La prova delle verze

Già altra volta ho citato le verze sofegae come ideale contorno per il piatto tipico della festa della Salute, la castradina. Ieri, immiserito da una giornata teterrima e piovosa da Mumbay nella stagione dei monsoni, ho deciso di cimentarmi nella loro realizzazione. In realtà sono facilissime da fare: in un tegame di coccio, soffritto di cipolla e aglio più pancetta, una spruzzata d’aceto e poi si cala la verza tagliata a listerelle sottili, lavata e tutto. Si mette il coperchio e si lascia lì, plop plop plop a fuoco molto basso per circa due ore. Ogni tanto, ma proprio ogni tanto, si rimesta delicatamente e si rimette subito il coperchio. Per chi non ha dimestichezza con le lingue, sofegae significa soffocate: chiuse nella pentola, le verze cuociono nella loro acqua e non hanno bisogno di nulla. Alla fine, si regola di sale e voilà. La foto qui sopra l’ho dovuta cercare in rete: le mie me le sono mangiate tutte prima di farmi venire in mente che avrei dovuto produrre una testimonianza della mia impresa culinaria.
Dimenticavo, se la castradina si mangia solo verso il venti di novembre, per il resto dell’anno la morte sua delle verze sofegae sono le costesine, ovvero le costicine di maiale, fatte prima rosolare a parte perchè perdano il grasso e poi messe nel tegame sotto le verze a finire di cuocersi.

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8 risposte a La prova delle verze

  1. marcoboh ha detto:

    uhm, mi ci cimenterò anch’io: queste verze soffocate promettono bene!

  2. Gan ha detto:

    @ marcoboh: ricordati che devi cimentarti con il Sancrao, prima!

  3. marcoboh ha detto:

    già… però il sancrao mi sono dimenticato come si fa…

  4. sid ha detto:

    ecco io credo di non averle proprio mai mangiate in versione castradina

  5. laVecchiaMarple ha detto:

    Mangiare le mangio, certo sono facilissime da fare, un po’ meno da digerire; e creano problemi di ventilazione, non solo domestica…

  6. marcoboh ha detto:

    sancrao: versione locale del sauerkraut, no?

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