Da un giorno all’altro il re d’Inghilterra diventa matto. Fa la pipì blu, parla a vanvera e sembra confondere la regina con la sua dama di compagnia. Il primo ministro vede tremare il proprio scranno e con lui i vecchi favoriti temono la caduta in disgrazia mentre outsider che fiutano l’aria nuova si fanno avanti cercando il proprio possibile guadagno, i medici inventano cure più folli del re e l’inetto principe di Galles assapora il gusto di una anticipata salita al trono.
Messo nelle mani di un manipolo di dottori presuntuosi quanto filibustieri, sballottato da una tortura all’altra, martoriato da camicie di forza, sanguisughe e intrugli, al povero Giorgio non resta che la compassione dei valletti che, soli, conservano un fondo di rispetto e forse di affetto per questo povero cristo che è stato il loro sovrano.
Poi, da un giorno all’altro, un attimo prima di essere destituito il re rinsavisce e i sogni di molti vanno in frantumi. La regina (signora Re la chiamava Giorgio da matto) torna al suo fianco mentre il principe di Galles e tutti coloro che sognavano gloria, cariche e soldi se la mangiano e tornano nell’ombra con la coda fra le gambe: il re non è più matto e la pacchia è finita. Bennett è un grande del nostro tempo e questo geniale apologo mostra come il confine che separa follia dei folli e follia dei normali sia inconsistente quanto i vaneggiamenti dell’impazzito monarca.
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La pazzia di re Giorgio
26 maggio 2011Sigfrido e la zia
28 luglio 2010Ho un gran daffare stasera a correggere delle bozze di stampa da consegnare venerdì. Ma sono riuscito ad ascoltarmi la diretta da Bayreuth della Walküre. Mica tutta, figurarsi, è cominciata alle quattro, però tutto il terzo atto si, dalla cavalcata delle strillanti sorelle (quella di Apocalypse now, sehr gut) fino al forzato addormentamento della Valchiria-capo, Brünnhilde, punita da papà Wotan per insubordinazione e costretta a dormire circondata dalle fiamme fino a che un eroe di passaggio non verrà a svegliarla. Succederà nella prossima puntata e l’eroe sarà Sigfrido, un tontolone che le dischiuderà le gioie dell’amore senza che nè lui nè lei facciano mente locale sul fatto che, essendo figlia di Wotan come pure Sieglinde che era la mamma di Sigfrido, la valchiria è la zia del tonto stallone. D’altra parte lo stesso Sigfrido è frutto di amore incestuoso, essendo nato dall’accoppiamento di Sieglinde col di lei fratello Siegmund. Ma qui mi fermo, so che non è facile seguirmi.
Siccome ho da fare, mi tengo sul breve ma sgnacco qui sotto un po’ di cartoline della mia raccolta, che sarebbe il motivo per cui quella volta ho aperto questo blog, anche se mi sto accorgendo che è passato parecchio in secondo piano. Ecco dunque una pittoresca sfilata di elmi alati; se ho capito bene come si fa, passando sopra ogni foto col mouse si dovrebbe vedere il nome della persona raffigurata. Vediamo se ci riesco:
Oggi lance e corazze non si usano più. Domenica scorsa sulle sacre tavole di Bayreuth persino il cigno di Lohengrin ha perso le penne e si è trasformato in un tacchino volante verso il forno nel giorno del Ringraziamento. Viviamo tempi tristanzuoli, quant’era profeta Alberto Arbasino già cinquant’anni fa!
Mammina cara
8 marzo 2010Il bello della diretta
2 marzo 2010
E’ a teatro che si vede la gente con le palle. Altro che i divetti in cartapesta della tivvù, stupidini pescati dal grandefratello e messi a fare la fiction, seppure incapaci anche di recitare La vispa Teresa. A teatro, davanti al pubblico vero, dentro una macchina che volenti o nolenti deve andare avanti, lì si che si dimostra di avercele, di essere dei professionisti veri.
Sabato sera, al Nationaltheater di Mannheim. Abbiamo superato già da un po’ la quarta ora dei Meistersinger, l’opera più lunga (ed è tutto dire) di Wagner. Ci avviciniamo al finale, un monumento che da solo dura più, credo, dell’intera Cavalleria Rusticana. Il soprano che interpreta Eva, la protagonista femminile, attacca il quintetto, un pezzo famoso in cui la sua parte ha un ruolo fondamentale. Il mio vicino si gira e mi fa: “ma… è stonata!”. Sta succedendo qualcosa: la cantante non riesce più a sostenere la voce che diventa sempre più fioca, fa un passo indietro per appoggiarsi a un tavolo della scena e continua a emettere brandelli della sua parte mentre gli altri quattro cantanti, il direttore e l’orchestra proseguono imperterriti. E impietriti. Verso la conclusione, il tenore si muove verso di lei, la abbraccia e letteralmente la trasporta fuori scena, quasi a peso morto. L’opera continua: nel finale si svolge la gara dei maestri cantori, alla quale Eva (che dovrà sposare il vincitore che naturalmente sarà il tenore che naturalmente lei ama già) deve presenziare. Ma la sua sedia è vuota e mentre Hans Sachs fa i suoi fervorini introduttivi e poi Beckmesser e Stolzing cantano le loro strofe noi tutti ci chiediamo cosa succederà quando arriveranno le frasi di Eva. Chi le dice? Le dice Eva, che un secondo prima del suo attacco esce dalla quinta e prende posto sulla sua sedia mentre il medico di scena la osserva dalla sua postazione. C’è stata gente fra il pubblico che non si è nemmeno accorta del malore, tanto l’insieme è stato compatto nel gestire l’assoluto imprevisto.
Ieri, stesso teatro ma Schauspielhaus, sala della prosa. Si recita August: Osage County di Tracy Letts. Prima dell’inizio esce il regista che dà al pubblico questa notizia: l’attore che interpreta Charlie è bloccato sul treno da Stoccarda, fermo da qualche parte dopo che un albero sradicato dalla bufera Xynthia è finito sul locomotore. Non si sa quando arriverà e non ci sono sostituti. L’unica soluzione è che lui stesso faccia Charlie, col copione in mano e cercando di farsi notare il meno possibile. E così fa, e bisogna dire che è stato pure bravo, non solo perchè ha permesso allo spettacolo di arrivare in fondo (l’attore vero è arrivato praticamente in tempo per gli applausi finali) ma perchè ha anche trovato una qualche forma di immedesimazione nel personaggio. Insomma, molto meglio lui a leggere il copione senza trucco nè costume che gli attorelli televisivi, filtrati, doppiati, agghindati e, alla fine, completamente inventati.
Pasta e…
30 dicembre 2009
Leggo nella biografia scritta da Charles Neilson Gattey che Luisa Tetrazzini prima di ogni recita si faceva fuori una porzione king size di tagliatelle e uno o due bicchieri di vino rosso. Donna di carattere e di esuberanti appetiti, non paga dei mariti e degli amanti coi quali, con o senza la benedizione del cielo, conviveva, non entrava serena sul palcoscenico se non aveva potuto godere dei convincenti argomenti di volonterosi melomani che gli impresari gentilmente le facevano trovare in camerino.
Saranno state le tagliatelle, saranno stati gli argomenti, la Tetrazzini entrava in scena e buttava giù i teatri. Altri tempi, altre dive…











