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Ashes

16 febbraio 2010

- Siora madre.
- Fia mia.
- Debotto xè fenio carneval.
- Cossa diseu, che bei spassi che avemo abuo?
- De diana! gnanca una strassa de commedia no avemo visto.

Non so se voi che vivete nel mondo normale vi siete accorti che è passato carnevale. Qui a bottegopoli ce ne siamo accorti, eccome, nonostante la crisi. 150.000 cristi domenica scorsa, in cerca di non si sa cosa, hanno talmente intasato la città che per tre ore si è dovuto chiudere il ponte della Libertà, il nostro cordone ombelicale con la terraferma. Da domani, se dio vuole, quaresima e penitenza, capi chini, digiuni e meaculpa.
Ma prima di chiudere i miei modesti e morigeratissimi bagordi, mi resta un’incombenza. Devo assegnare

la coppa. Vince il gran premio Winckelmann per la migliore frittola del 2010 la pasticceria Rizzardini, venendo da San Polo subito dopo il sottoportego prima di campiello dei meloni. Morbide, profumate, cotte al punto giusto, con l’uvetta e coi pinoli. Perfette, solo per voi aspetterò con un filo d’ansia il carnevale 2011.

Evito naturalmente di offendere la vostra cultura rivelando la fonte, notissima, della citazione in apertura.

Piero mio, go qua una fritola…

15 gennaio 2010

Arriva carnevale, annuale persecuzione. Torme di ingombranti plantigradi addobbati come fantascientifiche baldracche, sciami di fotografi impazziti nella frenesia dello scatto a raffica, un magma indistinto di decine di migliaia di curiosi estasiati da maschere sempre uguali, tutti piomberanno qui a intasare le strade, a sbarrare i ponti, a invadere ogni possibile luogo pubblico, ad aumentare l’inquinamento acustico e il livello di stress del sottoscritto.
Ma per fortuna ci sono le frittole. Per loro vale la pena sopportare questo strazio, per queste pepite di pasta fritta e abbondantemente spolverata di zucchero semolato, con pinoli e poca uvetta e un sottile ma percepibile aroma di arancio. Si trovano dappertutto, al bar, dal fornaio e in pasticceria. Quelle dei bar di solito sono deplorevoli, semiindustriali e bisunte, coperte di zucchero a velo (anatema!) e di un colore che tende al bruno. Da non prendere nemmeno in considerazione. Fra la frittola di fornaio e la frittola di pasticceria io preferisco la prima. E’ più rustica, la pasta è più soda e il profumo più intenso, mentre in generale le pasticcerie tendono a ingentilire, a rammollire, a educare. Non che siano cattive, per carità, ma così diventano un po’ dolcetti da signorine Tumistufi. Le quali, peraltro (le signorine Tumistufi, dico) alle frittole vere preferiscono i dolciastri imbastardimenti delle frittole alla crema o allo zabaione, niente più che dei grossi e insulsi bignè, oltretutto affogati (orrore) nello zucchero a velo. Non capirò mai come si possa tradire una veneziana ben fatta con quegli sconsolanti e sbrodolosi concentrati di inutili calorie.
La palma della frittola più famosa ce l’ha a Venezia la pasticceria Tonolo, ma io mi dissocio.  Preferisco di gran lunga, se pasticceria deve essere, quelle di Didovich a Santa Marina, oppure di Bonifacio in calle delle Rasse. Ma niente e nessuna supera quelle sode, libidinose, profumate, vere fonti di estasi prolungata, del fornaio Rizzo. Storcano pure il naso le Tumistufi, non sanno cosa si perdono povere donne.
Ah si: “Piero mio, go qua una fritola” è il titolo di un duetto un tempo celebre che appartiene a una deliziosa opera buffa un tempo altrettanto famosa: “Crispino e la Comare” dei fratelli Luigi e Federico Ricci. Poichè in veneziano la fritola è sì la frittella, ma anche quella cosa lì che nominar non oso, immagino le grasse risate dei Bepi, dei Toni e dei Nane in galleria, mentre ai piani inferiori le Gradenighe, le Barbarighe e le Mocenighe agitavano nervosette i ventagli, turbate da tanto audace doppiosenso.


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