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Il vaso di notte

26 luglio 2012

Comunicato stampa della sezione di Venezia di Italia Nostra

Davvero a Venezia i soldi possono muovere ogni cosa? Non ci possiamo credere! Eppure la storia del grattacielo di Cardin così insegnerebbe. Raccontiamo in due parole la discutibile vicenda per chi ancora non la conoscesse.
Pierre Cardin, novantenne, ha deciso di lasciare su questa terra un segno più duraturo (e visibile) di un bel vestito, di una splendida collezione di moda: una costruzione altissima, tutta di vetro, disegnata da lui stesso. Si tratta di tre torri a vela, alte 250 (250!) metri unite da sei dischi, 60 piani, per la superficie totale di calpestio di 175.000 mq.
E dove vorrebbe costruire il mastodonte? Ma nel posto più visibile e (se anche questa storia va in fondo) meno tutelato al mondo: Venezia. Certo, in Piazza S. Marco è un po’ difficile, ma in gronda lagunare, perché no? Tanto in Laguna si possono scavare nuovi canali portuali, fare nuovi porti, costruire nuove aree logistiche, forse anche metropolitane subacquee. E’ vero, la Laguna, con Venezia, è un sito UNESCO, ma tutto filerà liscio: l’investimento è tutto privato, un miliardo e mezzo di euro, e troverebbero occupazione 4.500 addetti. Si può dire di no?
Comune, Provincia, Regione sono festosamente favorevoli all’opera. Piccolo problema, le norme urbanistiche: il Palav, il PAT etc. non contemplano un simile gigante. Si invoca addirittura un decreto legge ad hoc tanti sono gli ostacoli normativi. Per ultimo, il parere negativo dell’ENAC (Ente nazionale aviazione civile): l’intervento supera di ben 110 metri i limiti previsti dai vincoli di sicurezza per la vicinanza all’aeroporto. Chiunque capirebbe che il rischio di collisione è concreto: qui gli aerei volano anche a 300 metri di altezza.
Il dibattito in città è rovente: «il territorio reggerà una tale dimensione – ovviamente sotto molteplici aspetti -?», si interroga Gianfranco Vecchiato con la speranza che qualcuno convinca Cardin «che entrare nella storia si può da subito … L’Arsenale ad esempio, può offrire spazi restaurati per il centro internazionale della moda». E il palazzone in sé? Per Sandro Mannoni «sembra l’immagine uscita dalla matita di un cartoonist di fantascienza piuttosto che da uno studio di architettura». E Roberto Bianchin rincara: è un «fungo malato», un «delirio luminescente» proposto a Marghera perché lì «si può costruire praticamente di tutto senza vincoli e senza vergogna». Ma Cardin non ha dubbi, seppur non consta che sia architetto – ma potremmo sbagliare -, è fiero del suo palazzo-vaso di fiori (come lo si chiama nelle calli della città, essendo la sua forma ispirata da tre fiori in un vaso visti nella sua casa di Parigi) e lo paragona addirittura al campanile di S. Marco. Per carità, visioni e fantasie comprensibili, se private. «È un regalo che faccio a me stesso, a Venezia e al mondo. I soldi non mi serviranno quando sarò morto», afferma. Se non si correrà tutti ad approvarla se la porterà in Cina (Ohibò! una costruzione nata a Parigi e posata indifferentemente qui o altrove? È architettura questa?). Così Cardin sollecita Monti, scrive a Napolitano (che a sua volta ha scritto a Passera!).
Sappiamo dalla stampa che l’ENAC è «sottoposta in questi giorni a un’enorme pressione politica»: i nostri amministratori sperano che derogherà di 100 metri dal regolamento aeroportuale nazionale che ha recepito la normativa internazionale. Tutto è possibile: oggi la regola è la deroga. In questi termini si è espresso il presidente della Regione, Zaia: «spero che il ministro Passera si metta una mano sul cuore di fronte ai divieti posti da ENAC»; in caso contrario la decisione «sarebbe contro il Veneto e contro tutto in nord». E pazienza per Venezia (da ridere gli scrupoli della commissione di salvaguardia che ha voluto contenere l’altezza degli edifici nel parco di S. Giuliano a 10,5 m!).
Per noi di Italia Nostra il mostruoso gigante, con albergo e ristorante con vista mozzafiato, a 225 m di altezza, rappresenta un’ulteriore manifestazione di un modo distorto di fruire delle meraviglie di Laguna e città, senza preoccuparsi dei ritmi dei luoghi, dello skyline del paesaggio, senza entrare in armonia con esso ma riuscendo solo a stravolgerlo e a piegarlo alle esigenze del profitto. L’edificio-mostro rientra nella logica delle varie mega-navi che attraversano Venezia e delle ruote panoramiche disneyane dalle quale il turista può bearsi di un impatto immediato, mordi-e-fuggi, con Venezia e la sua Laguna, senza curarsi minimamente di stravolgere proporzioni ed equilibri stabiliti da secoli.
E’ una questione di cultura: una città che non consentì a Wright di costruire un palazzetto si fregerà di un enorme, sovradimensionato e arrogante super super palazzo, una sorta di nuova cittadella in elevato? Tale abominio fuori scala, visibile ovunque da Venezia perché sovrasta qualsiasi costruzione (è più alto del campanile di S. Marco di 150 m!) cambierà per sempre la percezione della città e ci costerà la cancellazione dalla lista dei siti Unesco. Nel 2009 per molto meno Dresda venne espunta: per la costruzione di un ponte perché in parte visibile dalla città barocca. A Venezia il ‘vaso’ di notte, essendo tutto in vetro, sarà illuminatissimo e visibilissimo: Palais lumère l’hanno appunto chiamato. Ricordo cosa rimproverava Anna Somers Cocks (del Comitato ‘Venice in Peril Fund’) ai giganteschi cartelloni pubblicitari sempre illuminati: «They take away the wonderful darkness of Venice», portano via la meravigliosa oscurità di Venezia. Cosa dovremmo dire ora!

