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L’architetto e la prospettiva della casalinga

17 giugno 2011

Il ponte della Costituzione è ancora per tutti il “ponte di Calatrava”. A quasi tre anni non dall’inaugurazione (che non c’è mai stata) ma dall’apertura, è ancora tarpato e infastidito dalle impalcature dell’ovovia, inutile monumento al politically correct che si rivelerà l’ennesima occasione che il comune di Venezia non si è lasciata sfuggire per buttar via dei soldi pubblici. Con tutto ciò il ponte è, nel mio modestissimo parere, un’opera non solo molto bella, ma anche estremamente utile ed intelligentemente posizionata.
Non per nulla, infatti, quando negli anni ’30 del Novecento si diede mano in simultanea alla ricostruzione della stazione ferroviaria e alla realizzazione di piazzale Roma, si pensò di spostare qui dagli Scalzi il ponte sul Canal Grande, che sarebbe stato molto più utile a far da collegamento fra terminal automobilistico e terminal ferroviario. Invece l’affare stazione andò molto per le lunghe (quella che vediamo è stata completata nel ’55 o giù di lì) e nel momento in cui si rese indifferibile la sostituzione del ponte ottocentesco di ferro, visto che la riva era completamente intasata dal cantiere si decise di ricostruirlo dove stava, ma in pietra. Checché molti veneziani autonominatisi Proto di San Marco dicessero quando la struttura di ferro di Calatrava fu messa in opera, il ponte qui è molto più sensato che davanti agli Scalzi: offre un collegamento diretto fra le aree est e ovest della città e risparmia l’inutile e involuto giro attorno ai giardini Papadopoli.
Con la sua curva estremamente elegante, le testate in pietra bianca e la struttura in ferro verniciato di rosso, il ponte è indubbiamente l’oggetto architettonico più significativo dell’intera area. Nei primi mesi di apertura il comune si comportò con lui come facevano le mamme una volta, quando davano la cera in salotto: vigili urbani a fare la guardia, cartelli minatori che vietavano il passaggio a carretti e trolley e una infinità di altri divieti tanto inutili quanto ridicoli. Naturalmente tutto questo è finito abbastanza presto e oggi, come si sa, persino i cretini in automobile sono riusciti a salirci sopra.
Invece che con questi provvedimenti, architetto e amministratori avrebbero dovuto in altra maniera adottare un punto di vista da giudiziosa casalinga. Osservando il ponte da vicino, infatti, si vede abbastanza chiaramente come sia l’uno che gli altri non si siano mai posti il problema di come alcune soluzioni progettuali a loro tempo sventagliate come innovative ed esteticamente all’avanguardia avrebbero comportato alti costi di manutenzione e un precoce degrado del ponte. Cominciamo da sotto: la struttura a dorso di dinosauro in ferro dipinto di rosso fa un bellissimo effetto quando si passa sulla fondamenta, peccato che il colore brillante faccia risaltare impietosamente lo sporco che in questi due anni si è depositato e le colature che arrivano dai gradini e dai parapetti. Se è così dopo due anni, come sarà fra dieci? Naturalmente, le testate in pietra sono una irresistibile calamita per i cretini muniti di pennarello, ai quali suggerirei volentieri una collocazione alternativa per questi oggetti.
Altra notazione da casalinga: i parapetti in vetro sono bellissimi ed è una sensazione incredibile salire e scendere la lunga curva del ponte potendo vedere di qua e di là il Canal Grande e il traffico di barche e vaporetti. Però le mamme le finestre periodicamente le puliscono e mi viene da dire che l’amministratore che a suo tempo ha dato l’ok a questa idea avrebbe dovuto pensare che anche questi vetri avrebbero dovuto essere lavati. Dalle foto non si capisce molto bene, ma a passarci oggi è abbastanza deprimente vedere le lastre di vetro impolverate e insozzate di schizzi, colature e adesivi appiccicati dalla solita inesorabile manica di imbecilli.
Il più dolente dei punti dolenti è però quello dei gradini. Nelle prime settimane, i giornali sembravano bollettini di guerra e riportavano quotidianamente la lista dei contusi e dei fratturati. Molti ridevano ma il problema non è da poco: le alzate bassissime, le pedate a dimensione variabile e la sommità leggermente arcuata consentono al ponte di avere la linea snella che ha, ma sono tutto fuorché ergonomiche. Nella sostanza, se non tieni gli occhi piantati a terra stai pur certo che a terra ci sbatti il muso. Nei primi giorni, poi, la carneficina era totale perché una delle principali idee di Calatrava si è rivelata un fallimento: i gradini di vetro con l’illuminazione da sotto avranno anche creato un’atmosfera magica ma chi passava sul ponte era non solo abbagliato dalla luce, ma perdeva completamente la percezione dei gradini. Col buio e i fari accesi sotto i piedi sembravamo tutti zombie e non è stato un caso che dopo tre giorni le luci sono state definitivamente spente, rinunciando così a uno degli effetti più pubblicizzati da stampa e amministrazione. Ma c’è un altro problema: gli inevitabili assestamenti della struttura portano alla periodica rottura delle lastre di vetro dei gradini. Le prime sono state sostituite ma poi il loro costo altissimo ha portato al ripiego di orribili toppe metalliche, che assieme alle macchie nere dei chewing-gum buttati a terra dai soliti eterni imbecilli (e anche qui potrei suggerire un posto più consono dove metterli) danno una generale impressione di trasandatezza.
Insomma, ci sono ancora grandi architetti ma forse ogni tanto un punto di vista più terra-terra, proprio da casalinga che deve tenere in ordine il proprio salotto, non farebbe male.

