La verità del serpente

I tempi di Un delitto fatto in casa e de L’isola che brucia sembrano lontani. Come in tutti i gialli il morto c’è ma arriva a pagina 151; un racconto che potrebbe probabilmente occupare 15 pagine viene diluito in quasi trecento facciate di nulla, di anodine descrizioni, di conversazioni di agghiacciante banalità, di arredamenti eleganti, di giovani sempre biondi e bellissimi, di champagne sempre ghiacciati alla perfezione, di gay sempre ricchi e pieni di fascino, di signore di grande e aristocratica classe. Fra questi, come sempre, le consuete macchiette farinettiane: la cuoca-governante brontolona ma dispensatrice di squisiti manicaretti e la bellona tettona e volgarona, un po’ cretina ma simpatica.
La Venezia in cui il romanzo si svolge (principalmente in una villa al Lido, ovviamente bellissima e di squisito charme) è apparentemente descritta con maniacale e naturalistica attenzione al dettaglio, ma è altrettanto artificiale e finta di quella di Donna Leon: non basta girellare per le strade sconte di Castello e appuntarsi nomi di calli e di bàcari per ritenere di dare un’immagine “vera” della città, lontana dagli stereotipi del turismo. Men che meno è, questa, un’immagine “letteraria”; piuttosto un elegante, dettagliato e sempre troppo dimostrativo fondalino alle poco credibili avventure di questa manica di pupazzetti, ritagliati nel cartone ma vestiti da Burberry e Chanel.
Poca sostanza diluita in una sconfortante sovrabbondanza di parole inutili. Mi dispiace, proprio un brutto libro.

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2 risposte a La verità del serpente

  1. Il penultimo (Un segreto tra noi) mi era paiciuto molto, quasi ai livelli del primo. Forse perchè di ambientazione completamente diversa, più schietta: le famiglie contadine langhotte durante la guerra partigiana. Il bel mondo dei Guarnieri et similia ha stufato, non sa più come ricicciarlo.

  2. 'povna ha detto:

    Finito ora. Condivido il giudizio complessivo, e anche molto dell’analitico. Aggiungerei, quanto meno, una prece per una lingua presuntuosa e (in realtà sciatta), una certa sconclusionatezza dell’intreccio (personaggi inutili, che si risolvono in comparsate) e soprattutto il centone letterario della Venezia che conta da Dizionario letterario.

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