Posts contrassegnato dai tag ‘Richard Wagner’

I barbari

17 febbraio 2013

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Sarà grosso modo un secolo, immagino, che i busti di Verdi e Wagner si guardano più o meno in cagnesco in quella curva dei giardini della Biennale che sta proprio di fronte alle fermate dei vaporetti. Come opere d’arte non competono col resto che sta in città ma insomma, stanno lì, non fanno male a nessuno e volenti o nolenti sono lo specchio di un’epoca. Che non mi sentirei di buttare alle ortiche, se non altro perché almeno celebrava uomini d’arte veri e non, come oggi succede, patetiche baldracchette televisive ed equivoci biscazzieri.
E’ un segno sicuramente di questa nuova età barbarica che qualcuno, settimane fa, abbia ritenuto divertente prendere a martellate i due busti, spaccando il naso ad entrambi. Perché? Quale impulso può aver suggerito al neurone (non ne possiede certo più di uno) di questo povero imbecille di arrampicarsi fin lassù e lasciare un tale segno del proprio passaggio?
Invidia per i ben altri segni che Verdi e Wagner hanno lasciato? Non credo, immagino che il barbaro in questione, o forse i barbari perché magari si è trattato di un divertente gioco di gruppo, non abbiano la più pallida idea di chi siano i signori effigiati.

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Non mi piace essere vendicativo e di sicuro non auguro a nessuno guai oltre una certa soglia. Non succederà mai, però come mi piacerebbe sapere un giorno che l’imbecille martellatore ha inciampato in se stesso ed è caduto di faccia su un paracarro riducendosi il naso nelle stesse identiche condizioni alle quali lui ha ridotto questi. Niente di grave e che possa poi tornare bello come il sole, ma tre settimane di faccia tumefatta come se si fosse imbattuto in Nino Benvenuti al culmine dell’incazzatura gliele auguro di tutto cuore.

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Sigfrido e la zia

28 luglio 2010

Ho un gran daffare stasera a correggere delle bozze di stampa da consegnare venerdì. Ma sono riuscito ad ascoltarmi la diretta da Bayreuth della Walküre. Mica tutta, figurarsi, è cominciata alle quattro, però tutto il terzo atto si, dalla cavalcata delle strillanti sorelle (quella di Apocalypse now, sehr gut) fino al forzato addormentamento della Valchiria-capo, Brünnhilde, punita da papà Wotan per insubordinazione e costretta a dormire circondata dalle fiamme fino a che un eroe di passaggio non verrà a svegliarla. Succederà nella prossima puntata e l’eroe sarà Sigfrido, un tontolone che le dischiuderà le gioie dell’amore senza che nè lui nè lei facciano mente locale sul fatto che, essendo figlia di Wotan come pure Sieglinde che era la mamma di Sigfrido, la valchiria è la zia del tonto stallone. D’altra parte lo stesso Sigfrido è frutto di amore incestuoso, essendo nato dall’accoppiamento di Sieglinde col di lei fratello Siegmund. Ma qui mi fermo, so che non è facile seguirmi.
Siccome ho da fare, mi tengo sul breve ma sgnacco qui sotto un po’ di cartoline della mia raccolta, che sarebbe il motivo per cui quella volta ho aperto questo blog, anche se mi sto accorgendo che è passato parecchio in secondo piano. Ecco dunque una pittoresca sfilata di elmi alati; se ho capito bene come si fa, passando sopra ogni foto col mouse si dovrebbe vedere il nome della persona raffigurata. Vediamo se ci riesco:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Oggi lance e corazze non si usano più. Domenica scorsa sulle sacre tavole di Bayreuth persino il cigno di Lohengrin ha perso le penne e si è trasformato in un tacchino volante verso il forno nel giorno del Ringraziamento. Viviamo tempi tristanzuoli, quant’era profeta Alberto Arbasino già cinquant’anni fa!