Lidia Fersuoch
presidente sezione di Venezia di Italia Nostra

Venezia, 24 luglio 2012

Mandiamole via

14 maggio 2012

Le raccolte di firme sulla rete, per i barboncini bielorussi, la difesa del cetriolo portoghese o la beatificazione di Alex Del Piero, mi lasciano spesso scettico e freddino. Però forse questa volta vale la pena esporsi: qui il testo della petizione, qui (oppure cliccando sul logo nella colonna a destra) il posto dove firmarla.
E per chi ha voglia di leggere un po’, qui c’è abbondantemente di che farsi venire il mal di pancia.

Io sto con la contessa

26 febbraio 2012

Abbiamo un sindaco parecchio incazzino, che perde facilmente la pazienza quando le cose non vanno come vorrebbe (e quello che lui vorrebbe di solito è che lo si lasci fare quel che gli pare). La faccenda del Fontego dei Tedeschi in questi giorni gli tiene alta la pressione: il progetto di ristrutturazione dell’antico edificio è, a norma delle leggi vigenti, del tutto impresentabile; le voci che si levano contro questa folle idea sono molte e importanti; la Soprintendenza sta procedendo con l’istruttoria ma già si sa che una parte delle autorizzazioni è di competenza non sua ma della Direzione regionale per i BBCC, la quale ha già dichiarato l’intenzione di rinviare il tutto al Ministero. Si sa che il progetto cambia di giorno in giorno, ma se sparisce la terrazza a vasca appare un pontile di 25 metri e Benetton minaccia ritorsioni contro chi osa e oserà metter bastoni fra le ruote.
Trasportato da achilliano furore contro Italia Nostra, rea di aver preso posizione dura non solo contro questo progetto ma più in generale contro la perversa filosofia che ne sta alla base, l’iracondo Orsoni ha espresso minacce di querela e con impagabile botta di classe ha lanciato anatema contro le contesse, o presunte tali, dalla visione passatista secondo cui Venezia dovrebbe rimanere ferma.
A prescindere dalla pochezza della considerazione e dalla ridicolaggine del recupero di quel vocabolo, passatista, che credevamo morto e sepolto con l’ultimo dei seguaci del futurista Marinetti, l’iracondo primo cittadino l’ha fatta, come si dice, fuori dal vaso. Alessandra Mottola Molfino, presidente di Italia Nostra e firmataria delle dichiarazioni dell’associazione, è illustre storica dell’arte e amministratrice di alta scuola, quindi assolutamente deputata a prender parola sull’affare con ampia cognizione di causa. Dotata di senso dello stile molto più rifinito di quello del sindaco, gli ha risposto con pacatezza e decisione, ribadendo principi che parrebbero di evidenza palmare ma sui quali, evidentemente, molti sono disposti a soprassedere in nome dei $$$. Ricondotto per il momento a più miti consigli, il sindaco ha fatto marcetta indietro ritirando anche lo spauracchio della querela: vedremo se la lezione gli sarà servita o se alla prossima occasione dimenticherà ancora una volta che prima di parlare è sempre bene contare fino a dieci.

