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La buoncostume all’assalto

4 aprile 2011

Ieri pomeriggio, verso le cinque. I due turisti guardano la signora da sotto, sbigottiti. Lei è di mezza età, dritta e dura come un Obersturmführer del III Reich: tailleur giallo canarino, camicetta bianca accollatissima e messimpiega immacolata e laccata stile Rita Levi Montalcini. Loro sono padre e figlia, lui sui cinquanta e lei sui venti. Si sono seduti, come centinaia di altre persone, sulla riva in faccia alla stazione, a godersi il sole di questo pomeriggio di domenica quasi estivo.
Non capisco perché la tipa se l’è presa proprio con loro: “Alzatevi immediatamente, voi state mancando di rispetto a me e a tutti quelli che abitano in questa città e pagano le tasse. Vergognatevi, alzatevi immediatamente o chiamo la polizia. Subito! Via!” Parla così, per ordini secchi senza possibilità di discussione. Mi chiedo se dopo di loro ha intenzione di far alzare tutti gli altri, novella Don Chisciotte delle barene. Il padre cerca di reagire, coglie la parola “polizia” ma non riesce a capire perché. Ripete in inglese e con tono pacato: “ma che vuole?, non capisco signora, mi spiega cosa sta succedendo?”. La vecchia prosegue imperterrita la sua litania di comandi: “andateve immediatamente, vergognatevi, in questa città ci sono dei bambini!”.
Improvvisamente capisco: la ragazza ha un vestito corto e le gambe nude. La corazzata beghina contro quelle combatte: un paio di gambe di una sana ventenne seduta a prendere il sole. La ragazza si sente aggredita e scoppia a piangere, continuando a non capire. Il padre allora taglia corto, si alza e la porta via.
Né io né gli altri che con me hanno assistito alla scena siamo intervenuti, per un semplice motivo: la vessillifera della pubblica morale non ci avrebbe messo un attimo a chiamare vigili o polizia che da quelle parti stazionano in abbondanza e anche se tutto sarebbe finito sicuramente in niente, la farsa chissà di quanto sarebbe stata prolungata. Però poi non sono riuscito a non avvicinarmi ai due, lui perplesso e lei in lacrime.
“Non preoccupatevi, questa città è piena di vecchie matte”
“Voleva chiamare la polizia? perché?” 
“Per via delle gambe”
“Ma è vietato dalla legge?”
“Si figuri, certo che no. Fatevi una risata, non prendetevela, era solo una vecchia matta”.
E li ho lasciati lì, rinfrancati ma ancora perplessi. Strano paese, avranno pensato: in alto un governo fondato sul bunga-bunga, per strada paladine della buoncostume a fare scenate per un paio di gambe.

La prova provata

3 marzo 2011

E’ tutte le mattine al vaporetto. Un ragazzetto delle superiori, assonnato, palpebra a mezz’asta e cuffiette alle orecchie che sparano un ininterrotto bum-bum-bum. Da qualche giorno c’è una novità: arriva col Giornale, che legge avidamente mentre il bum-bum-bum continua.
E’ la prova che il rock e il volume troppo alto friggono il cervello.

Linea 1, h. 16,30

7 ottobre 2010

…insomma, savè cossa che ea ga fato? Gli ha corretto il dettato, gli ha segnato un mucchio di errori e dopo se ga inrabià perchè ha detto che i xe troppi e che el ga fato mal e insomma sta qua ciapa il quaderno ghe strappa la pagina e dopo ghe dise adesso rifai tutto daccapo cioè mi no so vardè mi no go paroe adesso ti [si rivolge al bambino] se quea stronsa fa danovo una roba cussì ti ghe disi signora maestra io non rifaccio proprio niente e che ea vegna a parlar con mi, sta stronsa…

Linea 52, h. 7,10

7 ottobre 2010

…insomma quella di arte ieri fa che facevamo troppo casino e così oggi per punizione interroga cossa ti vol so rivada a casa e go dito adesso faccio inglese ma poi un pezzo l’avevo fatto il resto non avevo capito cosa c’era da fare allora ho dormito un’ora poi sono uscita coe fie cioè no posso miga sararme in casa tutto il giorno par questa te par quindi no go fato gnente magari adesso prima di entrar ghe dago una letta tanto cossa ti vol queo xe…

