L’a pìs un pò m’a tòt…

Non ho scoperto io il potere evocativo di un’azione o di una sensazione apparentemente insignificanti: sappiamo tutti cosa ha scatenato quella volta il tuffo di una madeleine in una tazza di tè. Beh, la mia romagnola madeleine l’ho avuta questa sera. Una sera d’autunno, non fredda ma un po’ velata, all’ora di cena è buio già da un pezzo e io esco per andare al chiosco delle piadine di là dalla strada. Ormai la piadina la si trova in qualunque bar, farcita di qualunque cosa oppure (orribile visu!) tutta arrotolata a formare un poco invitante oggetto che nessuno qua ha mai visto prima.
In Romagna, invece, la piadina si mangia a tavola al posto del pane. La si fa sempre meno in casa e la si compra di solito in uno dei tanti baracchini che si trovano un po’ dappertutto, casotti un tempo smandrappati e rattoppati e oggi tutti uguali e ricondotti alle norme igienico sanitarie. La nostra piadina, la pìda, si mettano gli altri il cuore in pace, non ha nulla a che fare con quella dei bar o del supermercato. Ricevere dalle mani della signora del baracchino il bianco sacchetto che contiene le piadine tagliate a metà e appena tolte dalla teglia e mangiare il primo pezzo ancora per strada, caldo e fragrante, è un’esperienza che conduce diritta alle porte del paradiso. Soprattutto se a farla è uno che se ne è andato da qua e ci torna ogni tanto, a ritrovare frammenti di un passato sempre più lontano.
E così mi ricordo altre sere d’inverno, quando venivo mandato a comprare la piadina in un altro baracchino che allora stava qualche centinaio di metri più in là, davanti alla bottega del meccanico di biciclette, e camminavo nella nebbia con le mani in tasca e in mano le monete. Una piadina costava cento lire, quattro piadine quattro monete. Ricordo queste attese nel freddo, di qua il gruppo dei clienti appena distinguibili nel buio e di là, nel quadrato di luce, due donne in carne e col grembiule azzurro: una armata di mattarello tirava la pasta e l’altra aiutandosi con un coltello girava le piadine che si stavano cuocendo sulle teglie di terracotta. Si aspettava il proprio turno con santa pazienza, sperando che quelli prima non dovessero prenderne troppe, e poi si tornava a casa rosicchiando il primo pezzo bollente e badando bene a non tenere chiuso il sacchetto, perché la piadina calda deve respirare, se no l’a s’ingiogia. Infatti, appena arrivavi a casa la mamma te la toglieva di mano e la stendeva sul mobile della cucina, in piedi, a intiepidirsi.
C’è una inspiegabile legge di natura per la quale fa la piadina buona chi la fa tutti i giorni. Fermarsi e non farla per un po’ significa avere risultati insoddisfacenti quando si ricomincia. Per questo molte mamme, già negli anni in cui una mamma doveva prima di tutto cucinare e poi pensare a tutto il resto e infine solo se c’era tempo pensare a se stessa, già allora le mamme avevano smesso di fare la piadina in casa. Eppure sarebbe una cosa velocissima: ricordo quando mi fermavo a cena da un mio compagno di studi che in casa sua la piadina veniva impastata e cotta mentre la famiglia veniva chiamata a tavola: la figlia femmina apparecchiava e la mamma stava alla teglia e in due minuti era in grado di preparare tutto. Quando ero piccolo capitava ancora, soprattutto in campagna, di trovare famiglie che mettevano lo zucchero nell’impasto. Era un retaggio antico, come quello che voleva il cedro candito aggiunto al ripieno dei cappelletti. A noi, che eravamo cittadini, non piaceva più perché si sa che il salato deve stare col salato, il dolce col dolce.
A chi si interroga sul titolo di questo post: è l’inizio di una vecchia canzonetta che dice L’a pìs un pò m’a tòt / la pìda s’é parsòt: piace un po’ a tutti la piadina col prosciutto. Un’altra canzoncina recitava:

La mì burdéla
t’an ‘tcì bòna ad’ fé la pìda
o c’la n’è còta
o c’lè tòta imbustarghìda

Bambina mia, non sei capace di fare la piadina: o è cruda o è tutta bruciata. C’era da preoccuparsi per chi aveva una figlia così: chi se la sposa una che brucia la piadina?

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6 risposte a L’a pìs un pò m’a tòt…

  1. tiziana ha detto:

    Mi hai fatto venir fame.
    Ma ,a parte questo,chi te lo dà più lo strutto per farla?
    Perchè,se ben ricordo,quella autentica dovrebbe essere fatta con lo strutto,o sbaglio?

  2. Stefi ha detto:

    Non tenerci sulle spine, com’è la vera ricetta della piadina? E come si cuoce?
    E poi vediamo se con un po’ di pratica riusciamo a farla in due minuti come la mamma del tuo compagno.
    Stefi

  3. winckelmann ha detto:

    @Tiziana: certo che ci vuole lo strutto. Non vorrei dire corbellerie, ma credo che in Romagna lo si trovi ancora con una certa facilità, anche al supermercato, in comode vaschette richiudibili. Chiederò a mia mamma.
    @Stefi: la ricetta credo non vada oltre a farina, acqua, strutto, sale e un pizzico di lievito. Ma anche qui vado a spanne, per sicurezza è meglio aspettare la versione della mamma. Comunque non ci si mette a fare la piadina se non si è in possesso della teglia per cuocerla. Può anche non essere quella filologica in terracotta, ma almeno quella di metallo bisogna averla.

  4. marcoboh ha detto:

    lo strutto si trova pure a roma, al supermercato. bisogna vedere che strutto è.
    che poi ne ho mangiate anche con l’olio d’oliva, erano buone pure quelle. probabilmente fa più l’esatta cottura (con la teglia sua) che il tipo di grasso che ci si mette.
    filologia a parte, certamente 🙂

  5. mosco ha detto:

    che io sappia non c’è LA ricetta per la piada: quella di Gabicce non assomiglia a quella di Riccione. Gli uni mettono il lievito, gli altri inorridiscono a sentirlo dire, per esempio.

    Qui (Südtirol) lo strutto si trova dal macellaio, in italia non saprei 😉

    a proposito di orrori, la piada con la nutella, in che categoria la metti?

    (io che ne so di piada? cognato di riccione. mi fa la piada e anche i cassoni con le rosole. slurrrrrp!)

    • winckelmann ha detto:

      Assolutamente vero, così come il dialetto la piada cambia anche fisicamente spostandosi di pochi chilometri: sottile, grossa, grande, piccola, più grassa, più asciutta. Ma naturalmente ciascuno è convinto che la sua sia l’unica vera e originale.
      La piada con la Nutella la metto, appunto, nella categoria degli orrori. Al capo opposto c’è la suprema di tutte le beatitudini, la prova gastronomica dell’esistenza di Dio: la piadina calda con la mortadella.

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