La mattacchiona del Walhalla

24 giugno 2010

La battuta è famosa quasi come chi se l’è inventata: “Per cantare bene Wagner, quello che serve è un buon paio di scarpe comode”. In effetti con lui c’è da stare parecchio in piedi; per il resto praticamente nulla dava problemi a Birgit Nilsson, che governava un impressionante fiume di voce senza un affanno, una disuguaglianza, un acuto che non fosse una lama di luce. Su di lei se ne raccontano tante: cantava Brunnhilde con Karajan, lamentandosi perchè il palcoscenico era talmente buio che non riusciva a vederlo. Karajan, che era regista mediocre tanto quanto era grande come direttore, le diceva di stare tranquilla e di cantare, che ci avrebbe pensato lui a seguirla. Ma la Nilsson si presentò in scena alla generale con un elmetto da minatore, con la pila sulla fronte. Pare che quella volta persino Karajan abbia riso.
Si dice anche che la prima cosa che faceva appena finita ogni recita fosse di bersi un boccale di birra ghiacciata, che le veniva porto subito dietro le quinte. A Mannheim, dopo un Crepuscolo degli dei, questa usanza le fu particolarmente utile: non bevve la birra ma se la rovesciò addosso e mascherò così l’imbarazzante incidente che le era occorso per lo spavento di vedere il suo Sigfrido, Wolfgang Windgassen, essere sul punto di sfracellarsi al suolo per un cedimento della scenografia.
Io l’ho sentita credo nei primissimi anni Ottanta, quando era una matura signora ormai al termine della sua carriera di palcoscenico. Non eravamo a Vienna, nè alla Scala nè a Londra o al Metropolitan, ma alla Cà del Liscio di Ravenna, che qualche originale si era pensato di utilizzare anche per concerti di musica classica. Nella sala dove abitualmente si ballavano polke e mazurke c’era una pedana su cui era disposta l’orchestra, mentre il pubblico, non potendosi fare altrimenti, era distribuito tutt’intorno sui divanetti rotondi coi tavolini nel mezzo, e ti aspettavi che ad ogni momento arrivasse un cameriere a portarti un’aranciata amara o un chinotto.
Sono sicuro che una situazione del genere non le era mai capitata nella vita, e non ho dubbi che la cosa l’abbia fatta morire dal ridere. Entrò, con una tunica color argento e il più impressionante davanzale che abbia mai visto. A punta, dritto e sodo come fosse una fusione di ghisa. Attaccò Dich teure Halle e, giuro – che diventassimo tutti ciechi se mento, sentii il colpo d’aria di quella massa di suono che ci investiva. Una delle sensazioni musicali più impressionanti della mia vita. Alla fine del concerto era fresca come una rosa; come minimo si sarà fatta, assieme alla birra, un paio di piadine col prosciutto.

