
Arriva carnevale, annuale persecuzione. Torme di ingombranti plantigradi addobbati come fantascientifiche baldracche, sciami di fotografi impazziti nella frenesia dello scatto a raffica, un magma indistinto di decine di migliaia di curiosi estasiati da maschere sempre uguali, tutti piomberanno qui a intasare le strade, a sbarrare i ponti, a invadere ogni possibile luogo pubblico, ad aumentare l’inquinamento acustico e il livello di stress del sottoscritto.
Ma per fortuna ci sono le frittole. Per loro vale la pena sopportare questo strazio, per queste pepite di pasta fritta e abbondantemente spolverata di zucchero semolato, con pinoli e poca uvetta e un sottile ma percepibile aroma di arancio. Si trovano dappertutto, al bar, dal fornaio e in pasticceria. Quelle dei bar di solito sono deplorevoli, semiindustriali e bisunte, coperte di zucchero a velo (anatema!) e di un colore che tende al bruno. Da non prendere nemmeno in considerazione. Fra la frittola di fornaio e la frittola di pasticceria io preferisco la prima. E’ più rustica, la pasta è più soda e il profumo più intenso, mentre in generale le pasticcerie tendono a ingentilire, a rammollire, a educare. Non che siano cattive, per carità, ma così diventano un po’ dolcetti da signorine Tumistufi. Le quali, peraltro (le signorine Tumistufi, dico) alle frittole vere preferiscono i dolciastri imbastardimenti delle frittole alla crema o allo zabaione, niente più che dei grossi e insulsi bignè, oltretutto affogati (orrore) nello zucchero a velo. Non capirò mai come si possa tradire una veneziana ben fatta con quegli sconsolanti e sbrodolosi concentrati di inutili calorie.
La palma della frittola più famosa ce l’ha a Venezia la pasticceria Tonolo, ma io mi dissocio. Preferisco di gran lunga, se pasticceria deve essere, quelle di Didovich a Santa Marina, oppure di Bonifacio in calle delle Rasse. Ma niente e nessuna supera quelle sode, libidinose, profumate, vere fonti di estasi prolungata, del fornaio Rizzo. Storcano pure il naso le Tumistufi, non sanno cosa si perdono povere donne.
Ah si: “Piero mio, go qua una fritola” è il titolo di un duetto un tempo celebre che appartiene a una deliziosa opera buffa un tempo altrettanto famosa: “Crispino e la Comare” dei fratelli Luigi e Federico Ricci. Poichè in veneziano la fritola è sì la frittella, ma anche quella cosa lì che nominar non oso, immagino le grasse risate dei Bepi, dei Toni e dei Nane in galleria, mentre ai piani inferiori le Gradenighe, le Barbarighe e le Mocenighe agitavano nervosette i ventagli, turbate da tanto audace doppiosenso.