Archivio per la categoria ‘Foto storiche’

Sigfrido e la zia

28 luglio 2010

Ho un gran daffare stasera a correggere delle bozze di stampa da consegnare venerdì. Ma sono riuscito ad ascoltarmi la diretta da Bayreuth della Walküre. Mica tutta, figurarsi, è cominciata alle quattro, però tutto il terzo atto si, dalla cavalcata delle strillanti sorelle (quella di Apocalypse now, sehr gut) fino al forzato addormentamento della Valchiria-capo, Brünnhilde, punita da papà Wotan per insubordinazione e costretta a dormire circondata dalle fiamme fino a che un eroe di passaggio non verrà a svegliarla. Succederà nella prossima puntata e l’eroe sarà Sigfrido, un tontolone che le dischiuderà le gioie dell’amore senza che nè lui nè lei facciano mente locale sul fatto che, essendo figlia di Wotan come pure Sieglinde che era la mamma di Sigfrido, la valchiria è la zia del tonto stallone. D’altra parte lo stesso Sigfrido è frutto di amore incestuoso, essendo nato dall’accoppiamento di Sieglinde col di lei fratello Siegmund. Ma qui mi fermo, so che non è facile seguirmi.
Siccome ho da fare, mi tengo sul breve ma sgnacco qui sotto un po’ di cartoline della mia raccolta, che sarebbe il motivo per cui quella volta ho aperto questo blog, anche se mi sto accorgendo che è passato parecchio in secondo piano. Ecco dunque una pittoresca sfilata di elmi alati; se ho capito bene come si fa, passando sopra ogni foto col mouse si dovrebbe vedere il nome della persona raffigurata. Vediamo se ci riesco:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Oggi lance e corazze non si usano più. Domenica scorsa sulle sacre tavole di Bayreuth persino il cigno di Lohengrin ha perso le penne e si è trasformato in un tacchino volante verso il forno nel giorno del Ringraziamento. Viviamo tempi tristanzuoli, quant’era profeta Alberto Arbasino già cinquant’anni fa!

La mattacchiona del Walhalla

24 giugno 2010

La battuta è famosa quasi come chi se l’è inventata: “Per cantare bene Wagner, quello che serve è un buon paio di scarpe comode”. In effetti con lui c’è da stare parecchio in piedi; per il resto praticamente nulla dava problemi a Birgit Nilsson, che governava un impressionante fiume di voce senza un affanno, una disuguaglianza, un acuto che non fosse una lama di luce. Su di lei se ne raccontano tante: cantava Brunnhilde con Karajan, lamentandosi perchè il palcoscenico era talmente buio che non riusciva a vederlo. Karajan, che era regista mediocre tanto quanto era grande come direttore, le diceva di stare tranquilla e di cantare, che ci avrebbe pensato lui a seguirla. Ma la Nilsson si presentò in scena alla generale con un elmetto da minatore, con la pila sulla fronte. Pare che quella volta persino Karajan abbia riso.
Si dice anche che la prima cosa che faceva appena finita ogni recita fosse di bersi un boccale di birra ghiacciata, che le veniva porto subito dietro le quinte. A Mannheim, dopo un Crepuscolo degli dei, questa usanza le fu particolarmente utile: non bevve la birra ma se la rovesciò addosso e mascherò così l’imbarazzante incidente che le era occorso per lo spavento di vedere il suo Sigfrido, Wolfgang Windgassen, essere sul punto di sfracellarsi al suolo per un cedimento della scenografia.
Io l’ho sentita credo nei primissimi anni Ottanta, quando era una matura signora ormai al termine della sua carriera di palcoscenico. Non eravamo a Vienna, nè alla Scala nè a Londra o al Metropolitan, ma alla Cà del Liscio di Ravenna, che qualche originale si era pensato di utilizzare anche per concerti di musica classica. Nella sala dove abitualmente si ballavano polke e mazurke c’era una pedana su cui era disposta l’orchestra, mentre il pubblico, non potendosi fare altrimenti, era distribuito tutt’intorno sui divanetti rotondi coi tavolini nel mezzo, e ti aspettavi che ad ogni momento arrivasse un cameriere a portarti un’aranciata amara o un chinotto.
Sono sicuro che una situazione del genere non le era mai capitata nella vita, e non ho dubbi che la cosa l’abbia fatta morire dal ridere. Entrò, con una tunica color argento e il più impressionante davanzale che abbia mai visto. A punta, dritto e sodo come fosse una fusione di ghisa. Attaccò Dich teure Halle e, giuro – che diventassimo tutti ciechi se mento, sentii il colpo d’aria di quella massa di suono che ci investiva. Una delle sensazioni musicali più impressionanti della mia vita. Alla fine del concerto era fresca come una rosa; come minimo si sarà fatta, assieme alla birra, un paio di piadine col prosciutto.