Parenti serpenti

16 giugno 2010

Essere tedeschi significa convivere in qualche modo con un fantasma della storia recente parecchio ingombrante. Essere tedeschi e fare Wagner di cognome pone qualche ulteriore problema di coabitazione e costringe a fare i conti con le esternazioni odiosamente antisemite dei capostipiti Richard e Cosima, con la mai sopita fede nazista di Winifred, con le lotte all’ultima coltellata dei fratelli Wieland e Wolfgang, con le più recenti spartizioni di potere.
Questo perchè chiamarsi Wagner significa avere in qualche modo a che fare con la gigantesca macchina del festival di Bayreuth, un meccanismo organizzativo ed economico di enormi dimensioni, attorno al quale più o meno tutti i componenti della famiglia si sono trovati ad essere carnefici o vittime dei propri congiunti.
Riducendola ai minimi termini la storia è questa: Richard Wagner muore nel 1883, quando del festival nel teatro costruito sulla verde collina coi soldi di Ludwig II di Baviera si sono tenute appena due edizioni. Il suo posto viene preso da Cosima, nata Liszt e già sposata von Bülow, che con pugno di ferro si investe del ruolo di sacra custode di una tradizione wagneriana da lei in gran parte inventata. Comunque la si pensi sul suo ruolo, le va riconosciuto che con lei il festival assume non solo regolare cadenza annuale ma anche prestigio mondiale. Ritiratasi dalla conduzione per ragioni di età, passa il testimone al figlio Siegfried, che lo tiene per pochi anni perchè la segue nella tomba a pochi mesi di distanza, nel 1930.
Qui cominciano i veri problemi, perchè entra in gioco la seconda vedova, la terribile Winifred moglie di Siegfried, più nazista del nazismo stesso e intima amica di Hitler (“Wolf”, lo chiama nell’intimità), il quale soggiorna abitualmente a villa Wahnfried. Questa donna impossibile, che mai rinnegherà i suoi orrendi ideali fino alla morte nel 1980, regge le sorti del festival fino alla catastrofe del 1945 e viene sostituita alla riapertura, nel 1951, dai figli Wieland e Wolfgang. Complementari per certi versi (Wieland è lo scenografo-regista che avrà il compito di prendere le distanze da una tradizione di cui non c’era da andare orgogliosi, Wolfgang è un abile organizzatore) non amano però il potere condiviso. La morte prematura di Wieland nel 1966 sgombra quindi il campo a Wolfgang, re assoluto del festival fino al 2008.
Questa catena apparentemente anodina di passaggi di testimone è costellata, nel nome del festival, da una serie impressionante di azioni di incredibile crudeltà: da Cosima che giunge a negare in tribunale che la figlia Isolde sia di Wagner fino a Wolfgang che, morto il fratello, ne fa distruggere gli allestimenti per sgombrare il campo al suo ben minore talento, fra mogli cacciate e figli ripudiati la storia dei Wagner si snoda nella più totale assenza di scrupoli, in nome unicamente della conquista del potere.
I Wagner, saga di una famiglia di Nike Wagner, figlia di Wieland, è una storia nei limiti del possibile obiettiva e distaccata della terribile dinastia. A paragone di Il crepuscolo dei Wagner, il libro del figlio ripudiato di Wolfgang, Gottfried, che a furia di picconate e di fendenti menati a destra e a manca ha soprattutto il sapore di una vendetta nei confronti di una famiglia odiata, il racconto di Nike procede con oggettività, affrontando di petto anche gli argomenti più spiacevoli o dolorosi ma senza volontà distruttiva. Certo, l’occhio di riguardo con cui vengono trattati Wieland e Wolf Siegfried, padre e fratello amati nonostante la relazione adulterina con Anja Silja del primo e il furto di un disegno di Ingres perpetrato dal secondo, si avvertono chiaramente. Uno storico vero, quando il tempo avrà compiuto la sua opera di decantazione e quando e se la documentazione di famiglia sarà mai accessibile, potrà ricostruire queste vicende con metodo scientifico e distaccata obiettività. Solo la giusta distanza consente una visione adeguata delle cose.

Il bello della diretta

2 marzo 2010


E’ a teatro che si vede la gente con le palle. Altro che i divetti in cartapesta della tivvù, stupidini pescati dal grandefratello e messi a fare la fiction, seppure incapaci anche di recitare La vispa Teresa. A teatro, davanti al pubblico vero, dentro una macchina che volenti o nolenti deve andare avanti, lì si che si dimostra di avercele, di essere dei professionisti veri.
Sabato sera, al Nationaltheater di Mannheim. Abbiamo superato già da un po’ la quarta ora dei Meistersinger, l’opera più lunga (ed è tutto dire) di Wagner. Ci avviciniamo al finale, un monumento che da solo dura più, credo, dell’intera Cavalleria Rusticana. Il soprano che interpreta Eva, la protagonista femminile, attacca il quintetto, un pezzo famoso in cui la sua parte ha un ruolo fondamentale. Il mio vicino si gira e mi fa: “ma… è stonata!”. Sta succedendo qualcosa: la cantante non riesce più a sostenere la voce che diventa sempre più fioca, fa un passo indietro per appoggiarsi a un tavolo della scena e continua a emettere brandelli della sua parte mentre gli altri quattro cantanti, il direttore e l’orchestra proseguono imperterriti. E impietriti. Verso la conclusione, il tenore si muove verso di lei, la abbraccia e letteralmente la trasporta fuori scena, quasi a peso morto. L’opera continua: nel finale si svolge la gara dei maestri cantori, alla quale Eva (che dovrà sposare il vincitore che naturalmente sarà il tenore che naturalmente lei ama già) deve presenziare. Ma la sua sedia è vuota e mentre Hans Sachs fa i suoi fervorini introduttivi e poi Beckmesser e Stolzing cantano le loro strofe noi tutti ci chiediamo cosa succederà quando arriveranno le frasi di Eva. Chi le dice? Le dice Eva, che un secondo prima del suo attacco esce dalla quinta e prende posto sulla sua sedia mentre il medico di scena la osserva dalla sua postazione. C’è stata gente fra il pubblico che non si è nemmeno accorta del malore, tanto l’insieme è stato compatto nel gestire l’assoluto imprevisto.
Ieri, stesso teatro ma Schauspielhaus, sala della prosa. Si recita August: Osage County di Tracy Letts. Prima dell’inizio esce il regista che dà al pubblico questa notizia: l’attore che interpreta Charlie è bloccato sul treno da Stoccarda, fermo da qualche parte dopo che un albero sradicato dalla bufera Xynthia è finito sul locomotore. Non si sa quando arriverà e non ci sono sostituti. L’unica soluzione è che lui stesso faccia Charlie, col copione in mano e cercando di farsi notare il meno possibile. E così fa, e bisogna dire che è stato pure bravo, non solo perchè ha permesso allo spettacolo di arrivare in fondo (l’attore vero è arrivato praticamente in tempo per gli applausi finali) ma perchè ha anche trovato una qualche forma di immedesimazione nel personaggio. Insomma, molto meglio lui a leggere il copione senza trucco nè costume che gli attorelli televisivi, filtrati, doppiati, agghindati e, alla fine, completamente inventati.