L’uovo a Pasqua

22 aprile 2011

Ed eccolo qua, finalmente, uovo di Pasqua superlusso palpitante, pronto sulla rampa di lancio per l’entrata in funzione. Ancora non sappiamo quando questa avverrà, naturalmente, in fondo non sono nemmeno due anni che il Ponte di Calatrava – pardon, della Costituzione – è stato inaugurato, mica abbiamo fretta di vederlo senza impalcature. Dopo anni di patemi e di paturnie ormai definitivamente alle nostre spalle, dopo una fase di test di cui poco o nulla sappiamo, l’ovetto potrà iniziare a transitare da una parte all’altra del Canal Grande. Quanti saranno quelli che lo preferiranno al vaporetto che parte dallo stesso posto e arriva cinquanta metri più in là, ancora più comodo per andare in stazione? Lo vedremo, il mio presentimento è che l’ovetto finirà per arrugginire sui suoi ingranaggi e che fra qualche anno (come si è fatto per un aggeggio analogo già montato nei pressi dell’ospedale Giustinian) quatti quatti lo smonteranno. Il politically correct, però, è salvo e quanto ai soldi, se ne buttano già talmente tanti che quelli investiti per l’uovo sono solo una pagliuzza al cospetto di una montagna. Tutto è bene quel che bene finisce.
Ah già, la puntata precedente della piccola saga è qui.

L’uovo 2, la vendetta

13 giugno 2010

La prima puntata della saga dell’uovo è qui.
Adesso che i lavori sembrano quasi finiti, che le impalcature un po’ alla volta se ne vanno mentre i denti rossi applicati alla fiancata del ponte aspettano l’uovo di Mork che viene da Ork, adesso che le torrette anch’esse rosse che serviranno alla partenza e all’arrivo dell’uovo sono state montate, adesso sembra che tutti si accorgano che l’intera storia è una scemenza di dimensioni colossali, che nessuno userà mai questo aggeggio e che se il ponte è una barriera architettonica, il vaporetto che parte e arriva proprio lì sotto è il mezzo più pratico ed economico per superarla.
Ha cominciato l’ex assessore D’Agostino a dire che non gli piace, seguito a ruota dal nostro prossimo sovrintendente Sgarbi, che col suo consueto stile da pecoraio ha dato degli imbecilli a tutti. Tolto il tappo, tutti strillano che è una porcheria, che non si aveva da fare, che sono soldi buttati e così via. Solo che ormai indietro non si torna, se non altro perchè fino a quando non aboliranno anche questa c’è pur sempre una Corte dei Conti a cui va data ragione dei soldi buttati. Soldi, non so se è chiara l’idea, nostri.

