Villa Hériot, al miglior offerente

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Dovremo tornare a fare le barricate, come a Milano nel ’48 (milleottocento, naturalmente). In questa città non si fa più in tempo a mobilitarsi per una cosa, che altri due o tre scandalosi tentativi di svendere pezzi del nostro comune patrimonio ti vengono sbattuti sotto il naso. Se l’imperativo è quello del sottostare al diktat della legge di stabilità, far cassa adesso e in fretta è la maniera più facile per riuscirci. E poco importa se a rimetterci in maniera definitiva è la città, che giorno dopo giorno viene privata di pezzi sostanziali del suo patrimonio, che se rendono due lire adesso se ne andranno però per sempre per diventare parti di quella orrenda struttura ricettiva globale che ci sta trasformando nella Disneyland del nordest.
Villa Hériot sorge alla Giudecca vicino alle Zitelle, ma si affaccia sul margine sud dell’isola, quello che guarda all’esterno della città verso la laguna aperta. Fu costruita negli anni Venti del Novecento su progetto dell’architetto-pittore Raffaele Mainella, che come in altri edifici realizzati a Venezia (la palazzina Stern a Ca’ Rezzonico, il restauro dell’abbazia di San Gregorio alla Salute) creò un piccolo gioiello che nel ripescare le suggestioni dello stile romanico-bizantino si richiamava alla storia più antica di Venezia. Committenti furono i ricchissimi francesi Zacharie Olympe Hériot, fondatore dei Magasins du Louvre, e Cyprienne Dubernet, già commessa nel grande magazzino e poi sua seconda moglie. Sopravissuta di molti decenni al più anziano marito, M.me Hériot morì a Parigi nel 1945 e due anni dopo i suoi eredi vendettero la villa al Comune di Venezia con la clausola, che rispettava una lunga tradizione di mecenatismo familiare, che l’edificio sarebbe stato adibito a scuola. L’attuale situazione di villa Hériot rispetta questo accordo, non solo perché in un edificio annesso si trova un asilo infantile, ma soprattutto perché la villa è la sede dell’Università Internazionale dell’Arte, un’istituzione di altissimo livello nell’ambito del restauro delle opere d’arte.
Ma al comune servono soldi, per cui la notizia di questi giorni è che villa Hériot è in vendita, da subito. Dove andrà l’UIA non si sa, che se ne farà il Kommissario della mobilitazione guidata dalle più prestigiose istituzioni culturali di Venezia (in testa le fondazioni Cini, Querini Stampalia e Levi, oltre all’Ateneo Veneto) nemmeno. Naturalmente gli avvoltoi compiono già ampi giri sulla preda, naturalmente il destino più probabile dell’edificio è la sua trasformazione in albergo a cinque, sette, diciotto stelle.
Naturalmente in molti non ci stanno: una folla si è presentata venerdì al consiglio comunale che doveva ratificare la messa in vendita del nostro pezzo di città. In molti faranno di tutto perché questo non succeda, perché l’incubo della Disneyland del nordest non si avvicini di un altro passo.

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6 risposte a Villa Hériot, al miglior offerente

  1. Yvonne ha detto:

    Piece by piece, bit by bit, sell off the heritage … 😦

  2. gabrilu ha detto:

    Lanciato in orbita su Facebook

  3. Gabriele ha detto:

    Volevo ben dire, che la villa che ho conosciuto per andare tante volte all’Iveser, splendida nel suo luminoso isolamento lagunare, non dovesse essere ceduta al “miglior” offerente….

  4. Pingback: Auguri da panda a panda | winckelmann in venedig

  5. Chuck ha detto:

    Però anche gli Hériot che la fecero costruire erano dei bottegai, magari glorificati dai moltissimi sghei, ma pur sempre bottegai (anche se di solito un po’ di sghei ti mantengono ancorato alle origini, mentre moltissimi sghei ti possono proiettare nelle vette della cultura, dalle quali le origini non si scorgono più). E la fecero pure costruire per starci, più o meno come si fa con le camere degli hotel oggi (a due, cinque, sette e diciotto stelle). Che sia un ritorno alle origini? 🙂

    Oddio, ora verrò massacrato…

    • Winckelmann ha detto:

      Nessun massacro, per carità. Anzi, grazie per essere passato di qui.
      Non siamo più nella Londra vittoriana, dove per un gentleman si considerava estremamente sconveniente intrattenere rapporti con chiunque avesse connessioni con il poco raffinato mestiere del commercio. Parlare quindi di “bottegai” tout court mi pare un po’ limitante perché questa parola in italiano conserva una sfumatura non proprio positiva.
      Io farei, come spesso ho fatto in altri post di questo blog, una distinzione fra il bottegaio e il commerciante: entrambi comprano e vendono, entrambi si “sporcano le mani” coi soldi ma dove il commerciante possiede quell’apertura mentale che lo porta a ragionare e programmare in termini di medio e lungo periodo, e magari anche a condividere con la collettività una parte, grande o piccola che sia, delle proprie ricchezze, il bottegaio è quello che ragiona unicamente sulla base del tutto e subito. Ho la gallina dalle uova d’oro? non mi importa quante me ne potrà fare al ritmo di una al giorno, la ammazzo subito per cavarle dalla pancia quello che c’è.
      Ecco, per quel poco che sappiamo della loro storia, gli Hériot mi sembrano un buon esempio di illuminati commercianti, che giustamente godono delle loro ricchezze costruendosi una bella villa nella città più bella del mondo, ma che a un certo momento invece di farci quanti più soldi possibile preferiscono venderla al Comune (sicuramente a un prezzo di favore, altrimenti come avrebbero potuto porre la condizione?) vincolandola a un utilizzo che favorisse la collettività.
      L’amministratore del XXI secolo, invece, che senza programmare, riflettere e progettare tappa i tragici buchi di bilancio da lui stesso creati mettendo in vendita i propri gioielli, lo metterei senza dubbio nella schiera dei bottegai. Perché così facendo depaupera definitivamente la città e la collettività e si troverà presto fra le mani una gallina morta e da buttare, mentre le uova d’oro saranno stabilmente e permanentemente di proprietà altrui.

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