Un’arte che vale Zero

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Dove sta il piacere nell’imbrattare un muro, o peggio ancora un manufatto di pietra o di marmo? Come succede che uno compra bombolette di vernice per tracciare qua e là scarabocchi spesso illeggibili e quasi sempre graficamente inconsistenti? Davvero è convinto di fare arte o a muoverlo è piuttosto il brivido dell’agire in clandestinità, del fare qualcosa di proibito? E’ possibile, per esempio, che lo stupidino (o la stupidina) che recentemente ha seminato per i muri di tutta Venezia composizioni grafiche fatte di stilizzate pecorelle, sia convinto/a di aver fatto qualcosa di artisticamente interessante? In una città dove basta entrare a San Sebastiano per vedere Paolo Veronese o alla Guggenheim per vedere Jackson Pollock ti inventi quattro pecorelle e credi di aver fatto chissà che?
Vebbé, all’idiozia non c’è limite e potremmo cavarcela con due risate se non fosse che il problema della carenza di materia grigia nelle scatole craniche di questi soggetti è causa di un pesantissimo degrado dell’ambiente di tutti noi, nonché di danni anche gravi al nostro patrimonio artistico.
Proprio domenica scorsa, mentre nella zona di Campo Santa Margherita un plotone di angeli dell’associazione Masegni e nizioleti riportava alla loro dignità muri e vere da pozzo oltraggiati dagli sfoghi di tanti idioti, seduto in vaporetto captavo frammenti di una conversazione fra due ragazzine sedute dietro di me. Ho aguzzato il radar quando ho sentito che parlavano di un amico deluso dal fatto che un murales non gli era venuto bene, che dopo quella volta però aveva fatto molte altre cose e anzi, qua attorno ha fatto quasi tutto lui, e anche a Mestre e a Marghera. E si firma con una O, che però è uno zero, solo che s’incazza perché gli altri lo pronunciano ziro, all’inglese, mentre lui è Zero e basta. E una raccontava all’altra di quanto si è divertita quella volta che è andata anche lei e ha fatto il palo, e dopo ha provato e ha fatto delle cose su un muro in calle.
Chissà che belle.
Quello che mi ha maggiormente sconcertato è stato vedere come le due conversatrici non avessero più di 13-14 anni. Ho pensato che anche il fantomatico Ziro-Zero, autore di una vasta produzione di scarabocchi localizzata fra le Fondamente Nove e Sant’Alvise ma anche a Mestre e a Marghera, non deve essere tanto più vecchio di loro. Un’età da scapaccioni più che da multe, ma anche un’età pericolosissima perché è quella nella quale si decide se il futuro di una persona si orienta verso la responsabilità e il senso civico oppure verso la filosofia del fasso quel casso che me par.
Quanto a lungo resteranno puliti i muri sui quali ieri hanno lavorato tante persone? Quanto a lungo resteranno sgombre da chili di ferramenta le spallette dei ponti che ieri altri hanno pazientemente liberato dalla solita quantità di lucchetti, simbolo fallimentare dell’amore infinito fra due deficienti? Forse non molto, ma la differenza fra gli scarabocchiatori che tornano all’attacco e i pulitori che non demordono è che ogni volta che questi ultimi intervengono (e i giornali di ieri ne sono efficace testimonianza) il consenso verso la loro opera cresce assieme alla consapevolezza dell’inciviltà dei graffitari, anche e soprattutto fra i più giovani. Dove Ziro-Zero fa danni, gli altri insegnano che c’è un modo consapevole e civile di stare al mondo, e noi non possiamo fare altro che ringraziarli.

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Le fotografie di questo post sono di Nicola Tognon

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6 risposte a Un’arte che vale Zero

  1. Yvonne ha detto:

    Aren’t that group of young volunteers wonderful? I have had the pleasure of meeting (and working with) some of them. I’m proud to know them, and look forward to having an aperitivo with them later this year.

    Thank you for your excellent post about this issue.

  2. Renza ha detto:

    Tra le tante amenità che ho sentito, a proposito dell’ arte di chi fa delle cose sui muri, mi è rimasta impressa ( con relativa irritazione) l’ affermazione perentoria di una famosa ” artista murale” ( naturalmente ho dimenticato il nome ) , secondo la quale gli edifici di una città, soprattutto quelli di pregio, sarebbero ” beni comuni” e quindi, secondo la sua logica , a disposizione di tutti. Insomma un bene è comune quando ogni individuo può usarlo come gli pare. E’ il neoliberismo, bellezza! Un po’ come quelli che buttano i rifiuti nell’ ambiente perchè è lo spazio di tutti.

    • Winckelmann ha detto:

      E’ che credo che abbiamo a che fare con due categorie di vandali: quella più invasiva è senz’altro quella dei ragazzi male-educati che non trovano altra maniera di “lasciare un segno” del proprio essere al mondo. Però ci sono anche coloro che si reputano veri e propri esponenti del mondo dell’arte, che qua per esempio si risvegliano ad ogni Biennale e che chiaramente vivono in un mondo parallelo nel quale le loro ideuzze da quattro soldi fungono da fulcro attorno al quale ruota il sole con tutti i pianeti. Questi fanno quantitativamente meno danni degli altri, però a loro un bel rullo di schiaffoni sulla pubblica piazza non li negherei.

    • Chuck ha detto:

      Che il neoliberismo predichi l’appropriazione e utilizzo dei beni privati è nuova. E io che pensavo che l’esproprio proletario fosse un’invenzione della sinistra extraparlamentare degli anni 70. Quindi i writers, i vari resistenti che urlano la loro ribellione con i murales, Basquiat e la cultura graffittara, sono in realtà un prodotto della Scuola di Chicago? Banchieri e trader di giorno, graffittari con bomboletta di notte e poi via! tutti al centro sociale a ricordare le prediche del buon vecchio Milton Friedman!

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