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Il Mattia della bassa

15 maggio 2010

Mattia Bortoloni era coetaneo di Giambattista Tiepolo, ma invece che nella capitale nacque vicino a Canda, un paese della bassa rodigina che ancora oggi, 225 anni dopo, è poco più che quattro case in un incrocio.
Apro una parentesi: una delle quattro case di Canda è la villa Nani Mocenigo, architettonicamente notevole e probabilmente opera almeno parziale di Vincenzo Scamozzi, splendidamente decorata con affreschi sei e settecenteschi e lasciata lì, nè aperta nè chiusa, nelle pastoie di un infinito restauro. Chiusa parentesi.
Bortoloni, dunque, ebbe natali campagnoli ma formazione importante nella stessa fucina che tirò su Tiepoletto (che non è che fosse minutino o bassotto per essere chiamato così, ma semplicemente non aveva nulla a che fare coi Tiepolo della grande nobiltà veneziana, cosicché il diminutivo serviva soltanto a rimarcare le distanze fra questi e il pittore, che seppur genio era comunque – lo si ricordasse sempre – un comune mortale che lavorava per vivere).
Bortoloni, dunque (stasera mi pare che ho il divago facile), vien su con Antonio Balestra, e vede all’opera nella Venezia di inizio Settecento Piazzetta, Ricci e Dorigny, tenebrosi e chiaristi, e inizia giovanissimo un’attività in proprio con una committenza prestigiosa, i Cornaro che gli danno da affrescare l’intera loro villa di Piombino Dese, una casetta di campagna che più di cent’anni prima Andrea Palladio aveva costruito per loro. Il campagnolo Mattia non ha una carriera di secondo piano, tutt’altro: lavora in ville e palazzi, su tela e ad affresco, si sposta in Veneto e fino a Ferrara e poi finisce in Lombardia e in Piemonte, dove darà tarda ma sbalorditiva prova di straordinario talento  allestendo la gigantesca macchina decorativa dell’immensa cupola del Santuario di Vicoforte.
La mostra di Rovigo è per alcuni aspetti sorprendente. Riunita una buona parte dell’opera spostabile di Bortoloni (è ovvio che gli affreschi uno deve andare a vederseli dove stanno) e messa in rapporto con lavori di pittori a lui contemporanei o di lui maestri, la sua personalità assume contorni molto più precisi di quanto non fossero fino ad oggi. Nelle allegorie da soffitto non si adagia nel conformismo dei seguaci tiepoleschi ma ricerca drammatici effetti di luce oppure, come nella tela con Giunone chiede a Eolo di liberare i venti proveniente da Ca’ Farsetti, originali e spettacolari soluzioni compositive. Per quanto riguarda le pale d’altare, poi, basta guardare questa Elemosina di San Tommaso da Villanova (cliccare sulla foto per vederla più grande, bitte) per comprendere la campagnola singolarità di Bortoloni, con quel santo in gran pavese ma annoiato e buttato a sedere come se non ne potesse più di star lì a far finta di far del bene, e quel pupattolino in braccio alla contadina, bruttino e infagottato come bruttini appaiono i bambini poveri nelle fotografie di fine Ottocento.
Per alcuni dei pezzi esposti gli spazi di palazzo Roverella sono un po’ angusti, ma non essendo questo preso d’assalto dalle comitive che solitamente invadono le mostre tipo “Da Jacobello del Fiore a Emilio Vedova. Capolavori dal Museo Nazionale di Paperopoli” la visita può essere condotta nella massima tranquillità. Inoltre, bisogna dirlo, il personale del museo è di una cortesia squisita. Non che negli altri musei si trovino abitualmente dei cafoni, ma qui mi sembra che buona educazione e disponibilità siano decisamente superiori alla media. Complimenti.

La casta Susanna

9 maggio 2010

Parlerò più diffusamente del motivo che mi ha portato oggi a Rovigo, che è poi la mostra su Mattia Bortoloni che sta a Palazzo Roverella. Per ora, quasi per continuare a godere dell’estasi nella quale ho trascorso buona parte delle quasi tre ore che ho passato all’interno della mostra, e per fare mio in qualche modo il quadro che me l’ha regalata, inserisco fra queste pagine questa stupefacente Susanna e i vecchioni di Louis Dorigny, esposta in una delle prime sale. Ci si potrebbero fare ore di blablabla davanti, ma è talmente bello, talmente perfetto, talmente in equilibro fra l’opulenza cromatica delle stoffe e la tragedia del grido di Susanna insidiata dai due laidi figuri, che ce le risparmiamo e stiamo qui a guardare, come ho fatto io oggi davanti all’originale per un tempo tanto lungo che il simpatico guardasala immagino si sia detto: se vede tutta la mostra a questo ritmo questo sta qua una settimana.


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