Un fremito percorre la città: palazzo Papadopoli a San Polo, già sede del CNR e prima ancora, credo, del Provveditorato agli studi e oggi proprietà di una società con sede a Singapore, si è fatto un superlifting e sta per riaprire trasformato in megahotel superlusso a sette (non è un’iperbole: sette) stelle.
Se volete dormire in un’alcova affrescata da Tiepolo (o più probabilmente da un suo cugino: checché ne dica il Gazzettino non trovo traccia di opere sue in questo palazzo), farvi uno shampoo in una doccia grande quanto una normale camera d’albergo o affacciarvi da una finestra a pelo dell’acqua e toccare con mano la prima gondola che passa allora questo è il vostro albergo. Si parte da duemila euro a notte e si sale ad libitum.
Sono aperti, mi si dice, i colloqui per l’assunzione del personale, rigorosamente ed esclusivamente in inglese. Wow.
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E per tetto un cielo di stelle
14 maggio 2013La rana in scatola
4 maggio 2013Si è parlato parecchio nei giorni scorsi della scultura di Charles Ray, piazzata qualche anno fa sull’estrema punta della Dogana, davanti a quegli spazi che l’amministrazione Cacciari aveva dato in concessione al multimiliardario François Pinault per farci il secondo museo in città della sua collezione d’arte contemporanea. La ragione della discussione è stata la notizia della revoca, da parte dell’amministrazione comunale, della concessione al posizionamento della scultura, che la settimana prossima sarà tolta per lasciare il posto al lampione che prima dell’arrivo di questo ragazzino con la rana era lì da parecchi decenni. Il numero di quelli che auspicavano questa soluzione era alto e oggi non sono pochi a rallegrarsi della cosa. Fuoco alle polveri l’ha dato la settimana scorsa il critico Francesco Bonami, che in un articolo su La Stampa ha deprecato questa scelta bollandola di passatismo e ignoranza e istituendo, ad appoggio della propria opinione, ponti assai arditi fra ieri e oggi, nello specifico fra il Colleoni del Verrocchio in Campo SS. Giovanni e Paolo e il ragazzino di Ray alla Salute.
Premesso che sono di quelli che pensano che sia un bene che questa roba se ne vada di qui, devo dire che la cosa che mi ha infastidito di più è stata la spocchia e la presunzione con la quale Bonami, nell’articolo e in una replica successiva, si è rivolto a chi non la pensava come lui. Cercherò quindi di motivare la mia opinione senza farmi condizionare dalla profonda antipatia per il signore in questione e senza neanche sfiorare il dilemma se stiamo parlando di un’opera d’arte o no. Non mi importa, fosse anche la Pietà di Michelangelo se ne dovrebbe andare da lì. Ma andiamo con ordine.
Prima di arrivare ai Magazzini della Dogana François Pinault, proprietario di una marea di cose fra le quali pure la casa d’aste Christie’s, si era già comprato Palazzo Grassi. Operazione perfettamente lecita, dato che si trattava di un immobile privato venduto a un altro privato. Gestito dal precedente proprietario, il palazzo era stato per parecchi anni sede di grandi mostre, alcune bellissime e altre inutilissime, molto pubblicizzate e sempre visitate da folle oceaniche. I tempi per queste cose erano chiaramente passati e Pinault ha trasformato l’edificio (dopo una ristrutturazione affidata a Tadao Ando) nella sede della propria collezione di arte contemporanea. Da semplice abitante di questa città non posso fare a meno di rilevare che le code che eravamo abituati a vedere davanti al palazzo sono praticamente da subito scomparse. Non solo: del palazzo, delle sue mostre e delle opere che contiene nessuno parla e nonostante faraonici allestimenti che spesso invadono il campo antistante l’entrata e pure il tratto di Canal Grande davanti alla facciata, l’esistenza di questo museo nel sistema dei musei cittadini è a tutti gli effetti ignorata. Nulla di paragonabile, per restare su strutture analoghe, al Museo Guggenheim non troppo lontano da lì, che non solo è un’icona per tutti i turisti con targa USA ma che ha un’attività culturale ed espositiva intensa e di qualità altissima.
Ma Cacciari voleva un museo di arte contemporanea anche alla Dogana, e siccome non aveva niente da metterci dentro decise di dare il museo in outsourcing. Ci fu una sorta di gara, la Guggenheim fu fatta fuori con motivazioni per quel che ricordo anche imbarazzanti e se la vinse Pinault, che richiamò Tadao Ando (che ha fatto un lavoro obiettivamente bellissimo) e poi ci mise dentro un altro pezzo della sua collezione. Ed aprì quello che temo sia diventato un secondo museo fantasma, magari non come numero di visitatori – non ne ho idea – di sicuro per quanto riguarda l’impatto sulla vita culturale della città.