Cantonate

20 febbraio 2010

La settimana scorsa spulciavo un catalogo on line di vecchie cartoline, farraginoso e non molto prodigo di descrizioni ma di un venditore che offre grande scelta, prezzi bassi e spedizioni veloci. Passavo con calma tutti i pezzi della sezione “cantanti d’opera”, poco interessanti in quel momento, quando ho visto questa cartolina e quel nome che mi diceva qualcosa. In effetti, su Hedwig Reicher-Kindermann mesi fa avevo letto un libro, non bellissimo per la verità. Soprano, apparteneva alla compagnia di Angelo Neumann, che contribuì a diffondere in Europa la fama dell’Anello del Nibelungo. Raggiunta la celebrità nel nome di Wagner, era morta a Trieste a soli 29 anni, poco dopo aver partecipato alla prima rappresentazione assoluta della Tetralogia a Venezia, dove lo stesso Wagner era morto da appena due mesi.
Bene, contentissimo di aver trovato una fotografia della cara Hedwig, c’era comunque qualcosa che non tornava: nella cartolina essa è ritratta infatti come Salome, ma se lei è dipartita da questa terra nel 1883, la Salome di Strauss è stata scritta e rappresentata nel 1905. E io che ne so se fra le opere tedesche di fine Ottocento oggi dimenticate non ce ne fosse un’altra? Oppure se la Herodiade di Massenet (prima rappresentazione, 1881) non abbia avuto una qualche particolare fortuna in terra germanica?
Insomma, costava poco e l’ho comprata. Nella riproduzione sul catalogo, i versi nell’angolo in alto a destra erano illeggibili ma quando la cartolina mi è arrivata la cantonata presa mi è apparsa in tutta la sua evidenza: quello è il libretto dell’opera di Strauss, che è poi una fedele traduzione in tedesco del testo di Wilde. E allora? E allora ho scoperto che oltre a Hedwig Reicher-Kindermann è esistita anche Hedwig Reicher e basta. E così, se da un lato mi consola sapere che la signorina della mia foto non è schiattata nel fiore degli anni dopo essersi immolata nel Crepuscolo degli dei, dall’altro la scoperta che Fraulein Reicher e basta era un’attrice mi ha gettato nello sconforto. Qui la si vede vestita da Columbia a una manifestazione a Washington per il suffragio alle donne. E io che me ne faccio di un’attrice, e suffragetta per giunta, in mezzo ai miei soprani e mezzosoprani? Boh, ci penserò. Per il momento l’ho messa nella scatola con le altre; hanno tutte un’età, magari prima che se ne accorgano e che scoppi lo scandalo fanno in tempo a fare amicizia.

E’ arrivata…

19 ottobre 2009

Difficile, per chi vede la cosa dall’esterno, capire l’ansia sottile che ti prende quando vedi, nel cumulo della posta ritirata in portineria, la busta inconfondibile che contiene l’ultimo acquisto. Quella che mi è appena arrivata è in assoluto la follia più grossa che mi sono concesso da collezionista. Ma la foto è troppo bella, e troppo bella la storia che ci sta dietro. E’ già passata sullo scanner, per la prima e ultima volta; un po’ di pazienza e arriverà anche qui.

Hello world!

15 ottobre 2009

 

01488No, niente a che vedere col Winckelmann teorico del neoclassicismo. Quello mi ha sempre annoiato. Hermann, piuttosto, Hermann Winckelmann: primo interprete di Parsifal, primo Sigfrido e primo Tristano a Londra, primo Otello (di Verdi) a Vienna. E’ il signore della foto qui sopra (o sotto, o di fianco, sono nuovo qui e non so bene cosa sto facendo). La foto in questione, un esemplare originale intendo, una strepitosa cabinet card degli anni Ottanta dell’Ottocento, è una delle new entry nella mia collezione di fotografie originali di cantanti d’opera pre-1945. Questo sarà uno dei temi di questo blog, poi ci sarà l’opera, poi ci sarà certamente Venezia (che è la città dove vivo – o sopravvivo – e dove ho scattato qualche mattina fa la foto che vedete nella testata), poi ci sarà che ne so io? Non so neanche se domani sarò già stufo di questo giocattolo.
In ogni caso, qualunque cosa questo giocattolo diventerà, è bello iniziare nel nome del vecchio Hermann.


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