Archivio per la categoria ‘Libri, dischi, film’

Nella casa

21 aprile 2013

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Un professore di liceo in una cittadina francese riceve un tema da un proprio allievo. Esso contiene il racconto del fine settimana ma se da un lato mostra le indubbie qualità scrittorie del ragazzo, dall’altro delinea l’esistenza di un rapporto quanto meno inquietante che questi sta instaurando con la famiglia di un suo compagno di classe, al quale dà una mano con la matematica. Lasciando le cose in sospeso, poi, il tema si chiude con un enigmatico:
(continua)
Perplesso e inquietato dall’apparente volontà del ragazzo di infiltrarsi nella casa e nella famiglia che non gli appartengono, il professore è allo stesso tempo affascinato dallo scoprire, tema dopo tema, gli sviluppi della vicenda e inizia (lui, scrittore mancato e consapevole della propria inettitudine) a lavorare con l’allievo alla costruzione di un romanzo nel quale si smarrisce ben presto il confine fra esperienza reale e fantasia, fra verità e menzogna. Non vado oltre col racconto.
Il nuovo film di François Ozon è straordinariamente complesso nel suo muoversi in perfetto equilibrio fra i toni della commedia e le premonizioni di una tragedia che per tutto il film non si sa se e in che forma potrà arrivare e nel mescolare con virtuosismo impeccabile i registri della realtà e della fantasia. Attori tutti fantastici, il giovane protagonista sembra uscito da Funny games di Haneke: solo che lì avrebbe sgozzato qualcuno a 5′ dall’inizio, qui è molto più sottile, inquietante e imprevedibile. Voto: nove.

La vedova Couderc

30 marzo 2013


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Per leggerlo l’ho preso dal mucchietto dei romanzi non ancora letti di Simenon, che sta lì con quello dei romanzi non ancora letti della Némirowski: devo averne sempre qualcuno da leggere, però me li centellino e assolutamente non ne leggo mai due uno di seguito all’altro. Quindi l’ho iniziato così, un po’ inconsapevolmente ma subito alle primissime pagine, quando Tati Couderc esce dalla corriera e si fa scaricare l’incubatrice per i pulcini mi è apparsa Simone Signoret. E a quel punto Jean ha preso la faccia di Alain Delon, perché il romanzo scritto nel 1940 e pubblicato due anni dopo è diventato un film che in Italia si intitolava L’evaso. L’avevo visto in televisione tanti anni fa, della trama non ricordavo nulla ma mi erano rimasti nella testa l’atmosfera, l’ambiente della casa sul canale, la chiusa. E l’incubatrice.
In un’estate torrida, soffocata da un cielo spesso plumbeo che minaccia temporali che non arrivano mai, l’omicida quasi per caso Jean esce di galera e vagando torna verso il proprio paese. Non ci arriva però: conosce la vedova Tati, una donna dura e appesantita nel corpo e nello spirito che lo assume come aiutante. Nel bozzolo protettivo di questa casa di campagna, fra polli e conigli, mucche e formaggi Jean trova un rifugio da quel mondo con il quale non sa più se e come rapportarsi, ma mentre esplode il desiderio tutto animale per la piccola Félicie, nipote di Tati, madre bambina e inconsapevole puttanella (nel film era Ottavia Piccolo), Tati sviluppa una propria passione per Jean, fatta non tanto di carne quanto di voglia di possesso, quasi più da madre-vampiro che non da donna innamorata. Attorno a loro si muovono le cognate di Tati e la sorella di Jean, spinte da piccolezza e avidità a costruire una squallida rete di cattiverie e maldicenze. Poi succede che Jean… ma qui mi fermo.
L’atmosfera della campagna francese, prima bruciata dal sole e poi, verso la fine, annegata da una pioggia implacabile, è quella straordinaria che solo Simenon sa descrivere. Il romanzo è bellissimo e forse, anche se di sicuro il film non era così straordinario, il ricordo meraviglioso del volto di Simone Signoret ha dato il suo aiuto a farmelo sembrare ancora più bello.

