Una questione di sopravvivenza

Coi libri già letti Pepe Carvalho ci accendeva il caminetto. Per anni ho trovato orripilante questo passatempo: qualunque libro è sempre stato per me un essere vivente più che un oggetto, e l’idea di buttarlo nel camino o nella spazzatura mi ha sempre fatto l’impressione di un assassinio. Dirò di più: mi ha sempre fatto inorridire chi apre completamente i libri in brossura facendo le righe sulla costa, oppure chi piega gli angoli delle pagine per tenere il segno, o chi utilizza sulle pagine qualunque cosa che non sia una matita morbida.
Col passare degli anni, e col progressivo riempirsi di carta di ogni centimetro libero di casa mia, mi sono accorto però che il mio rapporto coi libri si è modificato. E un poco per volta mi sono trovato a chiedermi: veramente tutti i libri meritano di essere conservati?
Ci sono libri belli e libri brutti, si sa, ma magari il problema si riducesse a questo. Ci sono libri utili e libri inutili, libri non riusciti ma la cui esistenza ha un senso, libri che non passeranno mai alla storia ma che hanno un significato importante nella nostra vita, come anche capolavori legati a un ricordo talmente brutto che la sola loro presenza in casa ci mette a disagio. Libri che abbiamo comprato dieci anni fa e non ancora letto ma per i quali sappiamo che il momento verrà, libri che non leggeremo mai da cima a fondo ma ai quali ricorriamo quando serve, libri che abbiamo letto e anche superficialmente apprezzato ma che una volta finiti sono scivolati via come niente fosse stato.
E poi c’è un’ineluttabile verità, alla quale tutti dovremmo cercare di abituarci una volta arrivati a una certa età: ci sono libri, la maggior parte dei libri che abbiamo letto, che non rileggeremo mai più.
E così già da qualche anno, da quando ogni spazio vuoto dei miei meravigliosi quindici metri quadrati di libreria (senza contare gli scaffaletti minori) è scomparso, ho preso l’abitudine, una volta terminato un libro, di valutare se tenerlo o no. Che non significa buttarlo: sono pochissimi i libri che ho buttato, e si trattava sempre di pretenziose ciofeche per le quali era inutile sforzo il mettersi a cercare qualcuno interessato ad averli. No, quello che decido di non conservare semplicemente lo regalo, oppure lo dimentico in treno, in vaporetto o su un tavolo all’università. Preferisco pensare di avergli dato un’occasione per fare con qualcun altro quell’incontro importante che con me non c’è stato, piuttosto che vederlo infilato a forza in uno scaffale a raccoglier polvere e a rubarmi preziosissimo spazio.
Con tutto questo, però, i libri che se ne vanno sono sempre meno di quelli che restano e le tecniche per sfruttare lo spazio fino all’ultimo millimetro sempre più sofisticate. E quando la situazione si fa ingovernabile, allora do il via alla grande selezione. L’ultima c’è stata la scorsa primavera: con rigoroso discernimento ho valutato ogni singolo tomo dello scaffale più alto. Qualcosa è finito nella spazzatura, parecchio di più in un carrettino per la spesa con cui mi sono presentato a una collega avida lettrice e con casa nuova e semivuota. Lei ancora mi benedice, io ho guadagnato quasi due metri lineari di scaffale.

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Una risposta a Una questione di sopravvivenza

  1. Isidoro ha detto:

    Benvenuto nel club. Io (che sono piu’ ruspante di te) ho cominciato da tempo a vendere i fumetti su e-bay. Col ricavato ci compro dei libri. Avrei portato volentieri un bel po’ di libri anche ad una bancarella dell’usato, se non me lo avesse impedito la mia dolce meta;, che conserva anche i libri del liceo. Ma prima o poi di nascosto organizzero’ una spedizione.

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