Io sono Li

Li non significa ma è il nome della protagonista, una giovane cinese che lavora in Italia. Lavora nel buio: deve rifondere l’organizzazione che le ha pagato il viaggio ma non sa a quanto ammonta il suo debito né quando questo sarà saldato. Sa solo che prima o poi qualcuno le darà la notizia della propria liberazione dallo stato di serva e che quel giorno l’organizzazione le farà arrivare il figlio che ha dovuto lasciare in Cina col nonno pescatore.
Li viene mandata a Chioggia a lavorare in un bar, una vecchia osteria su un canale, frequentata da una varia umanità: pescatori, bulletti, un sedicente avvocato. Incontra qui un vecchio pescatore, anche lui “straniero” perché arrivato tanti anni prima dalla Jugoslavia: basta quella specie di amicizia che nasce fra i due a disorientare gli amici dell’uno e i datori di lavoro dell’altra. E qui mi fermo.
In arrivo dal Festival, Io sono Li è un’opera prima poetica e commovente. Andrea Segre è stato fino ad oggi regista di documentari e la qualità eccezionale delle immagini lo dimostra. Gran parte del film si svolge in laguna e per le strade di una Chioggia invernale che mi ha immediatamente evocato il ricordo della Venezia che ho conosciuto trenta e passa anni fa. Bellissimo, da non perdere.

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