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L’a pìs un pò m’a tòt…

30 ottobre 2011

Non ho scoperto io il potere evocativo di un’azione o di una sensazione apparentemente insignificanti: sappiamo tutti cosa ha scatenato quella volta il tuffo di una madeleine in una tazza di tè. Beh, la mia romagnola madeleine l’ho avuta questa sera. Una sera d’autunno, non fredda ma un po’ velata, all’ora di cena è buio già da un pezzo e io esco per andare al chiosco delle piadine di là dalla strada. Ormai la piadina la si trova in qualunque bar, farcita di qualunque cosa oppure (orribile visu!) tutta arrotolata a formare un poco invitante oggetto che nessuno qua ha mai visto prima.
In Romagna, invece, la piadina si mangia a tavola al posto del pane. La si fa sempre meno in casa e la si compra di solito in uno dei tanti baracchini che si trovano un po’ dappertutto, casotti un tempo smandrappati e rattoppati e oggi tutti uguali e ricondotti alle norme igienico sanitarie. La nostra piadina, la pìda, si mettano gli altri il cuore in pace, non ha nulla a che fare con quella dei bar o del supermercato. Ricevere dalle mani della signora del baracchino il bianco sacchetto che contiene le piadine tagliate a metà e appena tolte dalla teglia e mangiare il primo pezzo ancora per strada, caldo e fragrante, è un’esperienza che conduce diritta alle porte del paradiso. Soprattutto se a farla è uno che se ne è andato da qua e ci torna ogni tanto, a ritrovare frammenti di un passato sempre più lontano.
E così mi ricordo altre sere d’inverno, quando venivo mandato a comprare la piadina in un altro baracchino che allora stava qualche centinaio di metri più in là, davanti alla bottega del meccanico di biciclette, e camminavo nella nebbia con le mani in tasca e in mano le monete. Una piadina costava cento lire, quattro piadine quattro monete. Ricordo queste attese nel freddo, di qua il gruppo dei clienti appena distinguibili nel buio e di là, nel quadrato di luce, due donne in carne e col grembiule azzurro: una armata di mattarello tirava la pasta e l’altra aiutandosi con un coltello girava le piadine che si stavano cuocendo sulle teglie di terracotta. Si aspettava il proprio turno con santa pazienza, sperando che quelli prima non dovessero prenderne troppe, e poi si tornava a casa rosicchiando il primo pezzo bollente e badando bene a non tenere chiuso il sacchetto, perché la piadina calda deve respirare, se no l’a s’ingiogia. Infatti, appena arrivavi a casa la mamma te la toglieva di mano e la stendeva sul mobile della cucina, in piedi, a intiepidirsi.
C’è una inspiegabile legge di natura per la quale fa la piadina buona chi la fa tutti i giorni. Fermarsi e non farla per un po’ significa avere risultati insoddisfacenti quando si ricomincia. Per questo molte mamme, già negli anni in cui una mamma doveva prima di tutto cucinare e poi pensare a tutto il resto e infine solo se c’era tempo pensare a se stessa, già allora le mamme avevano smesso di fare la piadina in casa. Eppure sarebbe una cosa velocissima: ricordo quando mi fermavo a cena da un mio compagno di studi che in casa sua la piadina veniva impastata e cotta mentre la famiglia veniva chiamata a tavola: la figlia femmina apparecchiava e la mamma stava alla teglia e in due minuti era in grado di preparare tutto. Quando ero piccolo capitava ancora, soprattutto in campagna, di trovare famiglie che mettevano lo zucchero nell’impasto. Era un retaggio antico, come quello che voleva il cedro candito aggiunto al ripieno dei cappelletti. A noi, che eravamo cittadini, non piaceva più perché si sa che il salato deve stare col salato, il dolce col dolce.
A chi si interroga sul titolo di questo post: è l’inizio di una vecchia canzonetta che dice L’a pìs un pò m’a tòt / la pìda s’é parsòt: piace un po’ a tutti la piadina col prosciutto. Un’altra canzoncina recitava:

La mì burdéla
t’an ‘tcì bòna ad’ fé la pìda
o c’la n’è còta
o c’lè tòta imbustarghìda

Bambina mia, non sei capace di fare la piadina: o è cruda o è tutta bruciata. C’era da preoccuparsi per chi aveva una figlia così: chi se la sposa una che brucia la piadina?

