Archivio per la categoria ‘Opera, teatro, danza’

Sigfrido e la zia

28 luglio 2010

Ho un gran daffare stasera a correggere delle bozze di stampa da consegnare venerdì. Ma sono riuscito ad ascoltarmi la diretta da Bayreuth della Walküre. Mica tutta, figurarsi, è cominciata alle quattro, però tutto il terzo atto si, dalla cavalcata delle strillanti sorelle (quella di Apocalypse now, sehr gut) fino al forzato addormentamento della Valchiria-capo, Brünnhilde, punita da papà Wotan per insubordinazione e costretta a dormire circondata dalle fiamme fino a che un eroe di passaggio non verrà a svegliarla. Succederà nella prossima puntata e l’eroe sarà Sigfrido, un tontolone che le dischiuderà le gioie dell’amore senza che nè lui nè lei facciano mente locale sul fatto che, essendo figlia di Wotan come pure Sieglinde che era la mamma di Sigfrido, la valchiria è la zia del tonto stallone. D’altra parte lo stesso Sigfrido è frutto di amore incestuoso, essendo nato dall’accoppiamento di Sieglinde col di lei fratello Siegmund. Ma qui mi fermo, so che non è facile seguirmi.
Siccome ho da fare, mi tengo sul breve ma sgnacco qui sotto un po’ di cartoline della mia raccolta, che sarebbe il motivo per cui quella volta ho aperto questo blog, anche se mi sto accorgendo che è passato parecchio in secondo piano. Ecco dunque una pittoresca sfilata di elmi alati; se ho capito bene come si fa, passando sopra ogni foto col mouse si dovrebbe vedere il nome della persona raffigurata. Vediamo se ci riesco:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Oggi lance e corazze non si usano più. Domenica scorsa sulle sacre tavole di Bayreuth persino il cigno di Lohengrin ha perso le penne e si è trasformato in un tacchino volante verso il forno nel giorno del Ringraziamento. Viviamo tempi tristanzuoli, quant’era profeta Alberto Arbasino già cinquant’anni fa!

La mattacchiona del Walhalla

24 giugno 2010

La battuta è famosa quasi come chi se l’è inventata: “Per cantare bene Wagner, quello che serve è un buon paio di scarpe comode”. In effetti con lui c’è da stare parecchio in piedi; per il resto praticamente nulla dava problemi a Birgit Nilsson, che governava un impressionante fiume di voce senza un affanno, una disuguaglianza, un acuto che non fosse una lama di luce. Su di lei se ne raccontano tante: cantava Brunnhilde con Karajan, lamentandosi perchè il palcoscenico era talmente buio che non riusciva a vederlo. Karajan, che era regista mediocre tanto quanto era grande come direttore, le diceva di stare tranquilla e di cantare, che ci avrebbe pensato lui a seguirla. Ma la Nilsson si presentò in scena alla generale con un elmetto da minatore, con la pila sulla fronte. Pare che quella volta persino Karajan abbia riso.
Si dice anche che la prima cosa che faceva appena finita ogni recita fosse di bersi un boccale di birra ghiacciata, che le veniva porto subito dietro le quinte. A Mannheim, dopo un Crepuscolo degli dei, questa usanza le fu particolarmente utile: non bevve la birra ma se la rovesciò addosso e mascherò così l’imbarazzante incidente che le era occorso per lo spavento di vedere il suo Sigfrido, Wolfgang Windgassen, essere sul punto di sfracellarsi al suolo per un cedimento della scenografia.
Io l’ho sentita credo nei primissimi anni Ottanta, quando era una matura signora ormai al termine della sua carriera di palcoscenico. Non eravamo a Vienna, nè alla Scala nè a Londra o al Metropolitan, ma alla Cà del Liscio di Ravenna, che qualche originale si era pensato di utilizzare anche per concerti di musica classica. Nella sala dove abitualmente si ballavano polke e mazurke c’era una pedana su cui era disposta l’orchestra, mentre il pubblico, non potendosi fare altrimenti, era distribuito tutt’intorno sui divanetti rotondi coi tavolini nel mezzo, e ti aspettavi che ad ogni momento arrivasse un cameriere a portarti un’aranciata amara o un chinotto.
Sono sicuro che una situazione del genere non le era mai capitata nella vita, e non ho dubbi che la cosa l’abbia fatta morire dal ridere. Entrò, con una tunica color argento e il più impressionante davanzale che abbia mai visto. A punta, dritto e sodo come fosse una fusione di ghisa. Attaccò Dich teure Halle e, giuro – che diventassimo tutti ciechi se mento, sentii il colpo d’aria di quella massa di suono che ci investiva. Una delle sensazioni musicali più impressionanti della mia vita. Alla fine del concerto era fresca come una rosa; come minimo si sarà fatta, assieme alla birra, un paio di piadine col prosciutto.

