L’arte della biografia

Può una persona che muore a 39 anni avere una vita sufficiente a riempire una biografia di centinaia di pagine? Irène Némirovsky l’ha avuta. Nata a Kiev, crebbe fra San Pietroburgo, Nizza e Biarritz, fuggì la rivoluzione e transitò in Finlandia e Svezia prima di approdare nella patria d’elezione, Parigi. La Francia la fece scrittrice famosa ma non le concesse mai la cittadinanza e assistette con una impassibilità la cui ferocia lascia sbigottiti alla sua fine: paralizzata dalle leggi razziali e braccata dall’occupante nazista e dal governo collaborazionista, fu costretta all’inattività e alla fuga da Parigi e poi, arrestata, fu uccisa col marito ad Auschwitz.
La storia della messa in salvo delle due figlie bambine e, con loro, della valigia che conteneva il manoscritto del romanzo che ha fatto rinascere la sua popolarità è ormai nota a tutti. Philipponat e Lienhardt hanno avuto accesso a una mole documentaria impressionante, ai taccuini, ai materiali conservati presso gli editori e a quelli dei pochi membri superstiti della famiglia. Il loro sforzo è stato quello non solo di ricostruire la vicenda biografica della Némirovsky ma anche di metterne in luce gli infiniti legami con la sua opera. Nei suoi romanzi e racconti, infatti, sono continuamente trasfusi e rielaborati gli appunti, le annotazioni e le osservazioni sulla vita reale che instancabilmente la scrittrice annotava sui suoi quaderni. Quello che ne esce è un affresco imponente, che rende un quadro preciso e dettagliato della vita culturale parigina degli anni Venti-Trenta e delinea contorni inaspettati del complesso rapporto che legò molta parte degli intellettuali e dell’editoria francesi all’antisemitismo e al nazismo.

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7 risposte a L’arte della biografia

  1. Spero che arrivi quanto prima al negozio di remainder dove prendo tutta l’Adelphi.

  2. tiziana ha detto:

    Haette ich so gern die Fortsetzung von “Suite francese”
    gelesen!
    Es ist uberraschend,dass sie in ihrem Buch die Figuren der Soldaten von Wehrmacht mit Symphatie vorstellen kann.

    Ps: perdonami gli eventuali svarioni,ma come sai,sono ancora in “addestramento”

    • winckelmann ha detto:

      Il villaggio dove la famiglia della Némirovsky si era rifugiata andandosene da Parigi visse in un’atmosfera tutto sommato tranquilla fino a quando i tedeschi lo occuparono, al punto che fra soldati e paesani si era stabilito un rapporto di convivenza. I problemi veri iniziarono quando i tedeschi furono richiamati sul fronte russo e a loro si sostituirono i pétainisti (chissà se si dice così). Questo ha sicuramente influenzato la descrizione dei soldati di Suite francese, ritratti in una situazione assolutamente analoga a quella che la Némirowsky stava vivendo mentre scriveva.

  3. L’Europa, nella veste di Angela Merkel, ci impone anche di scrivere i blog italiani in tedesco?

  4. tiziana ha detto:

    Ho letto il commento di vorreispiegarviohdio e mi sono messa a ridere. Carino! : )

    Anche mia madre mi ha sempre fatto dei resoconti idilliaci dei rapporti della popolazione con i militari tedeschi.
    Lei viveva a Piadena e all’epoca aveva 16 anni.
    Piadena era una zona strategica di grande importanza e così ci stavano soldati tedeschi in pianta stabile e dal momento che erano quasi tutti poco più che ragazzi e quasi tutti poco vogliosi di stare in guerra successe che familiarizzano con i piadenesi. In pratica ogni famiglia se ne adottò un paio. Il primo albero di natale nella storia di famiglia lo portarono in casa loro,con tanto di addobbi ( caramelle) e figurine di cartone. L’integrazione ebbe un successo tale che ,alla fine della guerra alcuni tornarono per
    chieder in moglie alcune ragazze del paese.
    Anche mia madre ebbe la sua brava love story.
    Lui si chiamava Tony ed era della zona di Salisburgo.
    Si era attaccato tantissimo anche a mia nonna,che chiamava mama, e mi hanno raccontato che ogni volta che tornava da qualche trasferta, improvvisava indiavolati balletti nel cortile per la felicità. Ma lui un giorno,da una trasferta non è più tornato. Mia madre è sicurissima che sia morto in qualche bombardamento . Io, a differenza di mia madre,credo che avrei fatto il diavolo a quattro per sapere che fine aveva fatto. Ma tant’è….. E’ gia passato mezzo secolo e non lo sapremo mai,ricordiamo solo che quel soldato tedesco si fece 20 km a piedi nella neve alta per procurarare una pastiglia del mal di denti a mia nonna e che ascoltava ogni sera radio Londra in cantina con mio nonno.

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