Damnatio memoriae

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Forse non tutti sanno che alla caduta di Venezia fu passatempo favorito dei francesi lo scalpellare i Leoni di San Marco e gli stemmi gentilizi che su ogni muro della città proclamavano l’ormai passata grandezza della Serenissima Repubblica. Ancora oggi capita spesso di trovare edicole o strutture in pietra d’Istria stranamente mancanti della parte più importante: sono le vittime superstiti (mi è scappato l’ossimoro) di questa guerra iconoclasta che volle distruggere i segni del nemico conquistato.
Queste sono per esempio sulle mura dell’Arsenale dalla parte del rio della Tana

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E i tanti leoni di San Marco che ancora si vedono? Forse non tutti sanno che sono il frutto di una vasta opera di ricostruzione e ripristino che ebbe luogo soltanto alla fine dell’Ottocento quando, divenuta definitivamente città italiana, Venezia cercava di dimenticare i decenni delle successive e alternate dominazioni francesi e austriache richiamandosi ai secoli della passata grandezza. Questo Leone, sempre all’Arsenale ma dal lato del campo delle gorne, è uno di quelli scalpellati e rifatti, come dichiara la lapide sottostante.

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Forse non tutti sanno che due dei più celebri Leoni di San Marco sono in realtà rifacimenti realizzati quasi all’alba del Novecento a rimpiazzare originali distrutti. Sono quelli della Porta della Carta e del finestrone sul lato della Piazzetta nella facciata di Palazzo Ducale. Nella Porta della Carta, che costituisce l’ingresso monumentale al Palazzo dalla parte della basilica, i francesi nel 1797 fecero a pezzi un gruppo scultoreo che raffigurava il doge Foscari inginocchiato davanti al Leone, forse di Bartolomeo Bon, forse di Antonio Bregno. Quello che vediamo oggi

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fu rifatto nel 1885, non so veramente in quali circostanze e quanto fedele all’originale. Conosco invece la storia del rifacimento dell’altro gruppo, quello che sta nel finestrone che si apre al centro della facciata sulla Piazzetta e che raffigura il doge Andrea Gritti, sempre inginocchiato davanti al Leone.

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Ridotto in polvere l’originale cinquecentesco nel 1797, quando alla fine dell’Ottocento si volle procedere alla sua ricostruzione ci si dovette arrendere all’evidenza che seppure posizionato in uno dei monumenti più celebri e documentati del mondo il gruppo scultoreo non aveva praticamente lasciato testimonianze iconografiche di sé. Si sapeva cosa c’era stato ma non come fosse fatto. In occasione del centenario della distruzione, nel 1897, si bandì dunque un concorso e i partecipanti salirono fino al grande riquadro ormai vuoto a rilevare le tracce superstiti dell’antica scultura, che potessero offrire qualche indizio per capire le proporzioni e gli atteggiamenti delle figure. Fra le proposte formulate fu scelta quella presentata in tandem dall’architetto Giuseppe Torres e dallo scultore Urbano Bottazzo, che materialmente realizzò l’opera nel proprio atelier. Quando questa fu collocata nella sede dove ancora la vediamo scoppiarono puntuali le polemiche: ogni italiano, si sa, è alla bisogna CT della Nazionale, economista politico, ingegnere strutturale e, perché no, storico dell’arte. Ognuno disse la sua poi, come sempre succede, si passò a parlare d’altro e il doge Gritti col suo Leone rimase lassù, piccolo falso dalle dimenticate origini.

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Una risposta a Damnatio memoriae

  1. ytaba36 ha detto:

    Che peccato, all those lions destroyed!

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