Venezia è un torrido carnaio che io sopporto con sempre maggior fatica. Del tutto insofferente alle mandrie di zombie in ciabatte che intasano ogni calle, affollano ogni vaporetto, congestionano ogni ponte e riempiono all’inverosimile ogni più piccolo angolo di questa povera città, in questa domenica d’agosto sono tornato a Sant’Erasmo.
Sceso dal vaporetto ho preso la strada che la volta scorsa avevo evitato per via di un fastidioso gruppo di gitanti. Il primo tratto (lo si vede all’estrema sinistra dell’isola in questa foto di Google maps) è un rettilineo asfaltato che sembra eterno e che porta alla Torre Massimiliana e a una spiaggia frequentata da veneziani veraci che arrivano perlopiù in barca. Da qui si imbocca un sentiero che corre sull’argine e segna il lato dell’isola che corre dalla bocca di porto di San Nicolò verso est.
Ci vuole un’ora per percorrere l’isola in tutta la sua lunghezza, fra barene fiorite che stendono sull’acqua un incredibile tappeto viola, barche abbandonate, canne e fichi selvatici. L’unico essere vivente che ho incontrato è stato un meraviglioso airone che ha aspettato che gli arrivassi davanti per prendere il volo con l’eleganza di una ballerina: troppo bello per distrarmi con la macchina fotografica, mi dispiace.
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Via dalla pazza folla
12 agosto 2012La carciofera
27 luglio 2012Il battello per Sant’Erasmo parte ogni ora dalle Fondamente Nove, gira attorno all’isola di San Michele, fa tappa al faro di Murano e poi punta verso le Vignole. Di prima mattina la giornata si preannuncia splendida, soleggiata e ventosa; l’aria è talmente limpida che le Alpi sembrano a portata di mano. Quando il battello si stacca dalle Fondamente Nove, gli unici passeggeri siamo io e il petulante gruppo di turisti che provvede ad acutizzare la mia cronica orsaggine. Qualcuno salirà a Murano mentre la fermata delle Vignole andrà deserta. Qui si viene a pranzo, è ancora troppo presto.
Sant’Erasmo è un isolone piatto senza particolari vestigia a parte la Torre Massimiliana, fortezza fatta costruire dall’arciduca Massimiliano Giuseppe d’Austria-Este negli anni Quaranta dell’Ottocento. Per il resto non è altro che una distesa di campi: Sant’Erasmo è, a tutti gli effetti, il vero grande orto di Venezia. L’isola si stende parallelamente al Lido e giunge fino quasi a dirimpetto di Burano.
Da Sant’Erasmo proviene gran parte della principale specialità orticola lagunare: il carciofo, assieme al peperone prova evidente dell’esistenza di Dio. Da qui arrivano, a primavera, sui banchi dei verdurai in città le castraure, ovvero i piccoli carciofini che vengono potati dalle piante ancora giovanissimi per lasciar meglio sviluppare quelli rimasti e che si mangiano crudi in insalata.
Sbarcati alla prima delle tre fermate dell’isola, considero con preoccupazione i petulanti che camminano davanti a me. Arrivati al primo bivio svoltano a destra, ragione sufficiente per decidere la mia direzione: perderò la Torre Massimiliana ma pazienza. Mi avvio quindi a sinistra, verso la parte più estesa dell’isola. Camminerò infatti quasi un’ora prima di arrivare all’altra estremità, proprio di fronte a Burano.
Il paesaggio è incantevole: vigne dietro le quali vedi spuntare il campanile di San Marco, canali fra i campi con piccoli trampolieri, poi la strada si affaccia sulla laguna facendoti vedere, là in fondo, i fabbricati dell’aeroporto. Il paese è minuscolo, poche case una chiesa e un supermercato. Ogni tanto passa una scalcagnata automobile, portata qui chissà come. Il principale automezzo dell’isola sembra essere comunque l’Ape Piaggio, sicuramente il mezzo ideale per spostarsi e per trasportare le casse di verdura.
Quasi un’ora per arrivare in fondo, un po’ meno per tornare al punto di partenza. E’ quasi mezzogiorno e il sole picchia forte. Sull’isola sono sbarcati altri visitatori meno mattinieri di me, mentre il canale che costeggia l’isola e unisce Venezia a Treporti è diventato un’autostrada solcata da decine e decine di fuoribordo che portano al mare i fanatici della spiaggia.
Quelli non li fotografo, mi hanno già abbondantemente innervosito.
Del silenzio e della lentezza
23 luglio 2012Tempo fa ho cercato di raccontare cosa sia l’andare per le isole della laguna. In qualunque stagione ci si trova immersi in un paesaggio di una bellezza incredibile, sia che lo trovi perso nelle nebbie di gennaio sia invece che lo vedi inondato dal sole di luglio, soprattutto in un giorno ventoso come ieri, con un’aria limpida che faceva sembrare le Alpi lì a portata di mano. Sembra impossibile che una meraviglia del genere non debba indurre chiunque al silenzio stupefatto e al muoversi con lenta circospezione, quasi con la paura di disturbare gabbiani e trampolieri o, peggio ancora, di distruggere i fragilissimi margini delle barene.