L’uovo di Calatrava

6 dicembre 2009

Lo sconfortante scritto di marcoboh sulla linea c della metropolitana di Roma mi ha ulteriormente confermato la certezza che siamo nel paese del navigare a vista e che nonostante anche il biavarol si diletti ormai di project management, nessuno qui da noi sa veramente cosa sia e a cosa serva. Si sa che se Atene piange, Sparta non ride e infatti anche qui in laguna gli esempi di pochezza manageriale nella gestione dei grandi progetti sono numerosi. Uno dei più tragicamente comici è quello del ponte di Calatrava – pardon, ponte della Costituzione, sennò Cacciari si incazza. Sorvolo sui circa dieci anni che ci sono voluti a farlo, le innumerevoli dilazioni nei tempi e la lievitazione dei costi. Sorvolerei anche sulle cappelle progettuali, ma come faccio a tacere dei gradini di vetro che già si spaccano coi movimenti della struttura, dell’illuminazione dal basso che è stata utilizzata per due giorni e poi spenta perchè abbagliava e rendeva invisibili le alzate, della forma stessa dei gradini, che ti costringe a fare salita e discesa con gli occhi incollati a terra per non sfracellarti al suolo? Nelle prime settimane dopo l’apertura, i giornali locali pubblicavano ogni mattina la lista dei fratturati del giorno prima, neanche fossimo in tempo di guerra.
Dopo l’apertura, avvenuta alla chetichella una sera di agosto dell’anno scorso – almeno si sono resi conto che non c’era proprio niente da festeggiare, ci fu comunicato che per salvaguardare l’integrità del capolavoro architettonico era fatto divieto di accedere al ponte con carrelli di qualunque tipo. A parte che il carrello è, a Venezia, l’unico mezzo possibile di trasporto merci pedonale, un divieto del genere messo su un ponte che collega terminal automobilistico e terminal ferroviario fa precipitare di colpo il coefficiente di utilità del ponte stesso. I vigili urbani messi a fare da portinai al manufatto impedivano infatti l’accesso al ponte anche a chi arrivava con un banale trolley o un carrellino da spesa. Tutto è durato qualche giorno, poi naturalmente i vigili sono spariti e oggi trolley e carrelli vanno tranquillamente su e giù per i terribili gradini, già graziosamente impiastricciati di centinaia di neri chewing-gum spiaccicati.
Poi ci fu la rivolta dei bottegai – pardon, dei commercianti. Realizzato nella posizione in cui si trova, il ponte di Calatrava ha immediatamente modificato i percorsi pedonali, creando un asse che unisce direttamente piazzale Roma alla stazione e a Strada Nova e prosegue fino a Rialto. E’ successo, quindi, che i venditori di carabattole dislocati nell’area che un tempo era di passaggio e oggi è tagliata fuori hanno iniziato le lamentazioni, le minacce di chiusura e le solite geremiadi che i commercianti fanno ogni volta che qualcosa cambia. Così l’amministrazione ha approntato una graziosa segnaletica che instrada l’ignaro turista (perchè il locale gli fa una pernacchia e va dove vuole lui) sui vecchi percorsi. Tanto lui ha tempo da perdere, può fare anche la strada più lunga e vedersi un po’ di carabattole.
Ma la storia più bella è quella dell’uovo. Allora, passo indietro: nei lunghi anni della realizzazione ci fu una dura presa di posizione di non so quale associazione, perchè nella progettazione del ponte non si era tenuto conto della necessità di eliminare le barriere architettoniche. Che è di per sè una cosa grave, giustificabile qui dal fatto che ai piedi del ponte parte un vaporetto che ha la fermata successiva sull’altro lato e che quindi può fungere agevolmente come mezzo sostitutivo per tutti quelli che non possono accedere al ponte stesso. Però no, la questione è di principio e così si chiese una modifica al progetto. I dettagli non me li ricordo più, sta di fatto che alla fine si decise di fare un uovo-montacarichi che, appeso esternamente al ponte, possa trasportare le persone di qua e di là del canale. Ad agosto del 2008 si inaugurò quindi il ponte senza uovo, lo si lasciò qualche giorno a disposizione per le fotografie e poi si fecero le impalcature su tutta la fiancata sinistra per realizzare la struttura. Dopo quasi un anno e mezzo, le impalcature sono ancora lì, la fiancata del ponte è stata riempita di sostegni pitturati di rosso ma l’uovo non si vede, e non si sa quando si vedrà. In compenso si sa cosa succederà quando (e se) arriverà: per passare da una riva all’altra l’uovo impiegherà 12 minuti. Questo significa che un signore in carrozzella che deve andare in stazione e trova l’uovo sull’altro lato deve chiamarlo, aspettare 12′ perchè arrivi, mettercisi dentro come Mork che viene da Ork e farsi 12′ sospeso nel vuoto. In totale 24 minuti e un serio rischio di infarto. Nella peggiore delle ipotesi, col vaporetto ci metterebbe la metà del tempo e avrebbe il cuore molto più al sicuro.
Adesso, non paghi dei penosi risultati di questa storia, non paghi di quello che sta succedendo col tram di Mestre, altro cantiere infinito le cui decisioni vengono prese di cinque minuti in cinque minuti, si sono messi in testa di buttar via il ponte dell’Accademia e di rifarlo. Cercano qualcuno che ci metta i soldi perchè qui, bambole, non c’è una lira.


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