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La laguna d’inverno

19 gennaio 2011

In giorni come questi è bello girare per la laguna. Per esempio prendere alle Fondamente Nove il battello della Linea Nord e andare verso Burano. Si naviga fra le brume, costeggiando conterminazioni di barene e ruderi abbandonati al loro destino, marciando a fianco di solitari gabbiani o di qualche trampoliere che sverna in laguna. Pochi turisti sul battello, ieri solo qualche francese, tre giapponesi e una famiglia di americani. Il resto, gente del posto che tornava dal lavoro.
Prima di Burano c’è Mazzorbo lunga e stretta, anche lei fitta di casette di tutti i colori ma meno battuta dai cacciatori di pizzi e souvenir. Appare per prima la chiesa di Santa Caterina d’Alessandria, antichissima, fondata ben prima che Venezia fosse una città.  Il suo campanile alberga ancora oggi la campana più antica della laguna, fusa nel XIV secolo. La chiesa è aperta: gli abitanti delle case vicine tengono le chiavi e ti invitano ad entrare. Il posto è splendido e incredibilmente suggestivo, persino i lavori per il rifacimento della riva hanno qui qualcosa di magico.

Burano è quasi deserta, dei tanti negozi per turisti solo due o tre sono aperti e la piazza è vuota. La Crocifissione di Tiepolo nella chiesa di San Martino è immersa nel buio e si legge a fatica, ma va bene così, i tagli di luce ed ombra del giovane genio, non ancora convertito a quel sole che non ha forse esempio che sbalordì i suoi contemporanei, sono nella penombra ancora più drammatici.
Il paese in questi giorni è tutto dei suoi abitanti, che si salutano per strada senza far troppe ciacoe, perché il freddo punge e la nebbia ti entra dappertutto. I pochi foresti in visita si ritrovano alla fermata del vaporetto e nell’attesa che il battello che torna a Venezia sbuchi dalla nebbia che avvolge le barene parlano piano fra di loro, come se non volessero disturbare.

Mentre ci allontaniamo dalla riva si accendono i primi lampioni. Sembra impossibile che fra qualche settimana le orde dei nuovi barbari, il fracasso e le bancarelle di paccottiglia riprenderanno possesso di questi posti magici.

Il Mattia della bassa

15 maggio 2010

Mattia Bortoloni era coetaneo di Giambattista Tiepolo, ma invece che nella capitale nacque vicino a Canda, un paese della bassa rodigina che ancora oggi, 225 anni dopo, è poco più che quattro case in un incrocio.
Apro una parentesi: una delle quattro case di Canda è la villa Nani Mocenigo, architettonicamente notevole e probabilmente opera almeno parziale di Vincenzo Scamozzi, splendidamente decorata con affreschi sei e settecenteschi e lasciata lì, nè aperta nè chiusa, nelle pastoie di un infinito restauro. Chiusa parentesi.
Bortoloni, dunque, ebbe natali campagnoli ma formazione importante nella stessa fucina che tirò su Tiepoletto (che non è che fosse minutino o bassotto per essere chiamato così, ma semplicemente non aveva nulla a che fare coi Tiepolo della grande nobiltà veneziana, cosicché il diminutivo serviva soltanto a rimarcare le distanze fra questi e il pittore, che seppur genio era comunque – lo si ricordasse sempre – un comune mortale che lavorava per vivere).
Bortoloni, dunque (stasera mi pare che ho il divago facile), vien su con Antonio Balestra, e vede all’opera nella Venezia di inizio Settecento Piazzetta, Ricci e Dorigny, tenebrosi e chiaristi, e inizia giovanissimo un’attività in proprio con una committenza prestigiosa, i Cornaro che gli danno da affrescare l’intera loro villa di Piombino Dese, una casetta di campagna che più di cent’anni prima Andrea Palladio aveva costruito per loro. Il campagnolo Mattia non ha una carriera di secondo piano, tutt’altro: lavora in ville e palazzi, su tela e ad affresco, si sposta in Veneto e fino a Ferrara e poi finisce in Lombardia e in Piemonte, dove darà tarda ma sbalorditiva prova di straordinario talento  allestendo la gigantesca macchina decorativa dell’immensa cupola del Santuario di Vicoforte.
La mostra di Rovigo è per alcuni aspetti sorprendente. Riunita una buona parte dell’opera spostabile di Bortoloni (è ovvio che gli affreschi uno deve andare a vederseli dove stanno) e messa in rapporto con lavori di pittori a lui contemporanei o di lui maestri, la sua personalità assume contorni molto più precisi di quanto non fossero fino ad oggi. Nelle allegorie da soffitto non si adagia nel conformismo dei seguaci tiepoleschi ma ricerca drammatici effetti di luce oppure, come nella tela con Giunone chiede a Eolo di liberare i venti proveniente da Ca’ Farsetti, originali e spettacolari soluzioni compositive. Per quanto riguarda le pale d’altare, poi, basta guardare questa Elemosina di San Tommaso da Villanova (cliccare sulla foto per vederla più grande, bitte) per comprendere la campagnola singolarità di Bortoloni, con quel santo in gran pavese ma annoiato e buttato a sedere come se non ne potesse più di star lì a far finta di far del bene, e quel pupattolino in braccio alla contadina, bruttino e infagottato come bruttini appaiono i bambini poveri nelle fotografie di fine Ottocento.
Per alcuni dei pezzi esposti gli spazi di palazzo Roverella sono un po’ angusti, ma non essendo questo preso d’assalto dalle comitive che solitamente invadono le mostre tipo “Da Jacobello del Fiore a Emilio Vedova. Capolavori dal Museo Nazionale di Paperopoli” la visita può essere condotta nella massima tranquillità. Inoltre, bisogna dirlo, il personale del museo è di una cortesia squisita. Non che negli altri musei si trovino abitualmente dei cafoni, ma qui mi sembra che buona educazione e disponibilità siano decisamente superiori alla media. Complimenti.

Piove

19 febbraio 2010


Piove, come soltanto a Venezia riesce a piovere. Un’acqua fitta fitta, insistente e interminabile, che entra dappertutto e ti pare che non smetterà mai più. Viaggio in vaporetto, in piedi e con l’acqua che arriva da ogni parte, fra bambini urlanti e mamme che parlano, parlano, parlano. Capto con la coda dell’orecchio che Pupo, il principino e il tenoretto sono stati fischiati ieri sera. Ma non li avevano trombati al primo colpo? Ho capito male? Alla fermata, il posterone con la faccia del sindachino è stato ristrappato dopo essere stato riaffisso. La prima volta ci avevano scritto sopra: “Un mezzo culo sora do careghe”. Non male.
Per dare una pennellata di bello assoluto a questa atmosfera grigiastra ho messo un vestitino nuovo all’intestazione del blog, qui sopra. Tiepolo, la Valmarana, Minerva trattiene Achille dall’uccidere Agamennone. Da qualche parte il sole c’è.


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