Parenti serpenti

16 giugno 2010

Essere tedeschi significa convivere in qualche modo con un fantasma della storia recente parecchio ingombrante. Essere tedeschi e fare Wagner di cognome pone qualche ulteriore problema di coabitazione e costringe a fare i conti con le esternazioni odiosamente antisemite dei capostipiti Richard e Cosima, con la mai sopita fede nazista di Winifred, con le lotte all’ultima coltellata dei fratelli Wieland e Wolfgang, con le più recenti spartizioni di potere.
Questo perchè chiamarsi Wagner significa avere in qualche modo a che fare con la gigantesca macchina del festival di Bayreuth, un meccanismo organizzativo ed economico di enormi dimensioni, attorno al quale più o meno tutti i componenti della famiglia si sono trovati ad essere carnefici o vittime dei propri congiunti.
Riducendola ai minimi termini la storia è questa: Richard Wagner muore nel 1883, quando del festival nel teatro costruito sulla verde collina coi soldi di Ludwig II di Baviera si sono tenute appena due edizioni. Il suo posto viene preso da Cosima, nata Liszt e già sposata von Bülow, che con pugno di ferro si investe del ruolo di sacra custode di una tradizione wagneriana da lei in gran parte inventata. Comunque la si pensi sul suo ruolo, le va riconosciuto che con lei il festival assume non solo regolare cadenza annuale ma anche prestigio mondiale. Ritiratasi dalla conduzione per ragioni di età, passa il testimone al figlio Siegfried, che lo tiene per pochi anni perchè la segue nella tomba a pochi mesi di distanza, nel 1930.
Qui cominciano i veri problemi, perchè entra in gioco la seconda vedova, la terribile Winifred moglie di Siegfried, più nazista del nazismo stesso e intima amica di Hitler (“Wolf”, lo chiama nell’intimità), il quale soggiorna abitualmente a villa Wahnfried. Questa donna impossibile, che mai rinnegherà i suoi orrendi ideali fino alla morte nel 1980, regge le sorti del festival fino alla catastrofe del 1945 e viene sostituita alla riapertura, nel 1951, dai figli Wieland e Wolfgang. Complementari per certi versi (Wieland è lo scenografo-regista che avrà il compito di prendere le distanze da una tradizione di cui non c’era da andare orgogliosi, Wolfgang è un abile organizzatore) non amano però il potere condiviso. La morte prematura di Wieland nel 1966 sgombra quindi il campo a Wolfgang, re assoluto del festival fino al 2008.
Questa catena apparentemente anodina di passaggi di testimone è costellata, nel nome del festival, da una serie impressionante di azioni di incredibile crudeltà: da Cosima che giunge a negare in tribunale che la figlia Isolde sia di Wagner fino a Wolfgang che, morto il fratello, ne fa distruggere gli allestimenti per sgombrare il campo al suo ben minore talento, fra mogli cacciate e figli ripudiati la storia dei Wagner si snoda nella più totale assenza di scrupoli, in nome unicamente della conquista del potere.
I Wagner, saga di una famiglia di Nike Wagner, figlia di Wieland, è una storia nei limiti del possibile obiettiva e distaccata della terribile dinastia. A paragone di Il crepuscolo dei Wagner, il libro del figlio ripudiato di Wolfgang, Gottfried, che a furia di picconate e di fendenti menati a destra e a manca ha soprattutto il sapore di una vendetta nei confronti di una famiglia odiata, il racconto di Nike procede con oggettività, affrontando di petto anche gli argomenti più spiacevoli o dolorosi ma senza volontà distruttiva. Certo, l’occhio di riguardo con cui vengono trattati Wieland e Wolf Siegfried, padre e fratello amati nonostante la relazione adulterina con Anja Silja del primo e il furto di un disegno di Ingres perpetrato dal secondo, si avvertono chiaramente. Uno storico vero, quando il tempo avrà compiuto la sua opera di decantazione e quando e se la documentazione di famiglia sarà mai accessibile, potrà ricostruire queste vicende con metodo scientifico e distaccata obiettività. Solo la giusta distanza consente una visione adeguata delle cose.