Aridatece Franco e Ciccio

3 marzo 2013

Karenina

Io non ci volevo andare. Non ci volevo andare anche se non ne sapevo nulla, perché mi aspettavo un insulso polpettone hollywoodiano. Bastava il manifesto a farmi passare ogni curiosità. Invece, trascinato con la carota che il film è inglese, ci sono andato e non ho trovato il polpettone che temevo. Ho trovato ancora di peggio.
Ovvero un interminabile videoclip di 130 minuti, sotto al quale sta il romanzo di Tolstoj ma potrebbero starci benissimo I promessi sposi o Il giornalino di Gian Burrasca. Un baraccone pretenzioso e irritante messo in scena in un teatro che diventa il mondo, visivamente opulento e registicamente schizofrenico, una rifrittura senza genio del Greenaway più barocco con il condimento di sconcertanti coreografie che nemmeno Sergio Japino.
La diafana Keira Knightley è fisicamente vicina al personaggio di Anna come potrebbe esserlo a quello di Otello e cambia molti più costumi che non espressioni del viso. Ma l’impressione è che al regista, troppo preoccupato della patinata confezione, importasse poco di costruire personaggi con una qualche consistenza.
Insomma, una gran ciofeca. Anzi, mi sbilancio: la peggiore cazzata cinematografica della mia vita.

La parte degli angeli

13 gennaio 2013

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Toh, qui c’è una storia, ci sono personaggi con un capo e una coda, attori che pensano a quello che interpretano e non a far vedere quanto sono strepitosamente bravi, un regista che non si arrampica sugli specchi della filosofia da supermercato ma parte dalla vita, che “esprime” e non “confeziona”.
Nella triste Glasgow Robbie, un giovane sbandato con le orecchie a sventola, ha un figlio dalla sua ragazza e decide di mettere la testa a posto. Tutto, o quasi, è contro di lui, a partire dalla famiglia della ragazza. Ha un unico punto di appoggio: un signore di mezz’età che gestisce il gruppo dei condannati a lavori socialmente utili di cui Robbie fa parte. Grazie a lui il giovane scopre di avere un dono: un palato finissimo e una spiccata sensibilità per la degustazione del whisky. Per riuscire nel proprio intento e rifarsi una vita, Robbie dovrà tornare ancora una volta a delinquere ma lo farà – in compagnia di tre impagabili complici – alle spese di uno dei simboli della rovina dell’uomo: l’alcol.
Consiglio assolutamente: Europa batte America – almeno al cinema.

The Master, what a bore

7 gennaio 2013

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Se c’è un genere di film  che mi fa venire i nervi è quello costruito attorno a “memorabili interpretazioni”. Qui ce ne sarebbero addirittura due: Joaquin Phoenix fa il reduce nevrotico camminando tutto storto e parlando con un angolo della bocca mentre Philip Seymour Hoffman è logorroico, piacione e ipercinetico e gesticola nemmeno fosse nato a Posillipo. Hanno già vinto la Coppa Volpi a Venezia e vinceranno l’Oscar ma a me questa tecnica di recitazione fondata sul vezzo non piace: preferisco la composta sobrietà dei grandi attori europei.
La storia è un polpettone che non si capisce da che parte vuol stare: che la figura del santone che in qualche modo si prende a cuore le sorti del reduce schizzato ed erotomane sia direttamente ispirata a quella reale del fondatore di Dianetics è palese, ma l’impressione è che alla base della scelta ci sia più che altro l’interesse per il ritorno pubblicitario suscitato dalle minacciate ritorsioni dell’organizzazione, Tom Cruise e John Travolta in testa.
Immagini, ricostruzione ambientale, fotografia, confezione sono ai massimi livelli. Bastasse questo sarebbe un gran film.

PS: se qualcuno lo vede e capisce come va a finire mi faccia un fischio, grazie.

Insipidi bastardi

2 gennaio 2013

Se invece di essere un lettore qualunque fossi un po’ più scaltrito nell’uso degli strumenti della critica letteraria, saprei forse esprimere con qualche precisione il motivo per cui questo Non tutti i bastardi sono di Vienna, premio Campiello 2011, mi ha lasciato alla fine dei conti insoddisfatto. Eppure è un romanzo di piacevole lettura, fondato su un racconto che, seppure con qualche arrotolamento su se stesso, è originale e avvincente.

