Per la selezione della specie

Sono le tre del pomeriggio, la temperatura sotto il sole sfiora probabilmente i quaranta gradi. Alla fermata del vaporetto si suda come dentro una fornace e fuori non si può uscire perché il sole picchia implacabile. Oltre a me, ci sono pochi altri residenti: qualche signora col carrello della spesa, due o tre ragazzini. Poi ci sono i turisti, le valigie, gli zaini, le mappe, le ciabatte, le macchine fotografiche, il cicaleccio interminabile di cinque, sei, sette lingue sovrapposte una all’altra. Il caldo rende tutti insofferenti: ho un moto di stizza quando un francese con la barba di Noè mi si piazza schiena contro schiena e prenderei a schiaffi l’americana con zaino sulle spalle che si muove nella calca come fosse Carla Fracci col suo tutù, dando botte a destra e a manca.
Il vaporetto arriva, strapieno. La marinaia al barcarizzo è una giovane stagionale che urla alla gente come una pecoraia al gregge: “via! forza! lasciar scendere! lasciar libero! scendere presto! diretto per San Marco Lido sbrigarsi! andiamo!”. Cerco di trovarmi un briciolo di spazio fra ascelle sudate, lo zaino della cretina e giapponesi che vogliono affacciarsi per far fotografie, mentre una signora col carrello ha una mezza crisi isterica non so perché e due spagnoli che prima sono saliti e poi hanno chiesto se andiamo a piazzale Roma, adesso strillano perché vogliono scendere.
Alla fine partiamo. Sono schiacciato contro la parete e il barcarizzo sotto il sole a picco, sudato e puzzolente e odio l’umanità. Guardo la città dall’acqua e poco ci manca che odio anche lei. All’improvviso lo tsunami, l’americana si agita, tutti afferrano quello che possono per tenersi in piedi: un lancione da turismo ci passa di fianco in velocità facendoci ondeggiare come nel mare in tempesta. San Marco splende nel sole con i suoi cartelloni pubblicitari. Vorrei vivere in qualunque altro posto, ma non qui.
Italia Nostra ha invitato l’Unesco a togliere a Venezia lo status di patrimonio dell’umanità, confidando nel fatto che un gesto di tale gravità possa sensibilizzare amministrazione e cittadini nei confronti dell’attuale processo che, fra incuria ambientale ed esasperazione del turismo di massa, sta portando la città al collasso. Per tutta risposta, il sindaco ha reagito con toni isterici scagliandosi contro i passatisti, quelli che dicono sempre di no, quelli che vorrebbero la città più abitata e poi si lamentano della troppa gente. Evidentemente, il caldo dà alla testa anche ai sindaci.
Caro Orsoni, dai retta a uno che ti ha pure votato. Fatti ogni tanto un giro in vaporetto, alle tre del pomeriggio con quaranta gradi. Goditi la tua meravigliosa città in queste condizioni, inebriati del sudore di tutti e cinque i continenti sui carri bestiame dell’azienda di trasporti urbani più cara al mondo. Poi vediamo che succede, magari un primo, microscopico dubbio su quella Venezia che consideri la città del futuro ti viene. Magari.

I dossier di Italia Nostra su Venezia sono qui.

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