo di imbarcazione dotata di motore si lancia al massimo della velocità come se in palio ci fosse il titolo mondiale di off-shore.
Contrariamente a quanto può sembrare a chi vede la cosa da fuori, questo non è semplicemente un segnale di incoscienza e di diffusa e incivile stupidità, ma la concreta manifestazione di due dei tanti problemi che stanno portando a morte la Venezia di oggi.
Il primo, chiaramente, è quello della desolante inefficienza di una amministrazione che da un lato invoca poteri forti mentre dall’altro ha totalmente abdicato al proprio ruolo di gestione e controllo. Qui regna la legge del far west, questo è il luogo dove chiunque può fare qualunque cosa senza tema di venire sanzionato.
Il secondo problema, e temo il più grave, è quello dell’evidente perdita, in molti veneziani, di quel legame di conoscenza e rispetto per la città e l’ambiente lagunare che per secoli ha garantito la sopravvivenza di Venezia. Questi che corrono coi loro fuoribordo, questi che se ci appostiamo sulle Fondamente Nove ci passano davanti rombando in un tripudio di giochi d’acqua e bianche schiume non sono turisti che arrivano chissà da dove ignari di tutto quello che Venezia è ed è stata ma sono veneziani di ogni età: famiglie, gruppi di amici, fuoribordisti-macho con occhiale a specchio, gitanti spensierati in viaggio per le spiagge su gusci trattati come fossero Maserati. Gente nata e cresciuta qui, che mai potremmo pensare così incurante e disinteressata alle conseguenze che questo gioco provoca alla città, alle rive che crollano, alle barene distrutte, ai fondali sconvolti.
Certo, saranno sempre danni minimi rispetto a quelli provocati dalle navi che transitano a San Marco o dai tassisti che non conoscono né regola né limite di velocità. Ma quello che colpisce non è tanto l’entità del danno potenziale quanto piuttosto il dover prendere atto che quella consapevolezza dell’unicità e della fragilità di Venezia che un tempo era certamente nel patrimonio genetico di chi qui nasceva e cresceva, oggi almeno per una parte dei veneziani non esiste più. Allarghiamo la nostra visuale all’intero spettro dei problemi che stanno avviando a morte la città, a partire dal degrado del commercio e dal mercato degli affitti turistici, e capiremo quanto tragica sia la portata di questa involuzione culturale che coinvolge una fetta sempre troppo grande di coloro che dovrebbero avere ben chiaro che solo un sostanziale cambio di direzione può dare qualche speranza a questa città.
Ridotti oggi, rispetto ai numeri di un tempo nemmeno troppo lontano, a poco più che quattro gatti, i veneziani sono sicuramente in maggioranza disposti a lottare pur di non cedere davanti al quotidiano sfacelo e le dimostrazioni di questa resistenza si fanno ogni giorno più frequenti. Ma non ci saranno risultati, ho paura, se non si riuscirà a recuperare per quanto possibile il popolo di coloro che ritengono che in fondo va bene così, di coloro ai quali ciò che importa è poter sfruttare il giocattolo più che si può. Anche se, quando sarà rotto, non ci sarà alcun papà in grado di comprarcene uno nuovo.

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2 risposte a Indianapolis in the lagoon

  1. Anifares ha detto:

    Io lavoro da 6 anni a Venezia e posso tranquillamente affermare che 6 anni fa questo non esisteva o meglio si aveva il sentore ma poi negli ultimi tre anni si è andato giù a picco ma forse diamo ancora in tempo per invertire la rotta o no?

    • Winckelmann ha detto:

      Non lo so, mi ostino a sperarlo ma mi accorgo che divento ogni giorno più pessimista. Cosa vuoi o puoi fare davanti a interessi economici giganteschi, a uno stato che vien qua a inaugurare Biennali e Festival del cinema ma poi se ne fotte, a una amministrazione locale incapace quanto arrogante quanto asservita alle ragioni degli speculatori, davanti a cittadini in calo permanente e in parte indifferenti e qualunquisti, quando non vandali più dei peggiori turisti? Ho letto alcuni commenti (di residenti) a questo post apparsi su Facebook e mi sono letteralmente cadute le braccia. Evidentemente per molti di loro questo è il migliore dei mondi possibili. Avanti così, facciamoci del male.

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