Nullo, Niente e Sufficiente

5 aprile 2011

Nullo, Niente e Sufficiente erano tre fratelli, figli di un padre romagnolo e anarchico. La passione dei romagnoli per i nomi, diciamo così, fantasiosi è largamente nota soprattutto da quando Tino dalla Valle pubblicò, qualche decina di anni fa, il suo La Romagna dei nomi. Di Niente e di Sufficiente non ne ho mai conosciuti, ma di Nullo almeno due. Dopo aver letto il libro ho fatto un rapido excursus dell’indice dei nomi posto in coda, appuntandomi le cose più eclatanti. Quelli che seguono sono i miei preferiti, in ordine alfabetico:
Alba di Libertà Proletaria, Anismeronza, Antavleva (per i non romagnoli: non ti volevo), Chirie Eleison, Dinamitarda, Doloresdelrio, Electrificazio, Formaldeide, Godolina, Insalatina (ma c’è anche Lattuga), Palmirotogliatto, Jella, Logaritmo, Rotaia, Tundra, Zabariona.
Il gioco è proseguito individuando nell’indice i nomi di persone che io ho direttamente conosciuto. Vediamoli:
Adele, Adua, Africo, Alieto, Altero, Anacleto, Argia, Aurelia, Azelio. Di Benita e Benito non son pieni i fossi ma ce ne sono ancora, Decio era un mio professore al liceo, Denise un’amica di mia sorella, Derna un’altra prof e Diva una cugina di mia mamma, figlia della zia Dalma. Edo il tabaccaio di fronte a casa, di Egisto ne ho tre o quattro, così come di Elettra, Elide, Elma, Elvezia, Enea. Poi ci sono Fabiola, Fanny, Fidalma, Fiorello (un vecchietto secco secco che abitava vicino a me), Florio, Gilda, Gioele, Iames (sic), Jader, la risorgimentale Mentana e la letteraria Metella. La Nara era un’amica di mia mamma, così come la Nives e l’Osanna, Natale era un mio zio, Oberdan un amico di famiglia. Poi ci sono Odetta e Ombretta, Ortensio e Ramona, Raoul (temo ispirato da Raoul Casadei) e Riziero, Rodingo, Rosella (con una s), Tarcisio e Tatiana (sorella della Natascia). Ubalda era la maestra di mio fratello, poi conosco un Valter con la v e infine Wagner doveva chiamarsi mio padre e William si chiama un altro zio, mentre la Zaira è o era una celebre bagnina di Cesenatico.
E adesso un’integrazione. Questi nomi non sono nell’indice ma io li conosco:
Nelide e Milvia sono altre amiche dei miei, la Benitia aveva una gelateria e sua sorella si chiama o chiamava Rometta (giusto per ribadire le idee politiche di papà). Vasinto si è chiamato così perché nessuno sapeva come si scrive Washington, e allo stesso modo il fratello di mio padre si dovette chiamare Schyller. Mia zia invece era Ivonne. Della Natascia sorella della Tatiana ho già detto: un altro bimbo chiamato a glorificazione degli eroi di oltrecortina era Tito Yuri, da ragazzino mio compagno di conservatorio. Poi ci sono Elmo, Leopoldo (mio nonno), Nazaria, Ivan, Redente e Velia. E per finire l’impagabile Eurosia, che tanti anni fa ebbe dalla sorte l’ingrato compito di insegnarmi il catechismo. Giuro che l’ha fatto nel migliore dei modi, sono io il soggetto irrecuperabile.

Heimat

29 dicembre 2010

Natale con i tuoi. A Natale si molla la laguna e si scende nella terra d’origine, senza fare Giulio Cesare perché bisogna fermarsi un po’ più a nord del Rubicone.
Il giro in centro è sempre più un mesto inventario di quello che non c’è più e un altrettanto malinconico riepilogo di quello che invece è ancora lì. Per esempio il signore del negozio di fiori che vedevo stamattina dietro la vetrina, esattamente nella stessa posizione in cui lo trovavo tutti i giorni quando passavo di lì per andare a scuola, trenta e passa anni fa. Ci sono cose impagabili: l’autista dell’autobus che quando sali ti dice buongiorno, il profumo della piadina che si cuoce quando passi davanti ai chioschi, la farmacista che riconosci dopo un attimo di panne mnemonica e anche se non l’hai più vista dopo la maturità e anche se non è che fossimo grandi amici all’epoca ci chiacchieri per mezzora davanti al banco.
Però stamattina mi chiedevano se ho nostalgia di questa mia terra d’origine. Di getto ho risposto di no. Poi ripensandoci con calma, perché sono un cerebrale e mi piace andare a fondo delle cose, ho deciso che è veramente così: nessuna nostalgia, la mia vita ormai è altrove.