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Mentre lo leggevo pensavo ai quaderni che Irene Némirovsky riempiva per mettere a fuoco i personaggi che poi avrebbero agito nei suoi romanzi. Pagine e pagine di scritti non finalizzati alla pubblicazione ma alla costruzione di personalità definite e credibili, che non nascono e muoiono nella singola pagina del racconto ma ci arrivano con un passato, un carattere pienamente formato, una precisa individualità. Nella villa Spada di Refrontolo (Treviso) occupata dall’esercito austriaco dopo la disfatta di Caporetto sembrano invece passare figurine ritagliate nella carta e tutte più o meno già viste altrove: il nonno originale e la nonna tutta d’un pezzo, la zia zitella e il generale triste, l’aviatore inglese, lo sconosciuto misterioso, la cuoca brontolona e la figlia scema, il parroco con l’alitosi e la cugina di città disinvolta e un po’ puttana. E tutto scorre su un registro medio e non troppo ardito, senza cadute e senza voli, anche quando la vicenda prende una piega tragica che all’inizio non ci si aspetterebbe.
L’imperatore Giuseppe II disse una celebre sciocchezza a proposito del Ratto dal serraglio di Mozart, e cioè che c’erano troppe note. Se l’ha detta un imperatore posso certamente ricucinarmela io: da leccarsi i baffi a saper fare un’opera prima così ma nell’opera seconda io ci metterei un po’ meno note e un po’ più piani e forti, perché alla fine dei conti sono le sfumature che danno il sale all’arrosto.

I deliri del Baron Corvo

13 ottobre 2012

Frederick Rolfe, che si firmava anche Baron Corvo e in parecchi altri modi, era un originale. Inglese, nato nel 1860, visse fra l’Inghilterra e l’Italia facendo vari mestieri e cercando incessantemente il mecenate che avesse potuto sollevare il suo genio da tutte le preoccupazioni materiali. A un certo punto si convertì al cattolicesimo e studiò teologia a Roma, facendosi però espellere dal collegio nel quale era pensionante. Morì in miseria nel 1913 a Venezia, città nella quale passava il tempo principalmente a fare la punta ai gondolieri e a procacciare clienti al bordello maschile di Fondamenta de l’Osmarin, a San Giorgio dei Greci.
George Arthur Rose, il protagonista di Adriano VII uscito nel 1904, è con tutta evidenza una proiezione dello stesso Rolfe, una rappresentazione di ciò che era e di quello che nei suoi deliri di onnipotenza avrebbe voluto essere. Giornalista squattrinato e rancoroso nei confronti della gerarchia cattolica che l’ha cacciato dal collegio vietandogli i voti ecclesiastici, Rose riceve un giorno nella topaia londinese dove vive la visita di un cardinale, che si umilia davanti a lui, gli chiede perdono delle colpe della Chiesa nei suoi confronti, gli offre i voti e lo nomina suo segretario.
Al seguito del cardinale, Rose si reca a Roma per il conclave e dopo una incredibile concatenazione di eventi ne esce papa, col nome di Adriano VII. Inizia da qui un pirotecnico delirio di fantapolitica nel quale si intrecciano complotti, vertici di regnanti e imperatori, opulente cerimonie sacre, giochi ginnici di paggi, passeggiate per le vie di Roma e ricatti di socialisti, invidie di cardinali, gelosie di ex amanti e milioni di altre cose.
Dopo aver ridisegnato i confini del mondo e aver portato l’umanità alla pace universale, Adriano muore per mano di un folle e, come Riccardo nel Ballo in maschera, perdona tutti, benedice e spira davanti ai sudditi in lacrime, già circonfuso della gloria dei santi.
Bello? Brutto? Al di là del bello e del brutto, in qualche modo inclassificabile e non inscatolabile in alcuna categoria destinata ai comuni mortali.

I doni della vita

8 settembre 2012

Il romanzo che Irene Némirovsky scrisse nel 1940 e che dovette pubblicare anonimo, comincia in una sera d’autunno d’inizio secolo e finisce nella Francia invasa dall’esercito tedesco, proprio là dove prende avvio Suite francese, il monumento letterario che la scrittrice non riuscì a completare.
Appena 218 pagine divise in 30 capitoli assolutamente perfetti, nei quali il racconto delle vicende di una famiglia della ricca borghesia della provincia francese fluisce con la potenza e la plasticità di un grande romanzo epico. Felicità, dolore, le guerre che tutto distruggono e la pervicacia del voler ricostruire, le inflessibili regole della convenienza e il coraggio della ribellione: come ancora più chiaramente emergerà nei due romanzi compiuti di Suite francese, i personaggi della Némirovsky sono nitidissime raffigurazioni di uomini e donne di ogni giorno che nascono, vivono, soffrono e gioiscono nel grande fiume della storia, che tutto porta e ogni tanto tutto travolge. Straordinario.
 

