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Sigfrido e la zia

28 luglio 2010

Ho un gran daffare stasera a correggere delle bozze di stampa da consegnare venerdì. Ma sono riuscito ad ascoltarmi la diretta da Bayreuth della Walküre. Mica tutta, figurarsi, è cominciata alle quattro, però tutto il terzo atto si, dalla cavalcata delle strillanti sorelle (quella di Apocalypse now, sehr gut) fino al forzato addormentamento della Valchiria-capo, Brünnhilde, punita da papà Wotan per insubordinazione e costretta a dormire circondata dalle fiamme fino a che un eroe di passaggio non verrà a svegliarla. Succederà nella prossima puntata e l’eroe sarà Sigfrido, un tontolone che le dischiuderà le gioie dell’amore senza che nè lui nè lei facciano mente locale sul fatto che, essendo figlia di Wotan come pure Sieglinde che era la mamma di Sigfrido, la valchiria è la zia del tonto stallone. D’altra parte lo stesso Sigfrido è frutto di amore incestuoso, essendo nato dall’accoppiamento di Sieglinde col di lei fratello Siegmund. Ma qui mi fermo, so che non è facile seguirmi.
Siccome ho da fare, mi tengo sul breve ma sgnacco qui sotto un po’ di cartoline della mia raccolta, che sarebbe il motivo per cui quella volta ho aperto questo blog, anche se mi sto accorgendo che è passato parecchio in secondo piano. Ecco dunque una pittoresca sfilata di elmi alati; se ho capito bene come si fa, passando sopra ogni foto col mouse si dovrebbe vedere il nome della persona raffigurata. Vediamo se ci riesco:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Oggi lance e corazze non si usano più. Domenica scorsa sulle sacre tavole di Bayreuth persino il cigno di Lohengrin ha perso le penne e si è trasformato in un tacchino volante verso il forno nel giorno del Ringraziamento. Viviamo tempi tristanzuoli, quant’era profeta Alberto Arbasino già cinquant’anni fa!

Spigolature berlinesi

23 marzo 2010

Questa è l’ultima immagine che Berlino mi ha lasciato ieri mattina, grigia e fredda, di là dalle vetrate della stazione Zoo mentre aspettavo la S-Bahn che doveva portarmi all’aeroporto. E’ una città che ti prende, Berlino, che ti piaccia o no. A Roma, a Venezia, a Parigi la storia la respiri a ogni metro di strada, ma è una storia lontana, diventata museo, una storia che possiamo guardare con quel distacco che la fa suggestiva ma non più di tanto coinvolgente. A Berlino, dove tanto meno è rimasto del passato, la storia è lì, è ieri, due ore fa, la storia si sta facendo adesso, in quei tutto sommato pochi chilometri quadrati appena usciti da uno strazio durato settant’anni, in quel crogiolo culturale incredibile che nessuna invasione del becero turismo internazionale riesce a soffocare.
Una meticolosa esplorazione di Dussmann, nella Friedrichstrasse e una visita al Nolde Museum, che ogni tre o quattro mesi cambia completamente le opere in esposizione ed è quindi ogni volta diverso, sono riti ai quali non intendo rinunciare ogni volta che vado a Berlino. Ma sono tante le ragioni per cercare di andarci almeno una volta l’anno. A cominciare dalla piazza più bella del mondo, Gendarmenmarkt.

Lo so che ho piazza San Marco sotto il naso tutti i giorni, però la bellezza algida di questo rettangolo con le due chiese gemelle (quella che non si vede qui l’avevo alle spalle quando ho scattato la foto) che affiancano lo Schauspielhaus, oggi Konzerthaus, di Schinkel mi lasciano ogni volta senza respiro. Cosa mi resta poi di questi pochi giorni? Gli spuntini pre-teatro in un miscroscopico ristorante turco, serviti da una adorabile giovane cuoca che ogni volta ci chiedeva se volevamo portarci via qualcosa da mangiare durante lo spettacolo. La gita “fuori porta” in un giorno già primaverile nonostante il ghiaccio invadesse ancora il lago, alla cittadella di Spandau, restaurata e aperta al pubblico.