Per la selezione della specie

11 luglio 2011

Sono le tre del pomeriggio, la temperatura sotto il sole sfiora probabilmente i quaranta gradi. Alla fermata del vaporetto si suda come dentro una fornace e fuori non si può uscire perché il sole picchia implacabile. Oltre a me, ci sono pochi altri residenti: qualche signora col carrello della spesa, due o tre ragazzini. Poi ci sono i turisti, le valigie, gli zaini, le mappe, le ciabatte, le macchine fotografiche, il cicaleccio interminabile di cinque, sei, sette lingue sovrapposte una all’altra. Il caldo rende tutti insofferenti: ho un moto di stizza quando un francese con la barba di Noè mi si piazza schiena contro schiena e prenderei a schiaffi l’americana con zaino sulle spalle che si muove nella calca come fosse Carla Fracci col suo tutù, dando botte a destra e a manca.
Il vaporetto arriva, strapieno. La marinaia al barcarizzo è una giovane stagionale che urla alla gente come una pecoraia al gregge: “via! forza! lasciar scendere! lasciar libero! scendere presto! diretto per San Marco Lido sbrigarsi! andiamo!”. Cerco di trovarmi un briciolo di spazio fra ascelle sudate, lo zaino della cretina e giapponesi che vogliono affacciarsi per far fotografie, mentre una signora col carrello ha una mezza crisi isterica non so perché e due spagnoli che prima sono saliti e poi hanno chiesto se andiamo a piazzale Roma, adesso strillano perché vogliono scendere.
Alla fine partiamo. Sono schiacciato contro la parete e il barcarizzo sotto il sole a picco, sudato e puzzolente e odio l’umanità. Guardo la città dall’acqua e poco ci manca che odio anche lei. All’improvviso lo tsunami, l’americana si agita, tutti afferrano quello che possono per tenersi in piedi: un lancione da turismo ci passa di fianco in velocità facendoci ondeggiare come nel mare in tempesta. San Marco splende nel sole con i suoi cartelloni pubblicitari. Vorrei vivere in qualunque altro posto, ma non qui.
Italia Nostra ha invitato l’Unesco a togliere a Venezia lo status di patrimonio dell’umanità, confidando nel fatto che un gesto di tale gravità possa sensibilizzare amministrazione e cittadini nei confronti dell’attuale processo che, fra incuria ambientale ed esasperazione del turismo di massa, sta portando la città al collasso. Per tutta risposta, il sindaco ha reagito con toni isterici scagliandosi contro i passatisti, quelli che dicono sempre di no, quelli che vorrebbero la città più abitata e poi si lamentano della troppa gente. Evidentemente, il caldo dà alla testa anche ai sindaci.
Caro Orsoni, dai retta a uno che ti ha pure votato. Fatti ogni tanto un giro in vaporetto, alle tre del pomeriggio con quaranta gradi. Goditi la tua meravigliosa città in queste condizioni, inebriati del sudore di tutti e cinque i continenti sui carri bestiame dell’azienda di trasporti urbani più cara al mondo. Poi vediamo che succede, magari un primo, microscopico dubbio su quella Venezia che consideri la città del futuro ti viene. Magari.

I dossier di Italia Nostra su Venezia sono qui.


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