Magico Natale

24 dicembre 2010

Vengo da una famiglia sostanzialmente laica, per la quale però il Natale ha sempre costituito un momento di festa importante. Poco spirito e molta cucina, sicuramente, però era bello trovarsi fino in venti attorno alla stessa tavola. Oggi siamo molti di meno, ma veniamo apposta da diverse parti d’Italia per tenere viva questa tradizione.
La sera della vigilia aveva, quarant’anni e più fa, una magia tutta sua. Si cenava, poi si guardavano le comiche di Charlot alla tv in attesa dell’ora della messa. E già, perché alla messa di mezzanotte si andava. E si partecipava all’uso romagnolo: le mamme e i bambini in chiesa, i mariti fuori a chiacchierare. Qualche volta nevicava, e allora era il massimo perché si lasciava a casa la macchina e si andava a piedi, di notte e sotto la neve: il massimo dell’avventura.
Finita la messa, ancora chiacchiere fuori dalla chiesa poi la mamma della Monica, la bambina di fronte, invitava noi e altri amici a casa loro e lì si beveva lo spumante e si mangiava il pandoro, che a casa nostra era considerato oggetto estremamente esotico e da trattare con sospetto mentre dalla Monica, famiglia con qualche velleità trendina, godeva di molto maggior favore rispetto al troppo ruspante panettone. Ma io e i miei fratelli eravamo tesi come corde di violino, perché quello che ci aspettava a casa era il miracolo di Natale. Che ogni anno si ripeteva e che ogni anno noi accoglievamo con uno stupore che non diminuiva con l’aumentare della nostra età.
Succedeva questo: quando uscivamo per andare alla chiesa le luci erano spente e la porta di casa veniva chiusa a chiave. Quando finalmente i grandi avevano finito le loro chiacchiere e il loro spumante e noi tornavamo, già dal vialetto si vedeva che dentro era tutto acceso. Mio padre apriva la porta e l’albero di Natale nel salotto in fondo al corridoio  – proprio la stanza in cui mi trovo adesso davanti al pc – splendeva, le lucine lampeggiavano e soprattutto sotto l’albero c’erano i nostri regali. Non so neanche se credessimo alla storia di Babbo Natale, direi di no, secondo me davamo per certo che i regali venissero dai nostri genitori, ma questo gioco di prestigio di far apparire le cose mentre eravamo tutti via ci affascinava. Qui stava la magia.
Un giorno, pochi anni fa, ho chiesto a mia madre chi veniva a preparare la messinscena mentre noi eravamo via: è caduta dalle nuvole. Non si ricordava, forse uno zio che abitava qui vicino, ha detto, o forse mio padre stesso che con una scusa tornava indietro, chissà. Ho lasciato immediatamente cadere il discorso, uno dei ricordi favolosi della mia infanzia non poteva essere intaccato dall’evidenza che negli altri aveva lasciato un segno così trascurabile.