Ma Pinault a quanto pare può avere quello che vuole: dalla fermata del vaporetto allo spazio pubblico che gli serve per piazzare gigantesche sculture fuori del museo. Quella di Charles Ray è solo un po’ più grande del vero ma sta in un luogo molto particolare. Lasciamo perdere il lampione su cui in tanti da entrambe le parti hanno detto sciocchezze: quella punta che si protende nel Bacino di San Marco davanti al panorama urbano probabilmente più celebre al mondo è sempre stata un posto magico, meta di coppie di morosi in cerca del luogo mitico cui legare la propria love story, ma anche di passeggiate solitarie, il posto dove magari finivi da studente la sera dopo la mensa e anche se si era in tre o quattro si stava lì un quarto d’ora zitti e muti, seduti per terra semplicemente a guardare e a sentirsi parte di una meraviglia quasi irraccontabile.
Oggi questo ragazzino bianco e lustro come fosse di plastica (e magari lo è, che ne so) ha spodestato tutti: di giorno è diventato la reginetta del luna park, circondato da folle di giapponesi, russi, finlandesi, indiani, aborigeni australiani e indigeni guatemaltechi, tutti accalcati a fotografarlo come fotografano le vetrine di Versace a San Moisè. Di sera e notte, rimessa al suo posto la scatola trasparente che la protegge (nelle foto la si vede perché sono state fatte la mattina presto) la statua sta lì badata a vista da una guardia giurata che, con la massima comprensione per le due gigantesche palle che presumibilmente si fa, non è il massimo per esaltare la magia di un posto.
Ecco, signor Bonami: per dirla con la massima sintesi, questo ragazzino con la rana per me e credo per molti altri che come me cercano di sopravvivere in questa città era diventato il simbolo stesso della svendita e della snaturalizzazione di Venezia. Noi passiamo la maggior parte della vita a barcamenarci in questa bolgia quotidiana che si è divorata la magia di una città che lei, probabilmente, non ha neppure mai immaginato. Sarà un disastro culturale se l’opera di Ray dovrà essere spostata dentro il museo? Non ho mezzi per asserire il contrario ma rivendico il mio diritto di abitante in questo luogo per dirle che non me ne frega nulla, che almeno questi quattro metri quadrati di riva li voglio vuoti e in pace sacrosanta come li ho visti e goduti per anni. Punto. Dalla demolizione del Settizonio al bombardamento degli Eremitani la storia dell’arte italiana ha vissuto decine, centinaia di disgrazie molto peggiori di questa. E se così facendo Venezia non diventerà la città che lei ha in mente mi viene da pensare una cosa sola: grazie al cielo!
Dilettanti allo sbaraglio
5 gennaio 2013Fine di un amore? Dice così che la love story fra il sindaco Orsoni e nonno Pierre Cardin, il cui frutto dovrebbe essere l’orrendo Palais Lumière, si è incrinata. Nonno Pierre non sgancia i milioni promessi a tappare le falle delle casse comunali e il sindaco si lascia scappare un “inaffidabile”. Cardin non gliele manda a dire e prontamente replica.
I dettagli della penosa vicenda stanno qui.
Da qualunque parte stia la ragione, ciò che la rottura di questo feeling ispira è soprattutto sconcerto per la superficialità con la quale operazioni miliardarie (nonché deflagranti dal punto di vista dell’impatto ambientale) appaiono gestite.
La nuova di oggi è che Cardin, che aveva anche promesso il pagamento di una linea di tram che collegasse Mestre con Marghera, adesso nega e dice che pagherà solo l’ultimo tratto, quello che da Marghera porterà (porterebbe) alla sua torre. Rogna ulteriore per le disastrate casse, visto che rebus sic stantibus il Comune dovrebbe a questo punto tirar fuori un’altra vagonata di milioni, onde per cui si sta ragionando sul fatto che forse la linea non è poi così necessaria.
Ancora una volta su Repubblica Salvatore Settis dice la sua da par suo. Trovate l’articolo qui.
Deh vieni alla finestra
19 novembre 2012Una volta Venezia era una città buia. Non che non ci fossero fanali o lampioni, però dopo il tramonto e soprattutto d’inverno la città non ancora svenduta al tritacarne del turismo si chiudeva in una atmosfera ovattata, in una luce bassa e soffusa che oggi, martoriata dalle mille vetrine di strafanti sempre accese, non esiste più.
Stasera, tornando a piedi verso casa, mi pareva a tratti di ritrovare quell’atmosfera, complici le strade incredibilmente vuote – un po’ perché è lunedì, un po’ perché la crisi evidentemente c’è per tutti. Poi sono arrivato sul ponte della Canonica e ho visto questo faro idiota che non illumina il Ponte dei Sospiri (e perché poi dovremmo illuminarlo? di notte non è giusto che stia al buio anche lui?) ma spara un occhio di bue lì nel mezzo, inutile, costoso e brutto.
