Cacciato dal paradiso

canetti

Elias Canetti veniva da una famiglia di spagnoli che, seppure da secoli trapiantata prima in Anatolia e poi in Bulgaria, conservava la lingua degli antenati cacciati alla fine del Quattrocento dalla penisola iberica. Nacque quindi parlando spagnolo e bulgaro e acquisì poi l’inglese e infine il tedesco, che avrebbe scelto come propria lingua letteraria. Seguendo la sua narrazione, il lettore di La lingua salvata. Storia di una giovinezza, prima parte di una trilogia autobiografica (Adelphi, traduzione di Amina Pandolfi e Renata Colorni) è istintivamente portato a istituire un collegamento fra il titolo, bellissimo, e il ricordo di questa infanzia randagia e di questo stratificarsi di lingue e culture.
Eppure credo che in questo caso l’italiano sia per noi fuorviante. Die gerettete Zunge suona il titolo originale: quindi la lingua è quella che sta in bocca, non la lingua parlata. E infatti il primo ricordo registrato e conservato da Canetti bambino è quello, “intinto di rosso”, dello scherzo-minaccia dell’innamorato della sua bambinaia, che fingendo di tagliargli la lingua con un coltellino lo invitava senza parlare a mantenere il silenzio su quello che vedeva.
L’infanzia del futuro premio Nobel per la letteratura si snoda in tappe segnate dagli spostamenti della famiglia. La prima nella natale Rustschuk sul basso Danubio, poi a Manchester, Vienna, Zurigo. Gli anni bulgari sono quelli della vita nel clan familiare, in case che sembrano trasportate direttamente dall’Oriente, coi ricordi di servi, del nonno-padrone e della nonna che visse la propria vita adagiata come Shéhérazade sul divano. Gli anni inglesi sono devastati dalla morte improvvisa del padre, che lascia il piccolo Elias e i suoi fratelli nelle mani di una giovane madre con la quale lo scrittore vivrà un rapporto strettissimo ma difficile.
Questa madre che passa le serate con la testa appoggiata al pugno a leggere Strindberg e a sognare il Burgtheater, con la quale Canetti bambino legge Schiller e Shakespeare e con sofferenza impara il tedesco, questa madre alla quale il gelosissimo Elias non concede neppure il piacere di un corteggiatore, è il personaggio cardine della vita e della formazione del giovane scrittore. La adorerà appassionatamente ma sarà felice lontano da lei, unico maschio in uno strano pensionato di Zurigo popolato di sole donne, e la riempirà di lettere nelle quali le racconterà ogni dettaglio della sua vita: gli amici, le letture, le scoperte.
A Zurigo Canetti incontra spesso Ferruccio Busoni che porta a spasso il cane e al tavolo di un caffè vede Lenin prima del suo viaggio di ritorno in Russia. Lontano dalla madre si illude di iniziare un proprio autonomo cammino di autoformazione: sogna di fare l’esploratore, frequenta conferenze, sceglie da sé le proprie letture. L’infanzia termina quando lei irrompe in questa vita che ha raggiunto una sua tranquilla e compiuta perfezione, lo strappa a questo sogno e lo getta quasi con violenza nell’inferno del mondo reale:
Io cercai di oppormi con ogni mezzo al tasferimento, ma lei non volle sentir ragioni e mi portò via. Il paradiso zurighese era finito, finiti gli unici anni di perfetta felicità. Forse se lei non mi avesse strappato da lì avrei continuato ad essere felice. Ma è anche vero che venni a conoscenza di altre cose, diverse da quelle che sapevo in paradiso. E’ vero che io, come il primo uomo, nacqui veramente alla vita con la cacciata dal paradiso.

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9 risposte a Cacciato dal paradiso

  1. gabrilu ha detto:

    Che libro stupendo (ed ottima la tua recensione)! Letto anni fa, riletto pochi mesi fa. Ti consiglio anche i successivi volumi dell’autobiografia. Non sono all’altezza di questo, ma interessantissimi per svariati motivi.
    Ciao! 🙂

    • Winckelmann ha detto:

      Sono già in programma, assolutamente. Assieme ad almeno sei altri libri che ho recuperato leggendo il tuo blog; ogni volta che passo di là mi si allunga la lista degli acquisti…

  2. michele s. ha detto:

    non ricordo quando ho letto questo bellissima autobiografia, dev’esser stato parecchio tempo fa, anche se lei con il suo splendido tratteggio mi ha fatto tornare alla mente quel momento della mia vita in cui la giornata non poteva concludersi o aprirsi se non con la lettura di qualche pagina di questo gigante del novecento letterario; l’incipit del coltello brandito dal fidanzato della bambinaia che sul pianerottolo terrorizza un canetti treenne non si può dimenticare, assieme a moltissimi altri alti momenti della narrazione della lingua salvata che lei ha cristallizzato e sintetizzato così bene in poche righe, il contrasto di canetti con la mamma che lo aveva iniziato alle letture di shakespeare (coriolano era la loro tragedia preferita che ogni sera recitavano in coppia nel chiuso della casa) per la scelta della futura compagna veza, l’invidia irrazionale e incomprensibile per il fisico di un suo amico paralitico (forse questo però è un altro momento della sua autobiografia); il suo è quasi un invito a rileggere la trilogia della formazione canettiana, chissà se un autore o un romanzo possono avere lo stesso sapore in distinti periodi della propria vita; solo un consiglio mi permetto di suggerirle: dopo aver letto gli altri due volumi, vada in libreria e si compri autodafé, uno dei capolavori assoluti del novecento letterario; se sarà in grado di portarlo a termine (autodafé è un testo indigeribile e ostico anche per un cannibale della lettura ed è l’unico romanzo d’immaginazione scritto da canetti), forse non avrà raggiunto quello stato di soddisfazione che si cerca con ostinazione negli eventi della propria vita, ma certamente ne sarà appagato come quando ha riposto la quarta di copertina di un qualsiasi testo di kafka sul comodino della sua camera da letto (naturalmente dopo averne terminato la lettura e non per l’abbandono al suono del gong); cordialità michele s.

    • Winckelmann ha detto:

      “chissà se un autore o un romanzo possono avere lo stesso sapore in distinti periodi della propria vita”…

      Non sempre: si cresce, si cambia, si matura (e in certi casi a partire da me ci si rincretinisce…). Un esempio me l’ha dato proprio questo libro, che in realtà avevo già letto nemmeno moltissimi anni fa e che senza essermi particolarmente dispiaciuto mi era scivolato addosso come acqua fresca, al punto che la copia che lessi allora non la trovo nemmeno più per casa.
      Poi la rilettura e la scoperta di qualcosa che prima non mi aveva nemmeno sfiorato.

  3. gabrilu ha detto:

    Assolutamente d’accordo con Michele S. a proposito di “Autodafe”. La prima volta che lo lessi, anni fa, lo divorai in tre giorni. Riletto l’anno scorso, mantiene intatto il suo stranissimo fascino. Libro tosto, lo si ama o lo si odia, non tollera mezze misure.
    Nel volume autobiografico “Il frutto del fuoco” Canetti racconta genesi del romanzo e il perchè di alcuni temi centrali (il fuoco, ad esempio).
    Sconsiglio invece vivamente “Party sotto le bome. Gli anni inglesi”. Avrebbe dovuto costituire l’ultimo capitolo dell’autobiografia, ma Canetti morì quando tutto era ancora allo stato di bozze, appunti sparsi. L’operazione fatta dalla figlia (di pubblicare cioè egualmente il tutto) è una di quelle cose che fanno sempre molto discutere.
    Ciao!

  4. michele s. ha detto:

    mi avrebbe già sorpreso che qualcuno fosse riuscito a portare a termine la lettura di die blendung, ma che si abbia avuto anche la forza e la volontà di rileggerlo bè questo gabrilù mi porta ad avvicinarla al grande astigiano, anche se l’alfieri si autocostringeva allo studio e alla lettura legandosi alla sedia, spero che non sia stato così per lei; quanto agli anni inglesi concordo con lei, dev’esser stata un’operazione puramente commerciale; di canetti, amatissimo da lalla romano che aveva sul comodino sempre una copia dei suoi aforismi a disposizione per chiudere la giornata, ho letto quasi tutto eccetto massa e potere che ritengo ancora più indigeribile di autodafè anche se non privo di gran fascino per la ricerca pluriventennale operata su tutti i fronti dello scibile umano; mi faccia ricordare di die blendung il personaggio odioso di teresa inopinatamente sposata da kien/kant, lo spendido ma rivoltante personaggio di fischerle, il nano privo di cultura ma solido di carattere e di forza psicologica e poi lo stesso kien vero alter ego di canetti, chissà se canetti ebreo seferdita non abbia voluto con il suo apologo rappresentarci in anticipo la sventura e la tragedia del nazismo non ancora insediatosi in germania; e poi la biblioteca che kien si autocostruisce nel proprio cervello è quanto di più fantastico sia stato mai rappresentato in letteratura, in parte mi ha fatto tornare alla mente il vagabondo delle stelle magnifico personaggio di jack london; chiudo con magris che pur apprezzando il letterato canetti non ha mai manifestato gran simpatia per il canetti uomo solo perché gli fece fare anticamera con fare spocchioso; ma questo dimostra solo che i talentuosi chissà perché risultano sempre dei gran antipaticoni e che non bisogna mai giudicare un romanziere o comunque un artista dal suo carattere; cordialità michele s.

  5. gabrilu ha detto:

    @Winckelmann
    … e Strauss (Richard) direttamente nella fogna (parlando anch’io da melomane).
    Smile 🙂

  6. Renza ha detto:

    Vado a memoria. Ma di questa parte de ” La lingua salvata” ( che ho amato moltissimo, come i volumi seguenti della autobiografia di Canetti) ricordo la frase che la madre di Canetti gli disse, irrompendo nell’ Eden zurighese, ” Sei troppo felice, qui”.
    Di primo acchito, potrebbe sembrare esempio di crudeltà terribile, ma mi ritorna sempre in mente quando assisto all’ educazione che gronda melassa dei genitori di oggi

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