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Libertà per chi?

7 settembre 2011

Ci sono due modi per gestire la scrittura di un romanzo di seicento e passa pagine: o si bara o si è capaci di costruire un impianto narrativo solidissimo, in grado di sostenere i salti temporali, i mutamenti dell’io narrativo, l’intrecciarsi delle vicende dei molti protagonisti senza che il lettore perda mai il controllo dell’imponente racconto, che fluisce pacato e avvincente dall’inizio alla fine.
Quelli che barano sono parecchi: si perdono nella calligrafia e cesellano meccaniche sequenze di ardite similitudini (penso a certe insostenibili tirate di Michael Cunningham) esibite come supremo esercizio di stile, oppure giocano sullo spezzettamento della narrazione, perché è molto più facile gestire paragrafi di trenta righe che non capitoli di trenta pagine.
Jonathan Franzen non bara. L’aveva già dimostrato col bellissimo Le correzioni e adesso si conferma scrittore di eccezionale talento. La libertà, eterno sogno dell’american life, è l’ideale sul quale Walter e Patty costruiscono la propria storia d’amore, il matrimonio, la famiglia. Ma come succede che se ciascuno è libero di decidere della propria vita, il risultato non è mai quello che ci si aspetta? Perché la libertà di ciascuno porta sempre a qualcosa di diverso da quello che si sarebbe voluto, frantuma le esistenze, porta a tutto tranne che alla felicità?


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