La mala Pasqua

3 aprile 2010

Si racconta che Zinka Milanov, per trent’anni primadonna assoluta del vecchio Metropolitan, nel duetto della Cavalleria Rusticana cadesse a terra esattamente diciassette volte. Non una di più, non una di meno. “A te la mala Pasqua spergiuro!” grida la tradita Santuzza al fedifrago Turiddu prima di accasciarsi sui gradini della chiesa. E una pessima Pasqua sarà quella dell’incauto amante della bella e mignotta Lola, prima di sera fatto fuori in duello rusticano dal cornuto di lei marito compar Alfio, carrettiere.
Da bambino mi portarono a vedere la Cavalleria all’Arena di Verona e io, che avevo studiato, la cosa che aspettavo più di tutte era proprio l’urlo selvaggio di Santuzza. Qui ce n’è per tutti i gusti: da quello con le braccia al cielo della pettinatissima Simionato a quello sbracato, da battona degli angiporti, della Obratzsova fino a quello educato e tutto cantato della Waltraud Meier, costretta al feticismo della partitura dall’iperfilologo Riccardo Muti, che pretenderebbe l’edizione critica anche se dovesse far cantare “Fra Martino campanaro” ai bambini della parrocchia.
Mi sarebbe piaciuto assistere a un impossibile incontro fra la diva Zinka sul palco, col suo repertorio di diciassette cadute, e il divo Muti sul podio, col suo “si fa solo quello che è scritto”. Io credo che avrebbe vinto la Zinka. Una volta le primedonne avevano le palle. Buona Pasqua.

