La Bella di Roma


Quando sono nato mia nonna aveva 47 anni, era vedova da sei e sei figli aveva tirato su da sola. Era una tipa tosta: ultima figlia di un secondo matrimonio, aveva perso la madre da bambina e a vent’anni si era sposata, incinta, con un quasi coetaneo che aveva perso entrambi i genitori nell’epidemia di Spagnola. Mio nonno non fu molto più fortunato dei suoi: fra guerra, prigionia e sanatorio passò fuori di casa una buona parte del tempo che gli restava e la tbc se lo portò via a 43 anni.
Così mia nonna tirò su i figli facendo prima la magliaia e poi l’operaia all’Arrigoni. Abitavano in una stecca di alloggi popolari costruita nel ’47 per chi aveva avuto la casa distrutta nei bombardamenti. In quell’appartamento, che molti anni dopo lei riscattò e trasformò in una specie di piccolo tempio Secondo Impero (non aveva gusti sobri, proprio no), io ho passato gran parte della mia infanzia, a sgambettare dietro alle zie adolescenti che si laccavano i capelli con la birra e avevano un cassetto pieno di 45 giri o, come ho già raccontato, a cercare di evitare elegantemente il giovane zio trotzkista-leninista e i suoi comizi.
Mia nonna era alta, a essere generosi, un metro e sessanta scarsetto e a una certa età somigliava ad Alberto Sordi. Non ho mai visto sue fotografie da ragazza, perchè tutto andò perso sotto le bombe (per lo stesso motivo non ho mai visto una foto di mia madre da bambina). Uno dei suoi racconti più gettonati era quello che riguardava la sua mitica interpretazione della Bella di Roma, che in gioventù le aveva procurato, a suo dire, trionfi da far impallidire quelli di Adelina Patti. Ora, cosa fosse questa Bella di Roma (un personaggio, il titolo di una commedia o cos’altro) nessuno l’ha mai saputo, nè si è mai saputo dove mia nonna abbia esibito queste sue strepitose qualità artistiche. A pensarci adesso, immagino che sia stata una recita in parrocchia e niente di più, ma quando da bambino la sentivo raccontare io la vedevo vestita di un morbido peplo e distesa su un triclinio, al centro di un palcoscenico montato in mezzo alla piazza, davanti a tutta la città in visibilio.
In casa, la sua tempra di grande attrice veniva fuori nei furibondi litigi con i miei zii. I suoi cavalli di battaglia sono rimasti celebri in famiglia: Vut’ e’ sang? tùa! (=Vuoi il sangue? prendi!), oppure Me a’ t’ho fat, at’ pos nénca ‘mazé (=Io ti ho fatto, ti posso anche ammazzare) e così via. Mio padre, permalosissimo nato in una famiglia di permalosi, ha sempre detto che un decimo di quello che da mia nonna si urlava in una sola litigata, in casa sua avrebbe comportato mesi di silenzio e musi lunghi. Invece, dalla Bella di Roma la tempesta passava come un temporale d’agosto, senza lasciare tracce.
Durante una delle sue sfuriate, nata da una disputa con una zia sulla proprietà di un candeliere di ceramica, proclamò solennemente che avrebbe lasciato nelle sue memorie imperitura testimonianza di quello che secondo lei era un imperdonabile sopruso. E nello sbigottimento generale (nessuno si aspettava che oltre che attrice fosse anche scrittrice) annunciò che a maggior disdoro dell’usurpatrice la sua autobiografia si sarebbe intitolata Il candelabro di Capodimonte. Tutti noi, figli e nipoti, abbiamo vissuto per almeno vent’anni con lo spettro del candelabro periodicamente resuscitato e sventolato come oscura minaccia, ma nessuno si è mai sognato di prenderlo sul serio. E male abbiamo fatto, perchè quando la nonna morì trovammo, in una casa strapiena di tutto quello che per una vita aveva desiderato senza poterselo permettere, una ventina di grossi quaderni fitti di una calligrafia elegantissima e riccioluta come quella di tutte le nonne di una volta, col racconto oceanico, interminabile, dettagliatissimo di tutta una vita.
Ci aveva fregato, tutti.

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7 risposte a La Bella di Roma

  1. cacioman ha detto:

    Pregasi fare immediatamentn blog con quaderni inediti nonna.

  2. marcoboh ha detto:

    appoggio in pieno la petizione dei cacioman.
    (ma era la nonna materna, quindi).

    • winckelmann ha detto:

      Nonna materna, richtig. I quaderni sono detenuti dallo zio ex trotzkista-leninista, che è persona affidabile e sicura e soprattutto non è tipo da far storie se glieli chiedo.
      Magari potrei proporre uno scambio con una copia miniata del “Capitale”.

  3. Che belli i racconti sui nonni. E’ una cosa che mi è mancata nell’infanzia: 3 dei miei nonni erano morti molto prima della mia nascita, l’unica che ho conosciuto stava a Genova e l’avrò vista una decina di volte in tutto e mi era pure antipatica.

  4. Pingback: E tanti auguri alla nonna | winckelmann in venedig

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  6. Pingback: Algida e postromantica, Josephine Eckhardt | Il cavaliere della rosa

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