Notte e nebbia a Venezia

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E’ passata mezzanotte, da sedici minuti siamo nel 14 novembre. Questo stesso giorno del 1978 arrivavo a Venezia, esattamente 31 anni fa. Non era la prima volta, Venezia era già stata meta di gite familiari, scolastiche e parrocchiali; quel 14 novembre 1978, però, ci venivo per restare almeno i cinque anni dell’università. Arrivai nel tardo pomeriggio, era già buio e la città era immersa nella nebbia. Avevo una vaga idea di come ritrovare l’affittacamere dove avevo trovato alloggio, c’ero stato una volta sola per prendere accordi. Non so se fu per la nebbia o se più semplicemente sbagliai vaporetto, sta di fatto che mi trovai a San Tomà con la mia valigia nuova e rossa e strapiena e pesantissima (sarei stato via cinque giorni ma per mia mamma era una partenza pressocché definitiva), mentre sarei dovuto scendere all’Accademia. Due punti vicinissimi tra loro, non più di dieci minuti a piedi, ma che quella sera stavano come su due galassie diverse. Impiegai due ore ad arrivare, camminando a tentoni nella nebbia. Fu un benvenuto impegnativo quello che la città  mi diede quella sera: “guardami, sono bella ma vivere qui non sarà una passeggiata”. E aveva ragione, oh se l’aveva.
Era diversa la città nel 1978. Esistevano i verdurai nelle Mercerie, un fornaio in Calle larga XXII marzo e dappertutto trovavi salumieri, panettieri, latterie. E da ottobre a marzo i turisti erano una rarità e la sera, dopo la cena in mensa, potevi andare a San Marco e avere la piazza tutta per te. Solo quando morì, circa un anno dopo il mio arrivo, scoprii che abitavo a poche decine di metri da Peggy Guggenheim. Stavo in un ultimo piano nella Fondamenta di Ca’ Bala e spesso la sera scendevo in quella che oggi è una galleria d’arte e allora era una bottega di alimentari, a comprarmi pane e soppressa. Nelle osterie i banchi erano fin dalla mattina presto invasi dai piatti dei cicchetti, i bocconi da mangiare per fare un po’ di fondo alle ombre di vino: mezze uova sode con la giardiniera, acciughe arrotolate attorno a cipolline sottaceto, nervetti bolliti, sferiche polpette di carne cucinate nel sugo di pomodoro, baccalà mantecato. La mattina, sempre alla stessa ora, entravo per fare colazione in un bar che ancora esiste, ancora con lo stesso barista. E tutte le mattine, mentre io mangiavo il mio corasàn col cappuccino (corasàn, ovvero croissant. Oggi anche qui li chiamano brioche, i barbari!) entrava una signora molto in là cogli anni, chiedeva uno Strega, lo buttava giù in due sorsi e spariva.
Venezia era piena di cinema di prima, seconda e terza visione: l’Accademia, il Centrale, il Ritz, il San Marco, il Nazionale, il Malibran, l’Olimpia, il Moderno, l’Italia, il Giorgione, il Rossini. Con gli amici raccattati all’università nelle prime settimane, il cinema era il passatempo abituale. E poi c’era la Fenice, quella vera. Il loggione costava mille lire e io vedevo tutto. Alcuni spettacoli anche cinque volte. Quando fecero Tancredi con Horne e Cuberli, e Tancredi era allora, a parte Di tanti palpiti, un’opera sconosciuta priva di edizioni discografiche, andai tutte le sere, anche quando cantava il secondo cast, e finii per impararla tutta a memoria. Adesso alla Fenice, quella nuova che sembra un cofanetto Sperlari, ci fanno i galà per la Ricciarelli sponsorizzati da Canale5, ospiti d’onore Al Bano e Michael Bolton.
Sono arrivato a Venezia con la nebbia, ma ho paura che la nebbia vera ci sia adesso.

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11 risposte a Notte e nebbia a Venezia

  1. marcoboh ha detto:

    doveva essere meravigliosa, e con tutta la nebbia, quella città di cui restano solo le vestigia, come la pelle del serpente dopo la muta. una città “normale” in una forma “speciale”. la barbarie turistica, che qui a roma è poi arrivata solo da pochissimi anni, e che ammanta tutto di stagnola, ha colpito venezia ancora di più di tutte le altre città, essendo di partenza così “speciale”, per l’appunto.
    io ci andai la prima volta nel 1973, accompagnando mia madre a padova dal santo: la mia condizione fu che si doveva stare un giorno a venezia. e poi ci sono tornato numerose volte, come sai: ma da turista, sia pur consapevole, e “guidato” da chi è del luogo, tante cose sfuggono. e mi chiedo cosa resta ai turisti di massa: quelli che si meravigliano del fatto che a venezia c’è chi ci abita.

