La rana in scatola

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Si è parlato parecchio nei giorni scorsi della scultura di Charles Ray, piazzata qualche anno fa sull’estrema punta della Dogana, davanti a quegli spazi che l’amministrazione Cacciari aveva dato in concessione al multimiliardario François Pinault per farci il secondo museo in città della sua collezione d’arte contemporanea. La ragione della discussione è stata la notizia della revoca, da parte dell’amministrazione comunale, della concessione al posizionamento della scultura, che la settimana prossima sarà tolta per lasciare il posto al lampione che prima dell’arrivo di questo ragazzino con la rana era lì da parecchi decenni. Il numero di quelli che auspicavano questa soluzione era alto e oggi non sono pochi a rallegrarsi della cosa. Fuoco alle polveri l’ha dato la settimana scorsa il critico Francesco Bonami, che in un articolo su La Stampa ha deprecato questa scelta bollandola di passatismo e ignoranza e istituendo, ad appoggio della propria opinione, ponti assai arditi fra ieri e oggi, nello specifico fra il Colleoni del Verrocchio in Campo SS. Giovanni e Paolo e il ragazzino di Ray alla Salute.
Premesso che sono di quelli che pensano che sia un bene che questa roba se ne vada di qui, devo dire che la cosa che mi ha infastidito di più è stata la spocchia e la presunzione con la quale Bonami, nell’articolo e in una replica successiva, si è rivolto a chi non la pensava come lui. Cercherò quindi di motivare la mia opinione senza farmi condizionare dalla profonda antipatia per il signore in questione e senza neanche sfiorare il dilemma se stiamo parlando di un’opera d’arte o no. Non mi importa, fosse anche la Pietà di Michelangelo se ne dovrebbe andare da lì. Ma andiamo con ordine.

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Prima di arrivare ai Magazzini della Dogana François Pinault, proprietario di una marea di cose fra le quali pure la casa d’aste Christie’s, si era già comprato Palazzo Grassi. Operazione perfettamente lecita, dato che si trattava di un immobile privato venduto a un altro privato. Gestito dal precedente proprietario, il palazzo era stato per parecchi anni sede di grandi mostre, alcune bellissime e altre inutilissime, molto pubblicizzate e sempre visitate da folle oceaniche. I tempi per queste cose erano chiaramente passati e Pinault ha trasformato l’edificio (dopo una ristrutturazione affidata a Tadao Ando) nella sede della propria collezione di arte contemporanea. Da semplice abitante di questa città non posso fare a meno di rilevare che le code che eravamo abituati a vedere davanti al palazzo sono praticamente da subito scomparse. Non solo: del palazzo, delle sue mostre e delle opere che contiene nessuno parla e nonostante faraonici allestimenti che spesso invadono il campo antistante l’entrata e pure il tratto di Canal Grande davanti alla facciata, l’esistenza di questo museo nel sistema dei musei cittadini è a tutti gli effetti ignorata. Nulla di paragonabile, per restare su strutture analoghe, al Museo Guggenheim non troppo lontano da lì, che non solo è un’icona per tutti i turisti con targa USA ma che ha un’attività culturale ed espositiva intensa e di qualità altissima.
Ma Cacciari voleva un museo di arte contemporanea anche alla Dogana, e siccome non aveva niente da metterci dentro decise di dare il museo in outsourcing. Ci fu una sorta di gara, la Guggenheim fu fatta fuori con motivazioni per quel che ricordo anche imbarazzanti e se la vinse Pinault, che richiamò Tadao Ando (che ha fatto un lavoro obiettivamente bellissimo) e poi ci mise dentro un altro pezzo della sua collezione. Ed aprì quello che temo sia diventato un secondo museo fantasma, magari non come numero di visitatori – non ne ho idea – di sicuro per quanto riguarda l’impatto sulla vita culturale della città.
Ma Pinault a quanto pare può avere quello che vuole: dalla fermata del vaporetto allo spazio pubblico che gli serve per piazzare gigantesche sculture fuori del museo. Quella di Charles Ray è solo un po’ più grande del vero ma sta in un luogo molto particolare. Lasciamo perdere il lampione su cui in tanti da entrambe le parti hanno detto sciocchezze: quella punta che si protende nel Bacino di San Marco davanti al panorama urbano probabilmente più celebre al mondo è sempre stata un posto magico, meta di coppie di morosi in cerca del luogo mitico cui legare la propria love story, ma anche di passeggiate solitarie, il posto dove magari finivi da studente la sera dopo la mensa e anche se si era in tre o quattro si stava lì un quarto d’ora zitti e muti, seduti per terra semplicemente a guardare e a sentirsi parte di una meraviglia quasi irraccontabile.
Oggi questo ragazzino bianco e lustro come fosse di plastica (e magari lo è, che ne so) ha spodestato tutti: di giorno è diventato la reginetta del luna park, circondato da folle di giapponesi, russi, finlandesi, indiani, aborigeni australiani e indigeni guatemaltechi, tutti accalcati a fotografarlo come fotografano le vetrine di Versace a San Moisè. Di sera e notte, rimessa al suo posto la scatola trasparente che la protegge (nelle foto la si vede perché sono state fatte la mattina presto) la statua sta lì badata a vista da una guardia giurata che, con la massima comprensione per le due gigantesche palle che presumibilmente si fa, non è il massimo per esaltare la magia di un posto.
Ecco, signor Bonami: per dirla con la massima sintesi, questo ragazzino con la rana per me e credo per molti altri che come me cercano di sopravvivere in questa città era diventato il simbolo stesso della svendita e della snaturalizzazione di Venezia. Noi passiamo la maggior parte della vita a barcamenarci in questa bolgia quotidiana che si è divorata la magia di una città che lei, probabilmente, non ha neppure mai immaginato. Sarà un disastro culturale se l’opera di Ray dovrà essere spostata dentro il museo? Non ho mezzi per asserire il contrario ma rivendico il mio diritto di abitante in questo luogo per dirle che non me ne frega nulla, che almeno questi quattro metri quadrati di riva li voglio vuoti e in pace sacrosanta come li ho visti e goduti per anni. Punto. Dalla demolizione del Settizonio al bombardamento degli Eremitani la storia dell’arte italiana ha vissuto decine, centinaia di disgrazie molto peggiori di questa. E se così facendo Venezia non diventerà la città che lei ha in mente mi viene da pensare una cosa sola: grazie al cielo!