Vorrei esser Don Giovanni e cantare alla nostra sovrintendente, che ha l’ufficio proprio lì in Palazzo Ducale, deh vieni alla finestra, o mio tesoro, e guarda che cesso di idea qualcuno ti ha partorito sotto il naso.
Pronta per l’inchino
21 ottobre 2012Grandi navi, è ora di dire basta!
17 settembre 2012Tutti sulla punta!
13 settembre 2012Venezia brucia?
13 agosto 2012Tranquilli, no. E’ solo una nave ormeggiata alla stazione marittima, oggi verso le 16. Una di quelle che dice così che non inquinano, non sono pericolose e ci portano tanti soldi. Stiamo contenti e ringraziamo.
Aggiornamento del giorno dopo: apprendiamo dal giornale che la colonna di fumo non era emessa dalla nave all’ormeggio (potenza dell’illusione prospettica, dal mio punto di vista stava esattamente in asse con uno dei camini) ma da una ciminiera della zona industriale di Marghera. Tanti si sono agitati, dice, ma non era niente di preoccupante: durante una normale operazione di manutenzione si è verificato un piccolo incidente assolutamente non pericoloso. Continuiamo a star contenti…
Il vaso di notte
26 luglio 2012Comunicato stampa della sezione di Venezia di Italia Nostra
Davvero a Venezia i soldi possono muovere ogni cosa? Non ci possiamo credere! Eppure la storia del grattacielo di Cardin così insegnerebbe. Raccontiamo in due parole la discutibile vicenda per chi ancora non la conoscesse.
Pierre Cardin, novantenne, ha deciso di lasciare su questa terra un segno più duraturo (e visibile) di un bel vestito, di una splendida collezione di moda: una costruzione altissima, tutta di vetro, disegnata da lui stesso. Si tratta di tre torri a vela, alte 250 (250!) metri unite da sei dischi, 60 piani, per la superficie totale di calpestio di 175.000 mq.
E dove vorrebbe costruire il mastodonte? Ma nel posto più visibile e (se anche questa storia va in fondo) meno tutelato al mondo: Venezia. Certo, in Piazza S. Marco è un po’ difficile, ma in gronda lagunare, perché no? Tanto in Laguna si possono scavare nuovi canali portuali, fare nuovi porti, costruire nuove aree logistiche, forse anche metropolitane subacquee. E’ vero, la Laguna, con Venezia, è un sito UNESCO, ma tutto filerà liscio: l’investimento è tutto privato, un miliardo e mezzo di euro, e troverebbero occupazione 4.500 addetti. Si può dire di no?
Comune, Provincia, Regione sono festosamente favorevoli all’opera. Piccolo problema, le norme urbanistiche: il Palav, il PAT etc. non contemplano un simile gigante. Si invoca addirittura un decreto legge ad hoc tanti sono gli ostacoli normativi. Per ultimo, il parere negativo dell’ENAC (Ente nazionale aviazione civile): l’intervento supera di ben 110 metri i limiti previsti dai vincoli di sicurezza per la vicinanza all’aeroporto. Chiunque capirebbe che il rischio di collisione è concreto: qui gli aerei volano anche a 300 metri di altezza.
Il dibattito in città è rovente: «il territorio reggerà una tale dimensione – ovviamente sotto molteplici aspetti -?», si interroga Gianfranco Vecchiato con la speranza che qualcuno convinca Cardin «che entrare nella storia si può da subito … L’Arsenale ad esempio, può offrire spazi restaurati per il centro internazionale della moda». E il palazzone in sé? Per Sandro Mannoni «sembra l’immagine uscita dalla matita di un cartoonist di fantascienza piuttosto che da uno studio di architettura». E Roberto Bianchin rincara: è un «fungo malato», un «delirio luminescente» proposto a Marghera perché lì «si può costruire praticamente di tutto senza vincoli e senza vergogna». Ma Cardin non ha dubbi, seppur non consta che sia architetto – ma potremmo sbagliare -, è fiero del suo palazzo-vaso di fiori (come lo si chiama nelle calli della città, essendo la sua forma ispirata da tre fiori in un vaso visti nella sua casa di Parigi) e lo paragona addirittura al campanile di S. Marco. Per carità, visioni e fantasie comprensibili, se private. «È un regalo che faccio a me stesso, a Venezia e al mondo. I soldi non mi serviranno quando sarò morto», afferma. Se non si correrà tutti ad approvarla se la porterà in Cina (Ohibò! una costruzione nata a Parigi e posata indifferentemente qui o altrove? È architettura questa?). Così Cardin sollecita Monti, scrive a Napolitano (che a sua volta ha scritto a Passera!).
