Le inseparabili

La Gina e la Gianna erano inseparabili. Immancabilmente presenti una a fianco dell’altra, quasi fin da subito erano diventate, per me e per gli altri del gruppo di amici del primo anno di università, Laginelagianna. Delle due, la Gina era la dominante: non bellissima, una gran testa di capelli corvini e il nero e solo nero dell’abbigliamento facevano risaltare l’eterno suo pallore, sul quale, unica concessione all’edonismo, spiccavano due labbra perennemente rivestite di un rossetto scurissimo. Fumava ad ogni ora del giorno e della notte e cominciava ad agitarsi se aveva coscienza che nella borsa portava meno di tre pacchetti di MS. Parlava sempre a voce bassissima ed era il ritratto stesso dell’austerità: la sua colazione tipo era una moka da due versata in un bicchiere di vetro con un dito di latte. Con una mano ci intingeva uno o due biscotti secchi, con l’altra teneva la sigaretta.
La Gianna era il suo contrario: estroversa e caciarona, persino un po’ modaiola, piacevolmente chiassosa quanto l’altra era taciturna, scattava però sull’attenti e faceva un passo indietro non appena coglieva uno sguardo di altolà della Gina. Assieme, Laginelagianna facevano fronte compatto nelle interminabili discussioni politico-cultural-social-musical-eccetera che riempivano le nostre giornate di universitari dei tardi anni Settanta. Mai d’accordo con gli altri, sempre d’accordo fra di loro, questo era il loro segreto. La prima sfuriata della Gina è rimasta nella storia. Fu per un banale malinteso scolastico, ma tutti ricordammo per anni la frase che diede il via alla battaglia: “Eh no, a questo punto io mi incazzo!”, disse, e ci rovesciò addosso una valanga di contumelie senza freni, mentre la Gianna, da dietro, le teneva bordone.
Poiché è chiaro che l’esperienza non insegna, quando dopo anni di affittacamere io e altri due trovammo finalmente un appartamento da cinque, a chi offrimmo i posti liberi? Naturalmente a Laginelagianna, che a mezzora esatta dalla presa di possesso di quella casa mandarono in frantumi i nostri sogni di vita tranquilla, di piccola comune libera e spensierata. Turni di pulizia, precisa divisione dei compiti, programmazione totale e soprattutto, prima di tutto, precisione assoluta nella divisione delle spese. Ciascuno ebbe assegnato uno sportello in cucina: cinque persone significava per loro cinque dispense, cinque pacchi di caffè, cinque di sale grosso e cinque di fine, cinque di zucchero, cinque bottiglie d’olio e cinque d’aceto. Cara, prendi prendi pure uno stuzzicadenti dei miei, tu mi presti un pizzico di pepe che domani te lo rendo?
In qualche modo però riuscimmo a gestirle e un po’ alla volta anche loro sembrarono convincersi che un atteggiamento un po’ più easy nei confronti della vita spesso aiuta. Per i due anni che vivemmo assieme, comunque, nonostante alla fine una qualche forma di armonia fosse scesa a regnare su quella casa, ci fu sempre un po’ di muro fra noi. E se le dispense non furono mai cinque, furono in ogni caso due, la nostra e la loro. Ai nostri piattoni di pastasciutta rispondevano con punitive insalate di riso scondite e insapori. Di Gina in cucina mi è rimasto il ricordo di come lavava l’insalata: una foglia per volta, con l’attenzione di un’entomologa, lentamente, una per una.
Un giorno tornai a casa dall’università all’ora di pranzo e le trovai a tavola con uno di mezz’età, che mi presentarono come il loro professore di storia dell’arte al liceo. Era un tipo simpatico e alla mano, col quale erano rimaste in amicizia: era a Venezia e stavano passando assieme la giornata. Sarebbero usciti di nuovo dopo pranzo e il prof aveva già una scaletta di cose da vedere ed era contento di avere a disposizione due guide fantastiche, alle quali aveva lui stesso infuso l’amore per l’arte e la storia e che adesso, per coltivare questa passione, si erano trasferite nella città più bella del mondo.
Tornarono verso sera. La Gina era più tirata e taciturna che mai, con la bocca stretta e la sigaretta accesa. La Gianna invece era paonazza, rideva e ridendo ripeteva “che figura di merda, madonna che figura di merda!”.
Era successo che il prof aveva chiesto loro di portarlo a vedere il Colleoni a San Giovanni e Paolo, che come tutti sanno è il celebre monumento equestre a Bartolomeo Colleoni, creato su incarico della Serenissima da Andrea del Verrocchio e al quale pare che anche il giovane Leonardo da Vinci abbia lavorato negli anni in cui era a bottega dal più anziano maestro. Uno dei capolavori assoluti della scultura rinascimentale.

DSCF4771

Avrei dovuto dire: quasi tutti sanno del Colleoni. Laginelagianna, infatti, erano troppo prese dalla politica e dalla sociologia, dall’urbanistica e dalle insalate di riso, da qualunque cosa avesse una connotazione culturale nel senso più punitivo per considerare l’arte nient’altro che una perdita di tempo per superficiali ed edonisti. Alla richiesta del prof non sapevano cosa rispondere e così presero tempo. E quando capì che quello che il prof cercava era un monumento a cavallo, la Gianna trionfante prese in mano la situazione e il volante e con la Gina che per una volta faceva quella che seguiva lo portò sotto al monumento col cavallo. Lo conosceva bene, lei, ci passava davanti col vaporetto tutte le mattine quando stava al Lido. Peccato che era il cavallo sbagliato.

DSCF5820

Quando si trovò davanti l’umbertina baracconata del monumento a Vittorio Emanuele sulla Riva degli Schiavoni, il prof cercò di illudersi che le sue discepole stavano scherzando. Poi dovette realizzare che non era così e che i suoi virgulti l’avevano tradito. Spero per lui che se ne sia fatta una ragione e abbia cercato altrove le sue soddisfazioni; forse però, sul treno di ritorno, gli occhi del fiducioso pedagogo stillarono delusi una solitaria lacrima.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Amarcórd. Contrassegna il permalink.

7 risposte a Le inseparabili

  1. Renza ha detto:

    Godibilissimo pezzo, nonchè istruttivo. Grazie!

  2. Ah l’infelice vita dei docenti, magra di soddisfazioni …

  3. Maragià del Bangalore ha detto:

    Ma, uno degli altri coinquilini era, per caso, quel tizio con la testa troppo lunga? uno di Cattolica, mi pare…

  4. gabrilu ha detto:

    Posso dire una cosa che già sai? Sai narrare molto bene

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...