Privato della soddisfazione di sfilare con la berretta da doge, il piccolo trombato nella corsa alla poltroncina di sindaco di Venezia ha comunicato le proprie dimissioni dal consiglio comunale. Ha altro da fare, dice. Bene, dico io, e speriamo che venda casa e che io non debba più incontrarlo in calle lunga, che ogni volta mi rovina l’appetito.
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Piccole speranze
22 aprile 2010E adesso…
30 marzo 2010Laggiù qualcuno mi ama
3 marzo 2010Manie di grandezza
11 febbraio 2010
L’ineffabile ha comunicato che quando sarà sindaco di Venezia sposterà la sede del municipio da Ca’ Farsetti a Palazzo Ducale. Già c’è chi si preoccupa di cosa succederà quando la piazza sarà sott’acqua: fornirlo di boccaglio o portarlo dentro col ricostruito Bucintoro?
Ma queste sono bazzecole, è chiaro che tutto passa in secondo piano davanti alla più lusinghiera delle prospettive: salutare la folla plaudente dall’alto della Scala dei Giganti!
Innegabilmente
1 febbraio 2010Un sindaco per Venezia
25 gennaio 2010Ne go do bae…
10 dicembre 2009
Della storia dei fannulloni ne ho due palle così. In uno dei miei periodici attacchi di masochismo ho ascoltato stasera “La zanzara”, la deprimente trasmissione di Radio24 nella quale la divetta Giuseppe Cruciani pontifica e prende a pesci in faccia chiunque osi levare una sillaba contro l’ex cantante di pianobar oggi domiciliato ad Arcore. E’ più forte di me, ogni tanto lo faccio, forse per non perdere mai la consapevolezza dei tempi più che tristanzuoli nei quali stiamo transitando. Comunque, ascoltavo e cuocevo la frittata e a un certo punto il Cruciani ha intervistato un investigatore privato che, dice, lavora da tempo per le amministrazioni pubbliche alla ricerca di fannulloni. Che grazie a lui vengono smascherati e licenziati, o costretti alle dimissioni.
Non ne posso più di sentir utilizzare la parola che al signore ritratto nella foto nell’esercizio della sua statale professione piace tanto. Mi sono rotto i coglioni, io dipendente pubblico, di essere quotidianamente messo alla berlina e sbeffeggiato in questa maniera. Mi sono rotto i coglioni, io dipendente pubblico, di essere fatto passare come il mangiapane a tradimento, il ladro di stipendi, lo scaldasedia improduttivo. Come quello che non perde occasione di fregare il datore di lavoro, che si mette in malattia e va in vacanza, che esce dall’ufficio e va per negozi, che passa la mattina alla macchina del caffè. Mi sono rotto i coglioni di questo demagogico sparare nel mucchio, e me li sono rotti non perchè cose come queste non esistano, ma perchè non è bollando un’intera categoria e dandola in pasto a chi ottusamente crede che “il privato” sia il centro di ogni virtù si risolva il problema.
Vogliamo dirlo dove sta il problema? Il problema sta nel fatto che un dipendente pubblico (uno a caso: io) laureato, che fa un lavoro altamente specializzato, che negli anni ha acquisito (mi scoccia dirlo, ma adesso mi tocca) un ruolo di autorità nel proprio campo sia in Italia che all’estero, che negli anni ha formato circa la metà delle persone che attualmente in Italia fanno il suo mestiere, che partecipa regolarmente a progetti di ricerca anche internazionali, che va a congressi e regolarmente pubblica, che in venti anni di servizio ha fatto quindici giorni di malattia e ha avuto due avanzamenti di carriera non in virtù di anzianità ma superando concorsi nei quali si è fatto il culo studiando per mesi, il problema sta nel fatto che questa persona guadagna 1.680 euro al mese. Ecco, questo è il vero problema. Trovarsi dopo vent’anni di lavoro con uno stipendio del genere e avere a che fare con colleghi francesi, tedeschi o inglesi che prendono tre volte tanto, questo è il problema. Doversi sbranare coi colleghi per aggiudicarsi un concorso di Progressione Economica Verticale, questo è il problema. Cominciamo a dire che i dipendenti dello stato sono trattati come una massa di servi sottopagati, che c’è gente laureata e che fa lavori cosiddetti di alto profilo che prende 1.100 euro. Vogliamo fare i rigorosi con chi fa il furbo? Sacrosanto, però paghiamo il giusto prezzo per il lavoro di chi il proprio dovere lo fa, senza isterismi, generalizzazioni e ironia da quattro soldi.
Beccare chi fa il furbo è doveroso ma anche facilissimo: da me siamo in trecento e tutti sanno tutto di tutti, non c’è bisogno di assumere il primo Tom Ponzi di passaggio (oltretutto profumatamente pagandolo, I suppose). E’ solo stupida demagogia, strumentale alle panzane che racconta il bell’addormentato lassù in alto.








