Essere tedeschi significa convivere in qualche modo con un fantasma della storia recente parecchio ingombrante. Essere tedeschi e fare Wagner di cognome pone qualche ulteriore problema di coabitazione e costringe a fare i conti con le esternazioni odiosamente antisemite dei capostipiti Richard e Cosima, con la mai sopita fede nazista di Winifred, con le lotte all’ultima coltellata dei fratelli Wieland e Wolfgang, con le più recenti spartizioni di potere.
Questo perchè chiamarsi Wagner significa avere in qualche modo a che fare con la gigantesca macchina del festival di Bayreuth, un meccanismo organizzativo ed economico di enormi dimensioni, attorno al quale più o meno tutti i componenti della famiglia si sono trovati ad essere carnefici o vittime dei propri congiunti.
Riducendola ai minimi termini la storia è questa: Richard Wagner muore nel 1883, quando del festival nel teatro costruito sulla verde collina coi soldi di Ludwig II di Baviera si sono tenute appena due edizioni. Il suo posto viene preso da Cosima, nata Liszt e già sposata von Bülow, che con pugno di ferro si investe del ruolo di sacra custode di una tradizione wagneriana da lei in gran parte inventata. Comunque la si pensi sul suo ruolo, le va riconosciuto che con lei il festival assume non solo regolare cadenza annuale ma anche prestigio mondiale. Ritiratasi dalla conduzione per ragioni di età, passa il testimone al figlio Siegfried, che lo tiene per pochi anni perchè la segue nella tomba a pochi mesi di distanza, nel 1930.
Qui cominciano i veri problemi, perchè entra in gioco la seconda vedova, la terribile Winifred moglie di Siegfried, più nazista del nazismo stesso e intima amica di Hitler (“Wolf”, lo chiama nell’intimità), il quale soggiorna abitualmente a villa Wahnfried. Questa donna impossibile, che mai rinnegherà i suoi orrendi ideali fino alla morte nel 1980, regge le sorti del festival fino alla catastrofe del 1945 e viene sostituita alla riapertura, nel 1951, dai figli Wieland e Wolfgang. Complementari per certi versi (Wieland è lo scenografo-regista che avrà il compito di prendere le distanze da una tradizione di cui non c’era da andare orgogliosi, Wolfgang è un abile organizzatore) non amano però il potere condiviso. La morte prematura di Wieland nel 1966 sgombra quindi il campo a Wolfgang, re assoluto del festival fino al 2008.
Questa catena apparentemente anodina di passaggi di testimone è costellata, nel nome del festival, da una serie impressionante di azioni di incredibile crudeltà: da Cosima che giunge a negare in tribunale che la figlia Isolde sia di Wagner fino a Wolfgang che, morto il fratello, ne fa distruggere gli allestimenti per sgombrare il campo al suo ben minore talento, fra mogli cacciate e figli ripudiati la storia dei Wagner si snoda nella più totale assenza di scrupoli, in nome unicamente della conquista del potere.
I Wagner, saga di una famiglia di Nike Wagner, figlia di Wieland, è una storia nei limiti del possibile obiettiva e distaccata della terribile dinastia. A paragone di Il crepuscolo dei Wagner, il libro del figlio ripudiato di Wolfgang, Gottfried, che a furia di picconate e di fendenti menati a destra e a manca ha soprattutto il sapore di una vendetta nei confronti di una famiglia odiata, il racconto di Nike procede con oggettività, affrontando di petto anche gli argomenti più spiacevoli o dolorosi ma senza volontà distruttiva. Certo, l’occhio di riguardo con cui vengono trattati Wieland e Wolf Siegfried, padre e fratello amati nonostante la relazione adulterina con Anja Silja del primo e il furto di un disegno di Ingres perpetrato dal secondo, si avvertono chiaramente. Uno storico vero, quando il tempo avrà compiuto la sua opera di decantazione e quando e se la documentazione di famiglia sarà mai accessibile, potrà ricostruire queste vicende con metodo scientifico e distaccata obiettività. Solo la giusta distanza consente una visione adeguata delle cose.