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8 risposte a La rana in scatola

  1. marcoboh ha detto:

    che altro aggiungere? sottoscrivo dalla prima all’ultima parola

  2. Arim ha detto:

    A me sinceramente non importa un fico secco se in punta della dogana ci sta un lampione o il bambino con la rana, però non sarei mai così perentoria nel bocciare l’una o l’altra delle opzioni. Se una copia conforme originale del lampione ci restituirà la visione di una Venezia passata è anche vero che il bambino con la rana era il naturale vivere di una città che invece vorremo morta. Mi spiego meglio: Venezia non è stata fatta in un giorno. Come tutte le città del mondo è un succedersi di stili e pluralismi artistici che si sono sormontati e abbracciati nel corso dei secoli. A Pinault va dato il merito di aver riportato alla luce una zona ormai degradata e dimenticata dalla città come la punta della dogana e se il prezzo da pagare è l’apprezzatissima statua che poco impatta col paesaggio del bacino s. Marco e aggiunge un tocco di contemporaneità ad una città che tenta di sopravvivere alla propria sopraintendenza bloccatutto. Perciò non ci vedo nulla di male… La sera finito il trambusto turistico la punta della dogana torna ad essere il luogo magico e isolato dei vecchi tempi (con una statua ingabbiata anziché un lampione ma sempre meglio della inagibilità) e questo lo dobbiamo al sig. Pinault che ce l’ha restituita nella sua magnificenza. Rimettiamo pure il lampione ma, per un briciolo di riconoscenza, evitiamo almeno le polemiche.

    • Winckelmann ha detto:

      Abbiamo visioni diverse del concetto di città viva o morta. Io trovavo viva quella parte di città che porta alla Salute quando (e non parlo di un secolo fa) nelle case ci abitava la gente, nelle botteghe c’era il tabaccaio, l’alimentari e il verduraio e in campiello Barbaro lavorava un falegname. Dopo, e ben prima dell’arrivo di Pinault, tutta quella zona è stata trasformata in una specie di piccola città delle bambole: le case sono diventate alberghi, nelle botteghe ci stanno gallerie d’arte e barettini fighetti e di venti persone che trovi per strada forse due abitano ancora lì, mentre gli altri sono turisti intruppati nel loro vieni-guarda-vattene. Questo non è il naturale vivere di una città ma il trasformarla nel simulacro di se stessa, finta né più né meno di quella che sta a Las Vegas.

  3. gardentourist ha detto:

    Mi ero persa l’installazione di Charles Ray, chissà cosa troverò la prossima volta che potrò fare visita alla città… grazie da una turista intruppata che si sente sempre di troppo e al tempo stesso a casa – soprattutto alla Guggenheim 😉

    • Winckelmann ha detto:

      Per il momento la ranocchia è sparita, immagino che sulla punta sia in arrivo il lampione. La Guggenheim è un gran bel posto, io sono uno un po’ più da Ca’ Rezzonico ma nonostante questo mi piace sempre molto.

      • gardentourist ha detto:

        Ci ho appena fatto un salto con il virtual tour del sito, bellissima… ma direi che la Guggenheim è “più che sufficiente” per me (è uno dei pochi posti… di quel poco che conosco della città… dove mi sento a mio agio… sarà che non sono abituata al mare tutto attorno ;).
        Magari però il giardino di Ca’ Rezzonico ha il vantaggio di non avere tombe di cani… alla prima occasione andrò a vedere, grazie!

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