Sappiamo dalla stampa che l’ENAC è «sottoposta in questi giorni a un’enorme pressione politica»: i nostri amministratori sperano che derogherà di 100 metri dal regolamento aeroportuale nazionale che ha recepito la normativa internazionale. Tutto è possibile: oggi la regola è la deroga. In questi termini si è espresso il presidente della Regione, Zaia: «spero che il ministro Passera si metta una mano sul cuore di fronte ai divieti posti da ENAC»; in caso contrario la decisione «sarebbe contro il Veneto e contro tutto in nord». E pazienza per Venezia (da ridere gli scrupoli della commissione di salvaguardia che ha voluto contenere l’altezza degli edifici nel parco di S. Giuliano a 10,5 m!).
Per noi di Italia Nostra il mostruoso gigante, con albergo e ristorante con vista mozzafiato, a 225 m di altezza, rappresenta un’ulteriore manifestazione di un modo distorto di fruire delle meraviglie di Laguna e città, senza preoccuparsi dei ritmi dei luoghi, dello skyline del paesaggio, senza entrare in armonia con esso ma riuscendo solo a stravolgerlo e a piegarlo alle esigenze del profitto. L’edificio-mostro rientra nella logica delle varie mega-navi che attraversano Venezia e delle ruote panoramiche disneyane dalle quale il turista può bearsi di un impatto immediato, mordi-e-fuggi, con Venezia e la sua Laguna, senza curarsi minimamente di stravolgere proporzioni ed equilibri stabiliti da secoli.
E’ una questione di cultura: una città che non consentì a Wright di costruire un palazzetto si fregerà di un enorme, sovradimensionato e arrogante super super palazzo, una sorta di nuova cittadella in elevato? Tale abominio fuori scala, visibile ovunque da Venezia perché sovrasta qualsiasi costruzione (è più alto del campanile di S. Marco di 150 m!) cambierà per sempre la percezione della città e ci costerà la cancellazione dalla lista dei siti Unesco. Nel 2009 per molto meno Dresda venne espunta: per la costruzione di un ponte perché in parte visibile dalla città barocca. A Venezia il ‘vaso’ di notte, essendo tutto in vetro, sarà illuminatissimo e visibilissimo: Palais lumère l’hanno appunto chiamato. Ricordo cosa rimproverava Anna Somers Cocks (del Comitato ‘Venice in Peril Fund’) ai giganteschi cartelloni pubblicitari sempre illuminati: «They take away the wonderful darkness of Venice», portano via la meravigliosa oscurità di Venezia. Cosa dovremmo dire ora!
Lidia Fersuoch
presidente sezione di Venezia di Italia Nostra
Venezia, 24 luglio 2012
Carità pelosa
25 luglio 2012Che io non capisca nulla di architettura è cosa nota. Non ripeterò quindi ciò che penso del progetto per il Palais Lumière, già ribattezzato in città Il vaso di fiori, la megatorre tutta vetri e luci che l’ultraottuagenario Pierre Cardin ha deciso di “donare” a Venezia e cui Enac e consiglio comunale hanno appena dato un primo via libera.
La nostra amministrazione è fissa nella posizione a 90° davanti a qualunque “mecenate” si presenti a “offrire” strabilianti donazioni a una città a parole amatissima. E’ chiaramente disfattista, passatista e in malafede chi subodora interessi miliardari dietro a tanto amoroso afflato: guardacaso però alcune agenzie parigine hanno già cominciato a pubblicizzare i futuri appartamenti di lusso in vista laguna che renderanno questa operazione, se mai si farà, tutto fuorché un’opera di disinteressato amore per Venezia.
E mentre a sinistra del ponte lagunare si propugna la costruzione di questo gigante fuori scala posizionato esattamente sulla rotta di atterraggio del Marco Polo, alla destra si studia il raddoppio dell’aeroporto stesso, in barba ai vincoli dell’area archeologica in teoria iperprotetta di Altino.
Se Venezia morirà sarà per troppo amore dei suoi mecenati, dunque. Per fortuna possiamo contare sulla cronica incapacità dei nostri amministratori, tragicamente impari ai compiti che la gestione di imprese di questo tipo impone: si veda cosa è successo col nuovo Palazzo del Cinema al Lido, con le torri in centro a Mestre, probabilmente col Fontego dei Tedeschi a Rialto e anche col ponte di Calatrava (anche questo partito da un “munifico dono”, non dimentichiamo), unica opera realizzata fra mille difficoltà e ancora piena di problemi e magagne sia strutturali sia amministrative. Ci vogliono ben altre palle anche per costruire mostruosità come questa e qui, mi pare, di palle del genere non se ne vedono.











































