Le campane del 25 aprile

CesenaGuerra

Nell’ottobre del 1944 mia mamma compiva undici anni, mia nonna ne aveva trentuno ed era incinta del quinto figlio; mio nonno ne aveva trentatré e dieci gliene restavano da vivere. Dallo scoppio della guerra fino all’otto settembre era stato militare, soprattutto in Jugoslavia, poi dopo l’armistizio si era dato alla macchia ed era tornato a casa ma doveva restare nascosto. A un certo punto fu anche catturato dai tedeschi e messo su un camion assieme ad altri “traditori” per essere portato via, ma con un compagno riuscì a scappare e a piedi tornò indietro una seconda volta. A maggio del ’44 erano cominciati i bombardamenti sopra la Romagna: gli Alleati avanzavano da sud ma tutta la regione era ancora in mano all’esercito tedesco. Il nonno era nascosto a Martorano, un paese fra i campi fuori Cesena, e quando la vita in città divenne pericolosa per le bombe anche mia nonna coi figli si trasferì là, in casa di più o meno lontani parenti. Questo stato di apparente sicurezza durò abbastanza poco, il tempo dell’estate: verso settembre fu chiaro che i tedeschi in ritirata non avevano intenzione di andarsene e basta, ma che avrebbero lasciato dietro di sé strade minate e ponti distrutti. Se si voleva tornare a casa bisognava farlo allora o chissà quando sarebbe stato possibile.
Il problema era che la casa non c’era più, una bomba l’aveva presa in pieno e se da fuori pareva a posto, l’interno era solo un grosso buco. Mia mamma ricorda ancora il corteo di sfollati che, di notte, marciava a piedi trascinando i carretti con i materassi e poco altro per fare ritorno in una città sconvolta dal passaggio del fronte. Quella notte si accamparono “sotto un voltone alla Barriera”, poi mio nonno trovò che nella cantina di un palazzo lì vicino, già occupata da altri profughi, c’era ancora spazio per stendere qualche materasso. Questo succedeva a settembre; erano ancora lì il 20 ottobre, quando i primi canadesi entrarono in città da porta Santi. La guerra per loro era finita, ma non cominciava certo una vita facile. Col tempo trovarono un appartamento dove trasferirsi e poterono finalmente lasciare la cantina. Era tutt’un’altra vita anche se dovevano convivere con un bordello che stava al piano di sotto, e mia mamma racconta che vivevano barricati in casa per via dei soldati ubriachi che sbagliavano piano e andavano a bussare alla loro porta, reclamando “signorine, signorine!”.
Il 25 aprile 1945, racconta ancora, cominciò come un giorno qualunque, poi a un certo punto si sentirono le campane suonare a distesa in tutta la città e la gente correva per strada urlando “la guerra è finita”. Naturalmente qui entra in gioco la fisiologica trasfigurazione del ricordo, perché se il 25 aprile fu il giorno della liberazione di Milano e Torino, esso fu scelto solo successivamente come anniversario di un’operazione che richiese un numero ben maggiore di giorni per essere compiuta. Ma non è certamente per dettagli come questo che la storia diventa meno vera.

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4 risposte a Le campane del 25 aprile

  1. ytaba36 ha detto:

    This brought tears to my eyes.

  2. gabrilu ha detto:

    Mandato in orbita su Twitter e Google+

  3. Marco Boccaccio ha detto:

    bellissimo racconto.

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