La Bella di Roma

13 agosto 2010


Quando sono nato mia nonna aveva 47 anni, era vedova da sei e sei figli aveva tirato su da sola. Era una tipa tosta: ultima figlia di un secondo matrimonio, aveva perso la madre da bambina e a vent’anni si era sposata, incinta, con un quasi coetaneo che aveva perso entrambi i genitori nell’epidemia di Spagnola. Mio nonno non fu molto più fortunato dei suoi: fra guerra, prigionia e sanatorio passò fuori di casa una buona parte del tempo che gli restava e la tbc se lo portò via a 43 anni.
Così mia nonna tirò su i figli facendo prima la magliaia e poi l’operaia all’Arrigoni. Abitavano in una stecca di alloggi popolari costruita nel ’47 per chi aveva avuto la casa distrutta nei bombardamenti. In quell’appartamento, che molti anni dopo lei riscattò e trasformò in una specie di piccolo tempio Secondo Impero (non aveva gusti sobri, proprio no), io ho passato gran parte della mia infanzia, a sgambettare dietro alle zie adolescenti che si laccavano i capelli con la birra e avevano un cassetto pieno di 45 giri o, come ho già raccontato, a cercare di evitare elegantemente il giovane zio trotzkista-leninista e i suoi comizi.
Mia nonna era alta, a essere generosi, un metro e sessanta scarsetto e a una certa età somigliava ad Alberto Sordi. Non ho mai visto sue fotografie da ragazza, perchè tutto andò perso sotto le bombe (per lo stesso motivo non ho mai visto una foto di mia madre da bambina). Uno dei suoi racconti più gettonati era quello che riguardava la sua mitica interpretazione della Bella di Roma, che in gioventù le aveva procurato, a suo dire, trionfi da far impallidire quelli di Adelina Patti. Ora, cosa fosse questa Bella di Roma (un personaggio, il titolo di una commedia o cos’altro) nessuno l’ha mai saputo, nè si è mai saputo dove mia nonna abbia esibito queste sue strepitose qualità artistiche. A pensarci adesso, immagino che sia stata una recita in parrocchia e niente di più, ma quando da bambino la sentivo raccontare io la vedevo vestita di un morbido peplo e distesa su un triclinio, al centro di un palcoscenico montato in mezzo alla piazza, davanti a tutta la città in visibilio.
In casa, la sua tempra di grande attrice veniva fuori nei furibondi litigi con i miei zii. I suoi cavalli di battaglia sono rimasti celebri in famiglia: Vut’ e’ sang? tùa! (=Vuoi il sangue? prendi!), oppure Me a’ t’ho fat, at’ pos nénca ‘mazé (=Io ti ho fatto, ti posso anche ammazzare) e così via. Mio padre, permalosissimo nato in una famiglia di permalosi, ha sempre detto che un decimo di quello che da mia nonna si urlava in una sola litigata, in casa sua avrebbe comportato mesi di silenzio e musi lunghi. Invece, dalla Bella di Roma la tempesta passava come un temporale d’agosto, senza lasciare tracce.
Durante una delle sue sfuriate, nata da una disputa con una zia sulla proprietà di un candeliere di ceramica, proclamò solennemente che avrebbe lasciato nelle sue memorie imperitura testimonianza di quello che secondo lei era un imperdonabile sopruso. E nello sbigottimento generale (nessuno si aspettava che oltre che attrice fosse anche scrittrice) annunciò che a maggior disdoro dell’usurpatrice la sua autobiografia si sarebbe intitolata Il candelabro di Capodimonte. Tutti noi, figli e nipoti, abbiamo vissuto per almeno vent’anni con lo spettro del candelabro periodicamente resuscitato e sventolato come oscura minaccia, ma nessuno si è mai sognato di prenderlo sul serio. E male abbiamo fatto, perchè quando la nonna morì trovammo, in una casa strapiena di tutto quello che per una vita aveva desiderato senza poterselo permettere, una ventina di grossi quaderni fitti di una calligrafia elegantissima e riccioluta come quella di tutte le nonne di una volta, col racconto oceanico, interminabile, dettagliatissimo di tutta una vita.
Ci aveva fregato, tutti.

Plich-plach

28 dicembre 2009

Ficcando il naso fra i libri di mio padre ho trovato un vecchio volume Zanichelli che contiene i sonetti romagnoli di Lorenzo Stecchetti, alias Olindo Guerrini.
Lui (mio padre) era bravo a leggere il dialetto, io molto meno. Questo, poi, è dialetto ravennate e di fine ottocento, per cui non mi è sempre chiarissimo. Ma il sonetto che trascrivo lo capisco bene, e lo ricordo anche perchè era uno dei preferiti di mio padre, che lo leggeva facendosi sempre grosse risate. Capisco che per i non romagnoli è quasi come fosse scritto in aramaico: provo a darne una traduzione letterale, altri ben più esperti di me in sonettistica potranno casomai cimentarsi con la metrica.
Premessa: il sonetto appartiene a un ciclo intitolato E’ viazz (Il viaggio), in cui si racconta di un lungo viaggio in bicicletta che Guerrini fece veramente per l’italia del Nord nel 1901. Qui, arrivata a Venezia, la comitiva si imbarca per raggiungere via mare Trieste.

Maretta

Fena vers mezanott andessom ben
Cun un mer ch’l'era less come un damasch
D’mod ch’us avdeva andè in patuglia i fiasch
E al donn filé stramezz i milurden.

Ma dop, cun la maretta da garben
A balessom la polca e e’ bergamasch
Che mè a dess: “Pulinera t’ai si casch
E t’finess in t’la panza d’i dulfen”.