Poi la visita alla Knoblauchhaus, nel Nikolaiviertel (un isolato pateticamente ricostruito dalla DDR per darsi un’immagine di chi ha cura del patrimonio antico, e questo dopo aver fatto saltare in aria con la dinamite l’intero palazzo reale) che contiene un delizioso piccolo museo dedicato al Biedermeier.

E poi, visto che parliamo di musei, una mostra strepitosa alla Neue Nationalgalerie: Moderne Zeiten, tempi moderni. Opere della collezione del museo dal 1900 al 1945. Come dire, il terzo volume dell’Argan dal vivo.

E poichè il confronto col passato più recente non può mai essere rimosso, in mezzo alle opere esposte stanno anche riproduzioni in scala 1:1 e in bianco e nero delle tele che avrebbero dovuto esserci perchè facevano parte della collezione ma, rimosse dai nazisti perchè entartete Kunst, arte degenerata, sono nei casi migliori finite altrove, oppure distrutte o disperse.
Usciti dal trasparente edificio di Mies van der Rohe, un salto alla vicina Gemäldegalerie per constatare che nemmeno questa volta vedremo l’Amor vincitore di Caravaggio, prestato a Roma. Poco male se quel che resta è del livello di questa parete della stanza dedicata a Rembrandt.

Ma non c’è Rembrandt né Tiepolo che tenga: il quadro del mio cuore in questo museo è questo Le nozze di Amore e Psiche di Pompeo Batoni. Qui davanti mi sono mentalmente genuflesso per cinque lunghi minuti.

E’ ora di chiudere, fra l’altro mi sembra che WordPress faccia le bizze stasera e non salva le bozze. Rischio di star qua a scrivere come un fesso per poi perdere tutto. Naturalmente Berlino è anche e soprattutto opera. Tre sere a teatro: prima alla Deutsche Oper per uno splendido Evgenij Onegin, con una strepitosa messa in scena tutta bianca e un Bo Skovhus da standing ovation (il secondo da sinistra nella foto).

Poi alla Komische Oper che, per non farci mancare nemmeno un ulteriore brividino, ebbe fino al 1933 il nome di  Metropol-Theater e fu uno dei più popolari teatri di operetta e varietà di Berlino. La casa di Richard Tauber, per capirci. La sala è scampata alle bombe e oggi le gigantesche figure di telamoni in stucco che reggono mandolini e ombrellini cinesi assistono alle ardite messinscene teatrali della compagnia d’opera più di avanguardia della Germania.

Per fortuna, il Rosenkavalier che ho visto venerdì sera non stravolgeva con eccessi da Regietheater alla tedesca il capolavoro di Strauss e Hofmannstahl. Anzi, lo spettacolo era bellissimo e incredibilmente suggestivo.

Il Don Pasquale di sabato era invece molto più ardito, ma non gratuito e divertente. E allora, se a un’opera buffa si ride e si partecipa, e si gode di una esecuzione musicale più che buona, dov’è il problema? All’uscita, un’ultima occhiata al Gendarmenmarkt quasi deserto e un saluto a Schiller sempre in posa sul suo piedistallo davanti alla scalinata del Konzerthaus. Arrivederci a presto, torno nel paese dell’odio e dell’amore. Quello mi è toccato, ognuno ha la sua croce.