Il clarinetto

27 marzo 2010

Questo clarinetto ha una storia, una lunga storia di cui solo io ormai conosco qualche disarticolato passaggio. Ma siccome è una storia della mia famiglia e siccome tutti quelli che potevano raccontarla se ne sono andati e io resto, ho paura, l’unico che ancora ne sa qualcosa, penso che sia necessario che in qualche modo, anche se non c’è niente di meno eterno di un blog, io la fissi da qualche parte, almeno per un po’.
Il protagonista è il fratello maggiore di mio nonno paterno. Nati entrambi prima della fine dell’Ottocento, nonno e zio vivevano in una famiglia poverissima e trascorsero l’infanzia e l’adolescenza lavorando in una fornace di mattoni, che anche io da bambino feci in tempo a vedere.
A un certo momento, in un anno imprecisato non so neppure se prima o dopo la prima guerra mondiale, il fratello di mio nonno parte e se ne va in Svizzera, a Zurigo. Sa fare il falegname e quello fa. Sa anche fare un’altra cosa: suona il clarinetto in una banda musicale. Non so come abbia imparato, probabilmente da qualche altro suonatore di banda che ha tirato su il ragazzino più con l’esempio che con qualsiasi tipo di metodo didattico. Immagino anche che a Zurigo il giovane falegname non pensi a riprendere l’attività musicale, salvo che un giorno, non so in che circostanza, conosce un altro italiano che vive là. Non è proprio un poveretto come lui: si chiama Edmondo Allegra, un vercellese più o meno suo coetaneo (è nato nel 1889) dal 1916 primo clarinetto dell’orchestra della Tonhalle di Zurigo. Al di là dell’incarico prestigioso che ricopre, Allegra è una figura importante: è amico di Ferruccio Busoni, che scrive per lui il Concertino op. 48 e l’Elegia per clarinetto e orchestra, e di Igor Stravinski, di cui esegue in prima assoluta i Tre pezzi per clarinetto solo e l’Histoire du soldat.
Bene, i due si conoscono e (ve la vendo come io l’ho sempre sentita raccontare) lo zio si lascia scappare la confidenza che anche lui suona il clarinetto. Allegra si offre di dargli qualche lezione e lo invita a casa sua. Il giorno stabilito lo zio si presenta, una cameriera apre la porta e lo accompagna in un salotto dove Allegra sta studiando. Lo zio, posso immaginare, per la prima volta nella sua vita sente come veramente si suona: si ferma sulla porta pochi secondi, poi si gira e se ne va. Allegra interrompe lo studio, lo richiama e lo zio, da buon romagnolo, gli risponde: “a’ vagh’ a’ ca’ c’al brus!”, vado a casa a bruciarlo. Il clarinetto, naturalmente. Insomma, per farla breve Allegra lo ferma, lo fa suonare e si offre di fargli da insegnante. Lo zio di stoffa doveva averne, se non solo diventò un clarinettista professionista, ma quando nel 1925 Allegra lasciò la Tonhalle per passare come primo clarinetto alla Boston Symphony Orchestra, indovinate chi prese il suo posto? Lui.
Rimase alla Tonhalle per una trentina d’anni, fino al pensionamento negli anni Cinquanta quando tornò in Italia. Conobbe anche lui Busoni, suonò sotto la direzione di Richard Strauss e fece tournée. Purtroppo, di tutti questi anni resta soltanto il clarinetto e una pila di spartiti, su alcuni dei quali sta la dedica affettuosa del maestro Allegra. Di una scatola di fotografie che ricordo benissimo di aver guardato da ragazzino e nella quale lo zio appariva in orchestra, in formazioni da camera e sulla nave che lo portava chissà dove, di quella scatola si sono completamente perse le tracce. Io lo ricordo vecchio e un po’ maniaco: si era riallestito un laboratorio da falegname dove faceva un po’ di tutto, riempiva un armadio in casa con le veline delle arance meticolosamente stirate, costruiva aquiloni a noi bambini usando canne e carta incollata con acqua e farina. Morì che io avevo sette anni.
Al ritorno in Italia ebbe alcuni allievi, ma purtroppo nella Romagna degli anni Cinquanta clarinetto voleva dire ballo liscio e così, appena si accorgeva dove miravano gli interessi dei pupilli, trovava il modo di mandarli via. Uno solo ne tirò su fino alla fine degli studi, e come Allegra non aveva mai voluto un centesimo da lui, così lui non volle mai un centesimo da questo ragazzo, che poi si diplomò e divenne primo clarinetto in una importante orchestra italiana e professore in Conservatorio. E che per sdebitarsi a sua volta, insegnò a suonare il clarinetto a mio padre.
Questa è la storia del clarinetto che ho tirato fuori e rimontato per scattare la foto qui sopra, e che è già tornato a dormire nella sua coperta di carta bianca, nel mobile del mio soggiorno, sulla pila di spartiti su alcuni dei quali si legge l’elegante calligrafia del maestro Allegra.

Spigolature berlinesi

23 marzo 2010

Questa è l’ultima immagine che Berlino mi ha lasciato ieri mattina, grigia e fredda, di là dalle vetrate della stazione Zoo mentre aspettavo la S-Bahn che doveva portarmi all’aeroporto. E’ una città che ti prende, Berlino, che ti piaccia o no. A Roma, a Venezia, a Parigi la storia la respiri a ogni metro di strada, ma è una storia lontana, diventata museo, una storia che possiamo guardare con quel distacco che la fa suggestiva ma non più di tanto coinvolgente. A Berlino, dove tanto meno è rimasto del passato, la storia è lì, è ieri, due ore fa, la storia si sta facendo adesso, in quei tutto sommato pochi chilometri quadrati appena usciti da uno strazio durato settant’anni, in quel crogiolo culturale incredibile che nessuna invasione del becero turismo internazionale riesce a soffocare.
Una meticolosa esplorazione di Dussmann, nella Friedrichstrasse e una visita al Nolde Museum, che ogni tre o quattro mesi cambia completamente le opere in esposizione ed è quindi ogni volta diverso, sono riti ai quali non intendo rinunciare ogni volta che vado a Berlino. Ma sono tante le ragioni per cercare di andarci almeno una volta l’anno. A cominciare dalla piazza più bella del mondo, Gendarmenmarkt.

