Immagino che il bravo Enrico Tantucci fosse dell’idea di fare una battuta quando ha trovato per la sua guida alla disneylandizzazione di Venezia il titolo A che ora chiude Venezia?
Eppure io giuro e stragiuro (e se mento possa io diventare cieco assieme a tutti quelli che leggono questo blog) che stasera ho sentito un’americana chiedere al marinaio in vaporetto a che ora apre Murano la mattina. E alla sua risposta un po’ stupita che Murano non apre e non chiude perché è un posto con le case dove abita la gente, la giovane texana si è girata verso l’amica e le ha detto: oh, it’s a city.
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Murano is a city
11 giugno 2013E per tetto un cielo di stelle
14 maggio 2013Un fremito percorre la città: palazzo Papadopoli a San Polo, già sede del CNR e prima ancora, credo, del Provveditorato agli studi e oggi proprietà di una società con sede a Singapore, si è fatto un superlifting e sta per riaprire trasformato in megahotel superlusso a sette (non è un’iperbole: sette) stelle.
Se volete dormire in un’alcova affrescata da Tiepolo (o più probabilmente da un suo cugino: checché ne dica il Gazzettino non trovo traccia di opere sue in questo palazzo), farvi uno shampoo in una doccia grande quanto una normale camera d’albergo o affacciarvi da una finestra a pelo dell’acqua e toccare con mano la prima gondola che passa allora questo è il vostro albergo. Si parte da duemila euro a notte e si sale ad libitum.
Sono aperti, mi si dice, i colloqui per l’assunzione del personale, rigorosamente ed esclusivamente in inglese. Wow.
Tre requiem in una volta
30 marzo 2013Nello sfacelo generale della povera Venezia la notizia di questi giorni arriva come un nuovo calcio nelle parti basse: in città tre librerie chiudono.
Una l’ha già fatto, le altre due seguiranno da qui a fine anno. La colpa, come sempre, è degli affitti insostenibili – la vecchia Goldoni in calle dei Fabbri deve tirar fuori 9000 euro al mese. Continuo a chiedermi come facciano a tirarli fuori i negozi di borse cinesi o di pizza al taglio che di solito prendono il posto di quelli che spariscono: non lo so ma evidentemente loro ce la fanno.
Intanto, l’edificio che fu prima del vecchio Cinema San Marco e poi, sventrato e mezzo demolito dal vandalo Benetton, in parte occupato dalla Libreria Mondadori a sua volta sfrattata nel gennaio 2011, è circondato da impalcature e sta per schiudersi a un nuovo servizio indispensabile per la città: una boutique di Vuitton. Che conterrà, si mormora, anche uno spazio per mostre – un piccolo scotto da pagare alla città ancora una volta rapinata.
I barbari
17 febbraio 2013Sarà grosso modo un secolo, immagino, che i busti di Verdi e Wagner si guardano più o meno in cagnesco in quella curva dei giardini della Biennale che sta proprio di fronte alle fermate dei vaporetti. Come opere d’arte non competono col resto che sta in città ma insomma, stanno lì, non fanno male a nessuno e volenti o nolenti sono lo specchio di un’epoca. Che non mi sentirei di buttare alle ortiche, se non altro perché almeno celebrava uomini d’arte veri e non, come oggi succede, patetiche baldracchette televisive ed equivoci biscazzieri.
E’ un segno sicuramente di questa nuova età barbarica che qualcuno, settimane fa, abbia ritenuto divertente prendere a martellate i due busti, spaccando il naso ad entrambi. Perché? Quale impulso può aver suggerito al neurone (non ne possiede certo più di uno) di questo povero imbecille di arrampicarsi fin lassù e lasciare un tale segno del proprio passaggio?
Invidia per i ben altri segni che Verdi e Wagner hanno lasciato? Non credo, immagino che il barbaro in questione, o forse i barbari perché magari si è trattato di un divertente gioco di gruppo, non abbiano la più pallida idea di chi siano i signori effigiati.
Non mi piace essere vendicativo e di sicuro non auguro a nessuno guai oltre una certa soglia. Non succederà mai, però come mi piacerebbe sapere un giorno che l’imbecille martellatore ha inciampato in se stesso ed è caduto di faccia su un paracarro riducendosi il naso nelle stesse identiche condizioni alle quali lui ha ridotto questi. Niente di grave e che possa poi tornare bello come il sole, ma tre settimane di faccia tumefatta come se si fosse imbattuto in Nino Benvenuti al culmine dell’incazzatura gliele auguro di tutto cuore.
Acqua alta
11 febbraio 2013Ci stiamo preparando a una lunga notte. Venezia è sotto la neve da questa mattina, prima fine poi sempre più grossa e violenta, accompagnata da un vento che ci faceva sembrare tutti, noi che arrancavamo per strada, profughi della Siberia.
Da qualche ora la neve si è trasformata in pioggia, che si porta via piano piano i pochi centimetri che si erano accumulati. Attese perché preannunciate dagli sms del centro maree sono arrivate le sirene: quattro note, significa 140 cm. Era già molto, moltissimo ma nemmeno mezzora dopo è arrivato un nuovo sms: previsti 160 cm a mezzanotte e trenta, a Chioggia saranno probabilmente 20 cm di più. A mia memoria è la prima volta che le previsioni azzardano cifre del genere. Già oggi pomeriggio negozi, bar e persino l’ufficio postale erano in subbuglio: si alzava tutto da terra, si mettevano sedie e poltrone a gambe in su sui tavoli.