La cornacchia mattutina

23 settembre 2010

Una volta prendevo il vaporetto alle sette e mezza. Poi cominciai a trovarci la cornacchia, tutte le mattine, e a un certo momento decisi che avevo due possibilità: ucciderla o cambiare. Optai per la seconda e anticipai, non senza lacrime e sangue, al 62 delle sette e dieci.
La cornacchia è moglie e madre di famiglia. Infatti sul vaporetto ci trovavo lei, il marito e le due bambine. Lei è una tipa piccolina, sempre un po’ tiratina perchè, penso, fa un lavoro che le richiede una certa cura nell’apparire. Gonnella grigia, tacchetto giusto, camicetta. Però, sarà che di faccia è precisa spiaccicata alla Monica che stava di fronte a casa mia quand’ero piccolo e che era una scout, a me la cornacchia ha da sempre dato l’impressione di essere una di parrocchia, che canta alla messa con le chitarre e che ha conosciuto il marito al catechismo, che non lo fa per piacer suo ma per far piacere a dio e che, anzi, l’han fatto due volte in tutto. Infatti hanno due figlie.
Ora, io la mattina alle sette sono un po’ suscettibile. Già l’idea di inserirmi in un mezzo affollato per andare ad espletare un dovere professionale di cui mi frega sempre meno mi rende nervoso. Inserirmi nel mezzo e trovarci la cornacchia che con voce gradevole come un gessetto nuovo sulla lavagna intratteneva i mostriciattoli trattandoli come fossero il sole attorno a cui gira l’universo, mi risultava del tutto insopportabile. A volte le metteva sedute sui gradini del motoscafo per dar loro la colazione; altre volte le intratteneva (ci intratteneva, purtroppo) con fiabe, filastrocche, deliziose canzoncine ogni nota delle quali era come una scarica elettrica per ogni mia cellula cerebrale. Perchè la cornacchia non si chiama così per caso: essa non parla, gracchia con registro sopranile. Resisteteci voi, alle sette della mattina.
Il marito, che secondo me ha staccato i collegamenti dopo la famosa seconda volta che l’han fatto, non l’ho mai sentito parlare. Sorrideva e si illuminava ogni volta che uno dei due mostriciattoli apriva bocca e si guardava attorno con l’aria di chi tacendo dice: “ah che roba! non è incredibile? ah che geni! ah che soddisfazione!”.
Così, dopo mesi di stress decisi che la sanità mentale valeva bene un anticipo della sveglia. A parte la prof delle frappe, che se uno si mette a distanza di sicurezza non la sente, il motoscafo delle sette e dieci è ragionevolmente meno affollato e deliziosamente silenzioso. Sarà che a quell’ora siamo più o meno tutti in coma vegetativo.
Solo che una mattina assieme col vaporetto sono arrivati anche loro, la cornacchia e i suoi. Ho pensato di buttarmi a mare e chiuderla lì, ma per fortuna non l’ho fatto perchè poi nei giorni successivi non sono più riapparsi. Saranno tornati al loro vaporetto solito, o forse li ha uccisi qualcun altro ancora più instabile di me.

Abbandonato al suo destino

22 settembre 2010

La trovo tutte le mattine sul vaporetto delle sette e dieci, in piedi vicino all’entrata con un ipod in mano e gli auricolari nelle orecchie. Ha sicuramente passato la cinquantina ma si veste come una ventenne con ambizioni di seduttrice sbarazzina, tutta frappe e volant, fiocchi e fiorellini e colori pastello. E qualunque cosa indossi, sempre molto corto, porta quelle cose che sono fatte come calze ma sono nere e senza piedi. Si insomma, quelle cose lì, immagino che abbiano un nome preciso ma non lo so.
E’ sicuramente un’insegnante. Come lo so? E’ che alla mia fermata sale un suo collega, sul quale lei si avventa come un’aquila sull’agnello. Lo inchioda al barcarizzo, l’ipod sparisce nella borsa, gli si attacca come un anemone alla cozza e guardandolo da sotto in su (è bassetta), quasi bocca contro bocca  inizia a squadernargli questioni di lavoro, e collegi, e circolari, e progetti, e schede finanziarie, e programmazione e che ne so io. Lui la ascolta paziente, ogni tanto riesce pure a infilare qualche sparsa sillaba nel suo monologo. Stamattina, però, i nostri sguardi – mio e del collega – si sono incrociati per un millesimo di secondo e, sarà stata suggestione non lo so, io ho letto nella sua pupilla una sconsolata richiesta di aiuto. Ma era troppo tardi, eravamo alla mia fermata e ho dovuto lasciarlo al suo destino.


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