Lo so che ho piazza San Marco sotto il naso tutti i giorni, però la bellezza algida di questo rettangolo con le due chiese gemelle (quella che non si vede qui l’avevo alle spalle quando ho scattato la foto) che affiancano lo Schauspielhaus, oggi Konzerthaus, di Schinkel mi lasciano ogni volta senza respiro. Cosa mi resta poi di questi pochi giorni? Gli spuntini pre-teatro in un miscroscopico ristorante turco, serviti da una adorabile giovane cuoca che ogni volta ci chiedeva se volevamo portarci via qualcosa da mangiare durante lo spettacolo. La gita “fuori porta” in un giorno già primaverile nonostante il ghiaccio invadesse ancora il lago, alla cittadella di Spandau, restaurata e aperta al pubblico.

Poi la visita alla Knoblauchhaus, nel Nikolaiviertel (un isolato pateticamente ricostruito dalla DDR per darsi un’immagine di chi ha cura del patrimonio antico, e questo dopo aver fatto saltare in aria con la dinamite l’intero palazzo reale) che contiene un delizioso piccolo museo dedicato al Biedermeier.

E poi, visto che parliamo di musei, una mostra strepitosa alla Neue Nationalgalerie: Moderne Zeiten, tempi moderni. Opere della collezione del museo dal 1900 al 1945. Come dire, il terzo volume dell’Argan dal vivo.

E poichè il confronto col passato più recente non può mai essere rimosso, in mezzo alle opere esposte stanno anche riproduzioni in scala 1:1 e in bianco e nero delle tele che avrebbero dovuto esserci perchè facevano parte della collezione ma, rimosse dai nazisti perchè entartete Kunst, arte degenerata, sono nei casi migliori finite altrove, oppure distrutte o disperse.
Usciti dal trasparente edificio di Mies van der Rohe, un salto alla vicina Gemäldegalerie per constatare che nemmeno questa volta vedremo l’Amor vincitore di Caravaggio, prestato a Roma. Poco male se quel che resta è del livello di questa parete della stanza dedicata a Rembrandt.

Ma non c’è Rembrandt né Tiepolo che tenga: il quadro del mio cuore in questo museo è questo Le nozze di Amore e Psiche di Pompeo Batoni. Qui davanti mi sono mentalmente genuflesso per cinque lunghi minuti.

E’ ora di chiudere, fra l’altro mi sembra che WordPress faccia le bizze stasera e non salva le bozze. Rischio di star qua a scrivere come un fesso per poi perdere tutto. Naturalmente Berlino è anche e soprattutto opera. Tre sere a teatro: prima alla Deutsche Oper per uno splendido Evgenij Onegin, con una strepitosa messa in scena tutta bianca e un Bo Skovhus da standing ovation (il secondo da sinistra nella foto).

Poi alla Komische Oper che, per non farci mancare nemmeno un ulteriore brividino, ebbe fino al 1933 il nome di  Metropol-Theater e fu uno dei più popolari teatri di operetta e varietà di Berlino. La casa di Richard Tauber, per capirci. La sala è scampata alle bombe e oggi le gigantesche figure di telamoni in stucco che reggono mandolini e ombrellini cinesi assistono alle ardite messinscene teatrali della compagnia d’opera più di avanguardia della Germania.

Per fortuna, il Rosenkavalier che ho visto venerdì sera non stravolgeva con eccessi da Regietheater alla tedesca il capolavoro di Strauss e Hofmannstahl. Anzi, lo spettacolo era bellissimo e incredibilmente suggestivo.