Cantonate

20 febbraio 2010

La settimana scorsa spulciavo un catalogo on line di vecchie cartoline, farraginoso e non molto prodigo di descrizioni ma di un venditore che offre grande scelta, prezzi bassi e spedizioni veloci. Passavo con calma tutti i pezzi della sezione “cantanti d’opera”, poco interessanti in quel momento, quando ho visto questa cartolina e quel nome che mi diceva qualcosa. In effetti, su Hedwig Reicher-Kindermann mesi fa avevo letto un libro, non bellissimo per la verità. Soprano, apparteneva alla compagnia di Angelo Neumann, che contribuì a diffondere in Europa la fama dell’Anello del Nibelungo. Raggiunta la celebrità nel nome di Wagner, era morta a Trieste a soli 29 anni, poco dopo aver partecipato alla prima rappresentazione assoluta della Tetralogia a Venezia, dove lo stesso Wagner era morto da appena due mesi.
Bene, contentissimo di aver trovato una fotografia della cara Hedwig, c’era comunque qualcosa che non tornava: nella cartolina essa è ritratta infatti come Salome, ma se lei è dipartita da questa terra nel 1883, la Salome di Strauss è stata scritta e rappresentata nel 1905. E io che ne so se fra le opere tedesche di fine Ottocento oggi dimenticate non ce ne fosse un’altra? Oppure se la Herodiade di Massenet (prima rappresentazione, 1881) non abbia avuto una qualche particolare fortuna in terra germanica?
Insomma, costava poco e l’ho comprata. Nella riproduzione sul catalogo, i versi nell’angolo in alto a destra erano illeggibili ma quando la cartolina mi è arrivata la cantonata presa mi è apparsa in tutta la sua evidenza: quello è il libretto dell’opera di Strauss, che è poi una fedele traduzione in tedesco del testo di Wilde. E allora? E allora ho scoperto che oltre a Hedwig Reicher-Kindermann è esistita anche Hedwig Reicher e basta. E così, se da un lato mi consola sapere che la signorina della mia foto non è schiattata nel fiore degli anni dopo essersi immolata nel Crepuscolo degli dei, dall’altro la scoperta che Fraulein Reicher e basta era un’attrice mi ha gettato nello sconforto. Qui la si vede vestita da Columbia a una manifestazione a Washington per il suffragio alle donne. E io che me ne faccio di un’attrice, e suffragetta per giunta, in mezzo ai miei soprani e mezzosoprani? Boh, ci penserò. Per il momento l’ho messa nella scatola con le altre; hanno tutte un’età, magari prima che se ne accorgano e che scoppi lo scandalo fanno in tempo a fare amicizia.


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