Il bello della diretta

2 marzo 2010


E’ a teatro che si vede la gente con le palle. Altro che i divetti in cartapesta della tivvù, stupidini pescati dal grandefratello e messi a fare la fiction, seppure incapaci anche di recitare La vispa Teresa. A teatro, davanti al pubblico vero, dentro una macchina che volenti o nolenti deve andare avanti, lì si che si dimostra di avercele, di essere dei professionisti veri.
Sabato sera, al Nationaltheater di Mannheim. Abbiamo superato già da un po’ la quarta ora dei Meistersinger, l’opera più lunga (ed è tutto dire) di Wagner. Ci avviciniamo al finale, un monumento che da solo dura più, credo, dell’intera Cavalleria Rusticana. Il soprano che interpreta Eva, la protagonista femminile, attacca il quintetto, un pezzo famoso in cui la sua parte ha un ruolo fondamentale. Il mio vicino si gira e mi fa: “ma… è stonata!”. Sta succedendo qualcosa: la cantante non riesce più a sostenere la voce che diventa sempre più fioca, fa un passo indietro per appoggiarsi a un tavolo della scena e continua a emettere brandelli della sua parte mentre gli altri quattro cantanti, il direttore e l’orchestra proseguono imperterriti. E impietriti. Verso la conclusione, il tenore si muove verso di lei, la abbraccia e letteralmente la trasporta fuori scena, quasi a peso morto. L’opera continua: nel finale si svolge la gara dei maestri cantori, alla quale Eva (che dovrà sposare il vincitore che naturalmente sarà il tenore che naturalmente lei ama già) deve presenziare. Ma la sua sedia è vuota e mentre Hans Sachs fa i suoi fervorini introduttivi e poi Beckmesser e Stolzing cantano le loro strofe noi tutti ci chiediamo cosa succederà quando arriveranno le frasi di Eva. Chi le dice? Le dice Eva, che un secondo prima del suo attacco esce dalla quinta e prende posto sulla sua sedia mentre il medico di scena la osserva dalla sua postazione. C’è stata gente fra il pubblico che non si è nemmeno accorta del malore, tanto l’insieme è stato compatto nel gestire l’assoluto imprevisto.
Ieri, stesso teatro ma Schauspielhaus, sala della prosa. Si recita August: Osage County di Tracy Letts. Prima dell’inizio esce il regista che dà al pubblico questa notizia: l’attore che interpreta Charlie è bloccato sul treno da Stoccarda, fermo da qualche parte dopo che un albero sradicato dalla bufera Xynthia è finito sul locomotore. Non si sa quando arriverà e non ci sono sostituti. L’unica soluzione è che lui stesso faccia Charlie, col copione in mano e cercando di farsi notare il meno possibile. E così fa, e bisogna dire che è stato pure bravo, non solo perchè ha permesso allo spettacolo di arrivare in fondo (l’attore vero è arrivato praticamente in tempo per gli applausi finali) ma perchè ha anche trovato una qualche forma di immedesimazione nel personaggio. Insomma, molto meglio lui a leggere il copione senza trucco nè costume che gli attorelli televisivi, filtrati, doppiati, agghindati e, alla fine, completamente inventati.

Pasta e…

30 dicembre 2009


Leggo nella biografia scritta da Charles Neilson Gattey che Luisa Tetrazzini prima di ogni recita si faceva fuori una porzione king size di tagliatelle e uno o due bicchieri di vino rosso. Donna di carattere e di esuberanti appetiti, non paga dei mariti e degli amanti coi quali, con o senza la benedizione del cielo, conviveva, non entrava serena sul palcoscenico se non aveva potuto godere dei convincenti argomenti di volonterosi melomani che gli impresari gentilmente le facevano trovare in camerino.
Saranno state le tagliatelle, saranno stati gli argomenti, la Tetrazzini entrava in scena e buttava giù i teatri. Altri tempi, altre dive…

Prima del duello

30 ottobre 2009

Restiamo con Puškin, anzi con Puškin/Ciaikovski. A una festa, Onegin ha corteggiato la fidanzata dell’amico Lenskij, provocandolo fino al punto che questi l’ha sfidato a duello. Suona familiare, no? Le analogie fra “Evgenij Onegin” e la biografia di Puškin sono inquietanti. Nell’opera di Ciaikovski siamo alla seconda scena del secondo atto: vicino al mulino dove si svolgerà il duello, Lenskij aspetta e si chiede il senso di tutto questo. Ma le regole sono le regole, il duello si effettuerà e Lenskij/Puškin verrà ucciso. Questo video è stato girato probabilmente nel 1936, sembra un’esecuzione dal vivo. La voce chiarissima di Sergei Lemeshev è un mito dell’opera russa: probabilmente nessun altro tenore al mondo – così lontano dallo stereotipo tenorile di oggi –  ha espresso come lui la nostalgia, il rimpianto, l’abbandono struggente di quest’aria.


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