Il Don Pasquale di sabato era invece molto più ardito, ma non gratuito e divertente. E allora, se a un’opera buffa si ride e si partecipa, e si gode di una esecuzione musicale più che buona, dov’è il problema? All’uscita, un’ultima occhiata al Gendarmenmarkt quasi deserto e un saluto a Schiller sempre in posa sul suo piedistallo davanti alla scalinata del Konzerthaus. Arrivederci a presto, torno nel paese dell’odio e dell’amore. Quello mi è toccato, ognuno ha la sua croce.

Maratona d’estate

14 marzo 2010

Ve la ricordate? A ora di pranzo, sul primo non ancor minzolinato, l’inossidabile Vittoria Ottolenghi introduceva perle di balletto e di danza, senza preoccuparsi di mascherare i moti di voluttà che le provocava il solo pronunciare i nomi mitici di Nurèyev o del suo preferito in assoluto (per la tecnica perfetta, diceva, e perchè era così maschio), Vladimir Vassiliev. Io per il balletto, proprio quello coi tutù e le scarpette con la punta di gesso, ho una passione. Del tutto appoggiata sul nulla, visto che non ne so niente, non distinguo una posizione dall’altra, conosco pochissimi nomi e mi capita di vederne in teatro mediamente uno ogni cinque anni. Però ricordo la Giselle del Royal Ballet che vidi al Covent Garden nel gennaio del 2005 come una delle più sublimi esperienze della mia vita, la dimostrazione inoppugnabile di come l’arte, quella vera, non possa mai essere disgiunta dalla disciplina, dalla perfezione tecnica, dal controllo totale di ogni dettaglio dell’esecuzione.
Fine della premessa. Uno dei luoghi del balletto che per i motivi di cui sopra mi manda direttamente in paradiso è il pas de quatre del Lago dei cigni. Questo:

Incredibile, vero? Ma guardate anche questo. L’assoluta perfezione tecnica si prende in giro con tecnica altrettanto salda:

Fingere di esser schiappe può essere più difficile del dimostrare di essere bravi.

Mammina cara

8 marzo 2010

August: Osage County di Tracy Letts, premio Pulitzer 2008.
Se avete una madre impegnativa, leggete questa commedia.
Non risolve il problema ma al confronto di Violet la vostra genitrice sembrerà uno zuccherino.

Il bello della diretta

2 marzo 2010


E’ a teatro che si vede la gente con le palle. Altro che i divetti in cartapesta della tivvù, stupidini pescati dal grandefratello e messi a fare la fiction, seppure incapaci anche di recitare La vispa Teresa. A teatro, davanti al pubblico vero, dentro una macchina che volenti o nolenti deve andare avanti, lì si che si dimostra di avercele, di essere dei professionisti veri.
Sabato sera, al Nationaltheater di Mannheim. Abbiamo superato già da un po’ la quarta ora dei Meistersinger, l’opera più lunga (ed è tutto dire) di Wagner. Ci avviciniamo al finale, un monumento che da solo dura più, credo, dell’intera Cavalleria Rusticana. Il soprano che interpreta Eva, la protagonista femminile, attacca il quintetto, un pezzo famoso in cui la sua parte ha un ruolo fondamentale. Il mio vicino si gira e mi fa: “ma… è stonata!”. Sta succedendo qualcosa: la cantante non riesce più a sostenere la voce che diventa sempre più fioca, fa un passo indietro per appoggiarsi a un tavolo della scena e continua a emettere brandelli della sua parte mentre gli altri quattro cantanti, il direttore e l’orchestra proseguono imperterriti. E impietriti. Verso la conclusione, il tenore si muove verso di lei, la abbraccia e letteralmente la trasporta fuori scena, quasi a peso morto. L’opera continua: nel finale si svolge la gara dei maestri cantori, alla quale Eva (che dovrà sposare il vincitore che naturalmente sarà il tenore che naturalmente lei ama già) deve presenziare. Ma la sua sedia è vuota e mentre Hans Sachs fa i suoi fervorini introduttivi e poi Beckmesser e Stolzing cantano le loro strofe noi tutti ci chiediamo cosa succederà quando arriveranno le frasi di Eva. Chi le dice? Le dice Eva, che un secondo prima del suo attacco esce dalla quinta e prende posto sulla sua sedia mentre il medico di scena la osserva dalla sua postazione. C’è stata gente fra il pubblico che non si è nemmeno accorta del malore, tanto l’insieme è stato compatto nel gestire l’assoluto imprevisto.
Ieri, stesso teatro ma Schauspielhaus, sala della prosa. Si recita August: Osage County di Tracy Letts. Prima dell’inizio esce il regista che dà al pubblico questa notizia: l’attore che interpreta Charlie è bloccato sul treno da Stoccarda, fermo da qualche parte dopo che un albero sradicato dalla bufera Xynthia è finito sul locomotore. Non si sa quando arriverà e non ci sono sostituti. L’unica soluzione è che lui stesso faccia Charlie, col copione in mano e cercando di farsi notare il meno possibile. E così fa, e bisogna dire che è stato pure bravo, non solo perchè ha permesso allo spettacolo di arrivare in fondo (l’attore vero è arrivato praticamente in tempo per gli applausi finali) ma perchè ha anche trovato una qualche forma di immedesimazione nel personaggio. Insomma, molto meglio lui a leggere il copione senza trucco nè costume che gli attorelli televisivi, filtrati, doppiati, agghindati e, alla fine, completamente inventati.