La linea della bellezza

1 settembre 2012

Su questo romanzo ho letto giudizi entusiastici ed altri del tutto negativi. Io mi pongo né di qua né di là, più però verso il polo del pollice verso. La linea della bellezza un pregio ce l’ha, ed è quello di riuscire nonostante tutto a incuriosire il lettore e a farlo in qualche modo affezionare agli scialbi personaggi che raffigura, portandolo così senza troppi problemi fino in fondo alle sue quasi seicento pagine. Come quando si guardava Beautiful: sapevi bene che non era Deserto rosso ma volevi pur vedere se la bionda e il mentone si sposavano per la quarta volta. Tutto sommato, l’idea di fondo del romanzo è buona e la storia c’è.
Ma un’opera di queste dimensioni, che palesa ben altre ambizioni rispetto a Beautiful e che fin dalla copertina strombazza un riferimento del tutto inappropriato a Henry James, dovrebbe poggiare su una solidità narrativa e una profondità nel raffigurare i caratteri che non si ritrovano in questo minestrone in cui pagine su pagine sbrodolano stucchevoli conversazioni, processioni di nomi indistinguibili uno dall’altro e soprattutto un continuo atteggiarsi estetizzante che irrita quasi fin dall’inizio. Come una soap opera degli anni di cui racconta, La linea della bellezza procede per stereotipi, con una superficialità e una insincerità di fondo che sanno di esibito e di costruito a tavolino. Presente, per tornare a Beautiful, quando per far vedere che un personaggio è chic gli si mette a ogni momento un bicchiere di vino in mano? Ecco, una cosa così.

Nel mio paese straniero

30 agosto 2012

Hans Fallada era già ben indirizzato nel percorso della propria autodistruzione quando, nel 1944, fu rinchiuso in un manicomio criminale per aver tentato di commettere atti di violenza contro quella che era ormai la sua ex moglie. In cella riuscì a procurarsi carta e penna e con quelle, mentre al di fuori la Germania precipitava nell’inferno, scrisse alcuni racconti e, di nascosto dai propri carcerieri, il diario della vita sua e dei propri familiari sotto il nazismo.
Per non essere scoperto e per sfruttare fino in fondo il poco materiale di cui disponeva, scrisse questo libro a caratteri piccolissimi, capovolgendo il foglio ogni volta che arrivava alla fine e ricominciando daccapo scrivendo negli spazi fra una riga e l’altra. A un certo punto, lo racconta lui stesso nell’ultimo capitolo, deve decidere di fermarsi e, approfittando di un permesso temporaneo di uscita, nasconde su di sé i fogli e riesce a portarli fuori del carcere. Difficilissimo da decifrare, il manoscritto rimarrà inedito fino al 2009.
Come già in Ognuno muore solo, il punto di vista di Fallada è quello dell’uomo comune, schiacciato dall’immane macchina del regime. Ma se nel romanzo le tante storie che si intrecciano sono quelle dei piccoli atti di resistenza nella tetra Berlino degli anni di guerra, qui Fallada racconta una storia di quotidiana normalità in una piccola cittadina di campagna e del suo resistere da persona comune contro la stolidità, l’arroganza, la perfidia dei nazisti:
Mi sembra che tutto ciò che ho vissuto siano soltanto beghe di poco conto, che non possono non annoiare chiunque [...] E però mi dico: cos’altro avrei dovuto scrivere? Io non mi sono trovato nel bel mezzo dell’attualità, non ero l’amico fidato di ministri e generali, non ho grandi rivelazioni da fare. Ho vissuto la vita di tutti, la vita della gente qualunque, della massa.
Nonostante ne abbia più volte avuto l’occasione, Fallada si rifiutò sempre di lasciare la Germania. Fu questa la sua resistenza, il suo piccolo e privato atto di eroismo, il pegno d’amore pagato a un paese che non riconosceva più ma che nonostante tutto non cessò mai di amare.


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