Questo pensavo ieri, sul vaporetto che lentamente collega Venezia a Sant’Erasmo. Questo non pensavano evidentemente i miei compagni di viaggio, chiassosi e petulanti vacanzieri troppo impegnati a raccontarsi imprese delle ferie di anni passati per guardarsi attorno. Questo non pensavano neppure le decine e decine di motoscafi che correvano all’impazzata come su un’autostrada a quattro corsie sul canale che va verso Treporti e il mare aperto, provocando onde che si schiantavano sulle barene e facendo fra loro gimcane suicide. Non a caso succede più di qualche volta che barchini impazziti come questi si schiantino contro una briccola mandando al creatore gli incoscienti passeggeri.
Evidentemente la nostra Capitaneria di porto, già impegnata sulla questione sicurezza con le tope del Redentore, non ritiene questo un problema di cui doversi occupare. Peccato.
Mandiamole via
14 maggio 2012Le raccolte di firme sulla rete, per i barboncini bielorussi, la difesa del cetriolo portoghese o la beatificazione di Alex Del Piero, mi lasciano spesso scettico e freddino. Però forse questa volta vale la pena esporsi: qui il testo della petizione, qui (oppure cliccando sul logo nella colonna a destra) il posto dove firmarla.
E per chi ha voglia di leggere un po’, qui c’è abbondantemente di che farsi venire il mal di pancia.
Via dalla laguna: la parola all’UNESCO
24 gennaio 2012Anche l’UNESCO si è mossa, vogliamo aspettare adesso l’alt delle Nazioni Unite?
Grandi navi, ci ucciderete
15 gennaio 2012Non saremo stati un esercito ieri pomeriggio alle Zattere a salutare il passaggio dell’ennesimo mostro marino, ma di sicuro ci siamo fatti sentire, anche dai passeggeri di questa Las Vegas galleggiante, tutti schierati sull’ultimo ponte a godersi la sfilata in Bacino in questo splendido pomeriggio d’inverno.
Era solo il primo passo. Lunedì toccherà alla Prefettura e un po’ alla volta, ne sono sicuro, altri si aggiungeranno a ricordare a chi evidentemente non lo sa più che Venezia non è un luna park e che i suoi abitanti non sono trascurabili entità di cui non vale la pena preoccuparsi.
La laguna d’inverno
19 gennaio 2011In giorni come questi è bello girare per la laguna. Per esempio prendere alle Fondamente Nove il battello della Linea Nord e andare verso Burano. Si naviga fra le brume, costeggiando conterminazioni di barene e ruderi abbandonati al loro destino, marciando a fianco di solitari gabbiani o di qualche trampoliere che sverna in laguna. Pochi turisti sul battello, ieri solo qualche francese, tre giapponesi e una famiglia di americani. Il resto, gente del posto che tornava dal lavoro.
Prima di Burano c’è Mazzorbo lunga e stretta, anche lei fitta di casette di tutti i colori ma meno battuta dai cacciatori di pizzi e souvenir. Appare per prima la chiesa di Santa Caterina d’Alessandria, antichissima, fondata ben prima che Venezia fosse una città. Il suo campanile alberga ancora oggi la campana più antica della laguna, fusa nel XIV secolo. La chiesa è aperta: gli abitanti delle case vicine tengono le chiavi e ti invitano ad entrare. Il posto è splendido e incredibilmente suggestivo, persino i lavori per il rifacimento della riva hanno qui qualcosa di magico.
Burano è quasi deserta, dei tanti negozi per turisti solo due o tre sono aperti e la piazza è vuota. La Crocifissione di Tiepolo nella chiesa di San Martino è immersa nel buio e si legge a fatica, ma va bene così, i tagli di luce ed ombra del giovane genio, non ancora convertito a quel sole che non ha forse esempio che sbalordì i suoi contemporanei, sono nella penombra ancora più drammatici.
Il paese in questi giorni è tutto dei suoi abitanti, che si salutano per strada senza far troppe ciacoe, perché il freddo punge e la nebbia ti entra dappertutto. I pochi foresti in visita si ritrovano alla fermata del vaporetto e nell’attesa che il battello che torna a Venezia sbuchi dalla nebbia che avvolge le barene parlano piano fra di loro, come se non volessero disturbare.
Mentre ci allontaniamo dalla riva si accendono i primi lampioni. Sembra impossibile che fra qualche settimana le orde dei nuovi barbari, il fracasso e le bancarelle di paccottiglia riprenderanno possesso di questi posti magici.
















