Cantonate

20 febbraio 2010

La settimana scorsa spulciavo un catalogo on line di vecchie cartoline, farraginoso e non molto prodigo di descrizioni ma di un venditore che offre grande scelta, prezzi bassi e spedizioni veloci. Passavo con calma tutti i pezzi della sezione “cantanti d’opera”, poco interessanti in quel momento, quando ho visto questa cartolina e quel nome che mi diceva qualcosa. In effetti, su Hedwig Reicher-Kindermann mesi fa avevo letto un libro, non bellissimo per la verità. Soprano, apparteneva alla compagnia di Angelo Neumann, che contribuì a diffondere in Europa la fama dell’Anello del Nibelungo. Raggiunta la celebrità nel nome di Wagner, era morta a Trieste a soli 29 anni, poco dopo aver partecipato alla prima rappresentazione assoluta della Tetralogia a Venezia, dove lo stesso Wagner era morto da appena due mesi.
Bene, contentissimo di aver trovato una fotografia della cara Hedwig, c’era comunque qualcosa che non tornava: nella cartolina essa è ritratta infatti come Salome, ma se lei è dipartita da questa terra nel 1883, la Salome di Strauss è stata scritta e rappresentata nel 1905. E io che ne so se fra le opere tedesche di fine Ottocento oggi dimenticate non ce ne fosse un’altra? Oppure se la Herodiade di Massenet (prima rappresentazione, 1881) non abbia avuto una qualche particolare fortuna in terra germanica?
Insomma, costava poco e l’ho comprata. Nella riproduzione sul catalogo, i versi nell’angolo in alto a destra erano illeggibili ma quando la cartolina mi è arrivata la cantonata presa mi è apparsa in tutta la sua evidenza: quello è il libretto dell’opera di Strauss, che è poi una fedele traduzione in tedesco del testo di Wilde. E allora? E allora ho scoperto che oltre a Hedwig Reicher-Kindermann è esistita anche Hedwig Reicher e basta. E così, se da un lato mi consola sapere che la signorina della mia foto non è schiattata nel fiore degli anni dopo essersi immolata nel Crepuscolo degli dei, dall’altro la scoperta che Fraulein Reicher e basta era un’attrice mi ha gettato nello sconforto. Qui la si vede vestita da Columbia a una manifestazione a Washington per il suffragio alle donne. E io che me ne faccio di un’attrice, e suffragetta per giunta, in mezzo ai miei soprani e mezzosoprani? Boh, ci penserò. Per il momento l’ho messa nella scatola con le altre; hanno tutte un’età, magari prima che se ne accorgano e che scoppi lo scandalo fanno in tempo a fare amicizia.


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