Siamo niente nelle mani della natura. Funzionerà mai il MoSe, se mai riusciranno a finirlo? Chissà, intanto le bocche di porto sventrate dal cantiere infinito fanno entrare tutto senza alcuna difesa. E noi stiamo qui, per ora coi piedi a mollo, fra qualche anno probabilmente con l’acqua alle ginocchia e poi all’ombelico. Mentre quelli là, gli strateghi della difesa e dello sviluppo, staranno ancora a discutere, a buttar soldi e a intascarsene altrettanti.
E che gliene fotte, a loro, se Venezia muore? Quando avranno finito di spremerla come un limone potrà anche andare a fondo, coi suoi quattro sassi. Loro di sicuro avranno molti altri posti dove andare a godersi il bottino.
Tempo da lupi
3 febbraio 2013Giornata da tregenda oggi in laguna: pioggia battente tutto il giorno e un vento di bora gelido hanno massacrato il primo giorno di carnevale. Il primo giorno vero, perché in realtà per spremere sempre più la gallina dalle uova d’oro i bottegai si sono inventati di aggiungere una settimana ai dieci giorni tradizionali e quindi il carnevale sarebbe cominciato già sabato scorso. Solo che non si vede un cane e gli alberghi si dice siano mezzi vuoti. Oggi, complice il fine settimana, non poteva non esserci chi non è voluto mancare a un così succulento appuntamento. Purtroppo per lui si è trovato in uno scenario quasi apocalittico in cui l’unica cosa che è mancata è stata l’acqua alta: il resto c’era tutto.
Tolto qualche sciocchino che andava per strada con la mascherina tipo Banda Bassotti e una signora tristemente paludata in un mantello rosso che, inzuppato di pioggia com’era, sarà pesato centocinquantasei chili, l’unica maschera che mi ricordo è un tizio travestito da barattolo che vedevo da una finestra del Museo Correr, apparentemente in attesa di salire sul solito palcoscenico montato in piazza, oggi più vuoto e desolato che mai.
Nel museo regnava il caos anche se, per fortuna, la mostra su Francesco Guardi era solo moderatamente affollata. Fuori di quella, però, si accalcavano orde di profughi spinti lì dal diluvio, infilati a caso in uno dei vari settori a seconda del biglietto casualmente acquistato mentre guardasala più cerberi che mai badavano con sei occhi ciascuno che nessuno accedesse a sbafo a sale che non aveva diritto di vedere. Guardavo con terrore un manipolo di ragazzine orientali che cinguettavano e ridevano beate, ondeggiando gli zaini a tre centimetri da una decorazione neoclassica sopravvissuta ai moti del 1848 e a due guerre mondiali e pensavo con una certa nostalgia a quando i musei erano quasi vuoti e anche un po’ polverosetti ed entrandoci sentivi il silenzio e annusavi il profumo della bellezza.
Dilettanti allo sbaraglio
5 gennaio 2013Fine di un amore? Dice così che la love story fra il sindaco Orsoni e nonno Pierre Cardin, il cui frutto dovrebbe essere l’orrendo Palais Lumière, si è incrinata. Nonno Pierre non sgancia i milioni promessi a tappare le falle delle casse comunali e il sindaco si lascia scappare un “inaffidabile”. Cardin non gliele manda a dire e prontamente replica.
I dettagli della penosa vicenda stanno qui.
Da qualunque parte stia la ragione, ciò che la rottura di questo feeling ispira è soprattutto sconcerto per la superficialità con la quale operazioni miliardarie (nonché deflagranti dal punto di vista dell’impatto ambientale) appaiono gestite.
La nuova di oggi è che Cardin, che aveva anche promesso il pagamento di una linea di tram che collegasse Mestre con Marghera, adesso nega e dice che pagherà solo l’ultimo tratto, quello che da Marghera porterà (porterebbe) alla sua torre. Rogna ulteriore per le disastrate casse, visto che rebus sic stantibus il Comune dovrebbe a questo punto tirar fuori un’altra vagonata di milioni, onde per cui si sta ragionando sul fatto che forse la linea non è poi così necessaria.
Ancora una volta su Repubblica Salvatore Settis dice la sua da par suo. Trovate l’articolo qui.
Deh vieni alla finestra
19 novembre 2012Una volta Venezia era una città buia. Non che non ci fossero fanali o lampioni, però dopo il tramonto e soprattutto d’inverno la città non ancora svenduta al tritacarne del turismo si chiudeva in una atmosfera ovattata, in una luce bassa e soffusa che oggi, martoriata dalle mille vetrine di strafanti sempre accese, non esiste più.
Stasera, tornando a piedi verso casa, mi pareva a tratti di ritrovare quell’atmosfera, complici le strade incredibilmente vuote – un po’ perché è lunedì, un po’ perché la crisi evidentemente c’è per tutti. Poi sono arrivato sul ponte della Canonica e ho visto questo faro idiota che non illumina il Ponte dei Sospiri (e perché poi dovremmo illuminarlo? di notte non è giusto che stia al buio anche lui?) ma spara un occhio di bue lì nel mezzo, inutile, costoso e brutto.
Vorrei esser Don Giovanni e cantare alla nostra sovrintendente, che ha l’ufficio proprio lì in Palazzo Ducale, deh vieni alla finestra, o mio tesoro, e guarda che cesso di idea qualcuno ti ha partorito sotto il naso.










































