Amori, errori

Difficile dare una traduzione appropriata del titolo originale, che ne conservi sia il senso sia l’ovviamente ricercata musicalità che danno due parole quasi simili accostate: Irrungen, Wirrungen. Per quanto riguarda il senso, diciamo che una cosa del tipo Disordini, smarrimenti potrebbe essere più giusta di questo Amori, errori con cui uno dei più bei romanzi di Fontane è comunque ormai conosciuto in Italia.
Di Theodor Fontane ho già parlato qui, registrando l’occasione in cui scoccò fra noi il colpo di fulmine. Da allora ho letto molto del pochissimo che si trova tradotto in italiano: L’adultera, Cécile e Il signore di Stechlin. Restavano le cose più difficili da trovare, ma se uno ha una sorella che fa la libraia deve pur trovare il modo di farle aguzzar l’ingegno. E così l’ho sguinzagliata sulle tracce di questo grande scrittore e lei ci si è messa d’impegno, cosicché qualche tempo fa me la sono vista arrivare con una piccola pila di grandi tesori.
Il naturalista Fontane osserva al microscopio il mondo della Germania guglielmina. Non è Zola: non gli interessano la denuncia sociale o l’affondare il bisturi nelle pieghe più torbide della realtà contemporanea, ma non è nemmeno un accondiscendente ritrattista dei bei modi dell’alta società di cui, anzi, palesemente disapprova l’ipocrisia e l’attaccamento a codici e valori ormai trapassati. Non gli interessa neppure il costruire sviluppi drammatici di grande complessità o fornire descrizioni minuziosissime dei suoi personaggi, che ricevono però una splendida caratterizzazione dai dialoghi, costruiti con assoluta maestria.
Gli smarrimenti e i disordini del titolo sono quelli originati dall’amore fra il barone Botho von Rienäcker e la popolana Lene Nimptsch. Un amore nato per caso e vissuto nella consapevolezza della sua fine forzata, che arriva col più classico dei mezzi: la lettera della madre baronessa che implora il figlio di sposare una rampolla dell’alta società che, sola, può salvare la famiglia dal tracollo economico. Botho non è Don Chisciotte, ama Lene ma sa che “la tradizione determina il nostro agire. Chi le ubbidisce può anche perdersi, ma si perde sempre meglio di chi le si oppone”. Sposerà così la bella, bionda e un po’ vuota Käthe, adattandosi a una vita coniugale tranquilla e rispettabile ma restando per sempre con la precisa consapevolezza di quanto ha perduto.
Tradurre Fontane, scrittore minuzioso che impiegava due giorni ad abbozzare un romanzo e tre anni a completarlo, non dev’essere semplice, soprattutto là dove i diversi registri di linguaggio impiegati nella conversazione devono dare quel ritratto dei personaggi che lo scrittore ci nega trascurando ogni descrizione fisica. Non sono in grado di dare giudizi su questa traduzione, solo mi chiedo se veramente già nel 1870 le finestre delle case di Berlino si chiudessero con gli “avvolgibili”, e soprattutto se veramente sia il caso di tradurre “Unter den Linden” con “Viale dei Tigli”. A me pare di no, ma è facile che sbagli.

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9 risposte a Amori, errori

  1. Ipofrigio ha detto:

    Fai bene a parlare di traduzione. Per evitare il perpetuarsi della credenza che i libri si traducano da soli, mi permetterai addirittura di fare il nome del traduttore in questione, che è il mio amico Cesare De Marchi.

  2. ildiariodistefi ha detto:

    Unter den Linden andava lasciato così com’era, per me. Sugli avvolgibili passo.

  3. winckelmann ha detto:

    @ipofrigio: hai perfettamente ragione, e allora diciamo anche che a De Marchi si deve pure un’ottima introduzione al romanzo, che apre molti punti di vista che una lettura da profano come la mia non aveva nemmeno avvertito. Quanto agli avvolgibili, sia chiaro, la mia è solo una banalissima curiosità. I tedeschi sono capaci di averli inventati già nel 1746 🙂
    @ildiariodistefi: anche perché se no dovremmo dire “piazza Washington” e “via del sobborgo di Sant’Onorio”, che magari uno ci mette anche un po’ a capire di cosa si sta parlando…

  4. Ipofrigio ha detto:

    Quanto agli avvolgibili, sia chiaro, la mia è solo una banalissima curiosità. I tedeschi sono capaci di averli inventati già nel 1746 🙂

    Chissà. È proprio il genere di cosa che potrebbero avere inventato loro… De Marchi vive in Germania da molti anni e la sua meticolosità in questioni di lingua è proverbiale: mi fiderei di lui.

  5. “…e soprattutto se veramente sia il caso di tradurre “Unter den Linden” con “Viale dei Tigli”. ”
    Sempre meglio di quella traduttrice di un romanzo di Leavitt che tradusse Port Authority (la famosa stazione dei bus a NYC) con autorità portuale e glory hole con buco della gloria.

  6. tiziana ha detto:

    Questo libro l’ho letto,ma l’ho trovato molto meno avvicente di Effi Briest, è stato per me un pò una delusione…
    Comunque ti scrivo per segnalarti una grammatica tedesca che secondo me si addice alla perfezione ad uno che usa i ciappini ( traduzione: mollette da bucato) come fai tu.
    Si chiama “Deutsche Grammatik fur Italiener” di Hans Scollo.
    Mi sono incuriosita dopo averne appreso l’esistenza su Internet, l’ho acquistata e devo dire che la sto trovando illuminante su molte questioncelle ancora per me parecchio paludose come la declinazione dei nomi e le reggenze verbali.
    E’ vecchio stile,rigorosa,ma da più risposte rispetto alle grammatiche che ho consultato fino ad oggi.
    Vai a dare una occhiata su internet…..
    Ahh… l’esame è andato bene ,

    • winckelmann ha detto:

      Bene bene bene, credo proprio di averne bisogno. A me questa maniera moderna di insegnare le lingue praticamente senza la grammatica non piace per niente: ho bisogno di regole chiare e ben definite, il sistema di ricavarmele dagli esempi andrà bene per gli adolescenti di oggi ma non per un vecio venuto su con la scuola tradizionale. Vado subito a vedere, grazie!

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  8. gabrilu ha detto:

    Ecco, leggere che anche tu ami Fontane (uno dei miei autori preferiti, di cui ho letto tutto quello che è reperibile in italiano) mi ha conquistata definitivamente.
    Bellissimo blog.
    Ed anche l’altro, quello sull’Opera.
    Ciao e grazie

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