Tott i’ oman i fasé la faza zala
Tott al donn al dvinté culor d’la caca
E e’ bastiment us ardusé una stala.

Mè um abrazé una vecia, una vigliaca,
Ch’l'am des: “Pardon!” l’am s’apugié a una spala
E pu: plich-plach, l’am gumité in bisaca.

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Fin verso mezzanotte andammo bene,
Con un mare liscio come damasco
Così che si vedevan girare i fiaschi
E le donne flirtar coi milordini

Ma poi, con la maretta di gherbino
Ballammo la polca e la bergamasca
Che io mi dissi: “Pulinera, ci sei cascato
Finisci nella pancia di un delfino”.

Tutti gli uomini fecero la faccia gialla,
Le donne diventarono di cacca
E il bastimento si ridusse a una stalla.

A me mi abbracciò una vecchia, una vigliacca.
Fece: “Pardon!”, mi s’appoggiò a una spalla
E poi, plic-plac, mi vomitò in tasca.

Pasta verde e gallina col riempito

26 dicembre 2009

Per me che me ne sono andato da tanti anni, il ritorno in Romagna è sempre un’occasione per riprendere confidenza con un ambiente e una lingua che inevitabilmente, anno dopo anno, sento sempre più lontani. Il dialetto, che non ho mai parlato di abitudine ma che ho imparato fin da bambino, è come ovunque sempre meno usato, però ci sono alcune abitudini linguistiche passate all’italiano che restano comuni a tutti. Se pensate di transitare da queste parti, quindi, ricordatevi che:
- minestra significa primo piatto tout court. Cappelletti e passatelli in brodo sono minestre, ma anche lasagne e cannelloni al forno, gnocchi e qualunque tipo di pasta. Se in un ristorante alla buona il cameriere vi chiede di minestra cosa vuole? significa che aspetta l’ordinazione del primo.
- pasta verde è il nome che in casa mia si è sempre comunemente usato per le lasagne al forno. Non so quanto sia ancora diffuso, di sicuro in qualche trattoria è possibile sentirlo usare. Deriva dal fatto che all’impasto delle lasagne si aggiungono spinaci cotti e tritati, che danno alla pasta un colore verde intenso.
- pizza è non solo la pizza, ma anche la piadina. Che qui si mangia al posto del pane, fatta in casa ormai raramente e venduta a tutti gli angoli di strada in chioschi a righe bianche e rosse, preparata da donnoni bianchi e rossi pure loro, che la vendono in versione semplice (la pizza, appunto) oppure in versione crescione, che sarebbe una pizza molto sottile, farcita su una metà con erbe cotte o un purè di zucca e patate (tutte le altre versioni, compresa Nutella, sono spurie e segno del mesto declino della nostra civiltà), chiusa a mezzaluna e infine cotta, come la pizza normale, sulla teglia di terracotta.
- tram equivale a autobus.
- motore significa moto: sono venuto in motore.
Poiché Romagna ed Emilia sono geograficamente, storicamente e culturalmente due regioni distinte, non fate l’errore di cercare qua i tortellini. Quella è roba bolognese, mentre da noi ci sono i cappelletti (caplét), più grandi dei tortellini, farciti con un ripieno a base di parmigiano, ricotta, noce moscata, un po’ di carne rosolata e tritata e, una volta, anche cedro candito. Già quand’ero piccolo quest’uso stava scomparendo, però io ricordo che mia nonna, che aveva una bottega di alimentari, teneva nello scaffale anche il vaso di vetro coi canditi per il compenso, che è il ripieno dei cappelletti. Questi si mangiano rigorosamente in brodo; solo nel caso di riciclo di avanzi si possono fare asciutti (dopo averli comunque cotti nel brodo), conditi col ragù. A proposito di brodo e di ripieni, tende sventuratamente a scomparire  la tradizione di fare il brodo con una gallina farcita con un composto di pangrattato, parmigiano, carne macinata e non so cos’altro. Una volta che la gallina veniva tagliata in pezzi, questo ripieno restava con la forma di un polpettone che si affettava e si mangiava freddo, e si chiamava riempito.
Per finire il vino, che io non ho mai apprezzato (infatti ho cominciato a berlo quando mi sono trasferito in Veneto) e che qui si chiama e’ béi, ovvero il bere. Un’identificazione fra azione e oggetto che la dice lunga sui miei compatrioti.


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