    • winckelmann ha detto:

      Qualche anno fa fui testimone di questa scena. Piazzetta, vicino alle colonne. Passa un gruppo di tre uomini e una donna, probabilmente americani. Sento uno che fa agli altri: “This is Palazzo Ducale”. Gli altri due continuano a parlare, la signora gira un attimo la testa e fa: “nice”. Probabilmente pensava che l’originale, a Las Vegas, era molto meglio.

  2. laVecchiaMarple ha detto:

    Il mio primo giorno a Venezia, non da turista ma da lavoratore in arrivo direttamente dall’altro capo della Valpadana, è stato invece caratterizzato dalla luce: una gelida mattinata di fine dicembre, con temperatura abbondantemente sotto lo zero, e un’aria tanto tersa che dal ponte della Libertà sembrava di toccare direttamente le montagne (e proprio le MIE montagne, date le ascendenza materne). Poi il percorso sul Canal Grande in vaporetto, con le facciate dei palazzi inondati dalla luminosità del sole e dal riflesso dell’acqua: una luce incredibile, dalla tonalità chiarissima e fredda, per niente mediterranea anzi decisamente nordica, che mi donò una suggestione davvero particolare e non più ritrovata.

  3. Isidoro ha detto:

    Scusa, ma c’era un secondo cast? Chi ne faceva parte?

    • winckelmann ha detto:

      Carmen Gonzales era Tancredi e Marion Vernett-Moore Amenaide. Gli uomini erano sempre gli stessi, ovvero Palacio e Zaccaria. La Vernett-Moore era brava ma con Rossini arrancava un po’. La Gonzales avercela adesso butterebbe giù i teatri.

  4. Rosa ha detto:

    L’ho visitata tantissime volte, ma confesso fino ad un paio di anni fa, non l’avevo mai “vissuta” davvero. Sarà stata un po’ la vicinanza, un po’ la superficialità dell’adolescenza ma anche io vedevo poco oltre al “confettino”.
    Ora invece ho accanto un “Veneziano” seppur di terraferma, che ama la città e me l’ha fatta scoprire davvero e amare, giacchè è lui il primo ad amarla e rispettarla, quasi come una sposa.
    Sempre più mi piace soprirne gli anfratti nascosti, quelli non ancora profanati dai turisti (sempre che ce ne siano ancora), semplicemente perchè non ho più paura di perdermi, di non saper dove andare: così mi faccio affascinare da una calle e mi ci perdo un po’, mi inebrio dei loro profumi quotidiani, il sapone di marsiglia, l’umido che sale dalle pietre, l’odore del pesce e dei gatti, la polvere e l’inconaco.
    Ahimè io negli anni ’70 ancora non c’ero e le dolci atmosfere che ricordi tu non le ho potute vivere. Che rimpianto.

  5. Francesco ha detto:

    Ciao.
    Purtroppo non ho avuto un mio primo giorno a Venezia, cioè non una prima volta che possa ricordare con stupore, o con orrore. Quando ci penso, non ho avuto, per esserci nato, l’emozione violenta degli sposi giapponesi con fotografo giapponese in mezzo a piazza S. Marco, in frac e abito di tulle bianco, in pieno sole, in mezzo all’acqua alta, coi pie in mogio. E neppure l’emozione che mi ha descritto un mio vecchio amico quando è arrivato a Piazzale Roma ed è salito sul ponte … dei Papadopoli… Sì, dico, proprio quel pezzo di Venezia lì che già tutti si fotografano come fosse una cosa da non perdere! Figurarsi quando andranno un po’ più avanti, che so, i campo dei Tolentini. Qunado ero piccolo, Venezia era là, a portata di mano, incognita e inesplorata: Carmini, Angelo Raffaele, Zattere, Santa Margherita, pontile di Ca’ Rezzonico. Poi siamo andati ad abitare in terraferma e allora ho cominciato a fare il turista, come tanti, ma senza l’imprinting di cui parlate. Temo di non avere vissuto qualche cosa.
    Ciao
    Francesco

  6. paolo ha detto:

    Frequento Venezia poco più che da turista. Due o tre anni anni fa son dovuto andare a ritirare un documento a rialto: lunedì mattina, presto, niente (o quasi) turisti, giornata tersa, fredda e ventosa (il freddo mi piace), le montagne che sembravano vicinissime: anche se ci vado abbastanza spesso non ho mai visto una Venezia più bella.
    Per contrasto, Venezia mi piace moltissimo anche quando viene quasi cancellata dalla nebbia, come mi è capitato più spesso.

    Ciao

    Paolo

  7. Pingback: I gatti della signora Ines « winckelmann in venedig

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