Archivio per la categoria ‘Amarcórd’

3 settembre 1967

3 settembre 2012

Fu la prima volta che venni a Venezia. Era domenica e c’era la Regata Storica ma la città non era certo paralizzata come oggi.
Arrivammo – tutta la famiglia meno mia sorella, troppo piccola e lasciata dalla nonna – col Milletrè nero fumo di Londra, parcheggiato al Tronchetto che all’epoca era nuovo di zecca e senza edifici, un enorme piazzale sterrato pieno di macchine. Io ero senza i due denti davanti e avevo un braccio al collo, rotto cadendo da un mucchio di mattoni.
Di quella giornata ricordo il parcheggio e un’indiana in sari arancione nella loggia di Palazzo Ducale.
Una volta, molti anni fa, ascoltavo una conversazione di adulti e ricordo che rimasi attonito a sentire un racconto che iniziava “Quindici anni fa…”. Mi sembrava pazzesco che uno potesse avere ricordi che risalivano a così lontano. Invece adesso l’indiana in sari arancione mi tocca riconoscere che l’ho vista 45 anni fa. Mamma santa, che vecio.

Le forcine

31 marzo 2012

Le vedo spesso sul vaporetto che va verso Sant’Elena e il Lido, un po’ ingessate nella divisa, con l’attenzione equamente ripartita fra l’equilibrio del cappello e l’ondeggiare dello spadino, con le gambe fasciate da calze-cilicio pensate più per austere sessantenni che non per ragazze di sedici anni, con scarpe punitive dal tacco tozzo e quadrato.
Sono le allieve del collegio Morosini, la scuola che prepara i cadetti dell’accademia militare della Marina. Sono una relativa novità, perché fino a un po’ di anni fa il Morosini era, come tutto l’apparato militare italiano, regno esclusivamente maschile. Oggi le vedi sul vaporetto tornare dalla libera uscita, del tutto a loro agio fra i colleghi maschi che a differenza di loro, però, non riescono a mimetizzare nell’impegnativa divisa il loro essere adolescenti.
Le ragazze invece crescono prima. Ma resta sempre, a guardarle, quel senso di inquietudine che ti trasmette il vedere ragazzine di liceo travestite da impettite istitutrici, coi capelli austeramente raccolti sulla nuca e tenuti in perfetto ordine da schiere di forcine.
Ecco, le forcine sono la cosa che mi affascina di più. Sarà che non le avevo più viste da quando le mie zie, allora signorine e oggi pensionate, le usavano per allestire le complicate cotonature che andavano di moda negli anni Sessanta. Le guardo sulle tempie laccate delle serissime allieve e penso a quant’era diverso allora, quando contribuivano alla statica di fantasiose cofane fatte in casa, create cantando a squarciagola all’unisono con la radio le canzoni di Mina e Rita Pavone.

L’a pìs un pò m’a tòt…

30 ottobre 2011

Non ho scoperto io il potere evocativo di un’azione o di una sensazione apparentemente insignificanti: sappiamo tutti cosa ha scatenato quella volta il tuffo di una madeleine in una tazza di tè. Beh, la mia romagnola madeleine l’ho avuta questa sera. Una sera d’autunno, non fredda ma un po’ velata, all’ora di cena è buio già da un pezzo e io esco per andare al chiosco delle piadine di là dalla strada. Ormai la piadina la si trova in qualunque bar, farcita di qualunque cosa oppure (orribile visu!) tutta arrotolata a formare un poco invitante oggetto che nessuno qua ha mai visto prima.
In Romagna, invece, la piadina si mangia a tavola al posto del pane. La si fa sempre meno in casa e la si compra di solito in uno dei tanti baracchini che si trovano un po’ dappertutto, casotti un tempo smandrappati e rattoppati e oggi tutti uguali e ricondotti alle norme igienico sanitarie. La nostra piadina, la pìda, si mettano gli altri il cuore in pace, non ha nulla a che fare con quella dei bar o del supermercato. Ricevere dalle mani della signora del baracchino il bianco sacchetto che contiene le piadine tagliate a metà e appena tolte dalla teglia e mangiare il primo pezzo ancora per strada, caldo e fragrante, è un’esperienza che conduce diritta alle porte del paradiso. Soprattutto se a farla è uno che se ne è andato da qua e ci torna ogni tanto, a ritrovare frammenti di un passato sempre più lontano.
E così mi ricordo altre sere d’inverno, quando venivo mandato a comprare la piadina in un altro baracchino che allora stava qualche centinaio di metri più in là, davanti alla bottega del meccanico di biciclette, e camminavo nella nebbia con le mani in tasca e in mano le monete. Una piadina costava cento lire, quattro piadine quattro monete. Ricordo queste attese nel freddo, di qua il gruppo dei clienti appena distinguibili nel buio e di là, nel quadrato di luce, due donne in carne e col grembiule azzurro: una armata di mattarello tirava la pasta e l’altra aiutandosi con un coltello girava le piadine che si stavano cuocendo sulle teglie di terracotta. Si aspettava il proprio turno con santa pazienza, sperando che quelli prima non dovessero prenderne troppe, e poi si tornava a casa rosicchiando il primo pezzo bollente e badando bene a non tenere chiuso il sacchetto, perché la piadina calda deve respirare, se no l’a s’ingiogia. Infatti, appena arrivavi a casa la mamma te la toglieva di mano e la stendeva sul mobile della cucina, in piedi, a intiepidirsi.
C’è una inspiegabile legge di natura per la quale fa la piadina buona chi la fa tutti i giorni. Fermarsi e non farla per un po’ significa avere risultati insoddisfacenti quando si ricomincia. Per questo molte mamme, già negli anni in cui una mamma doveva prima di tutto cucinare e poi pensare a tutto il resto e infine solo se c’era tempo pensare a se stessa, già allora le mamme avevano smesso di fare la piadina in casa. Eppure sarebbe una cosa velocissima: ricordo quando mi fermavo a cena da un mio compagno di studi che in casa sua la piadina veniva impastata e cotta mentre la famiglia veniva chiamata a tavola: la figlia femmina apparecchiava e la mamma stava alla teglia e in due minuti era in grado di preparare tutto. Quando ero piccolo capitava ancora, soprattutto in campagna, di trovare famiglie che mettevano lo zucchero nell’impasto. Era un retaggio antico, come quello che voleva il cedro candito aggiunto al ripieno dei cappelletti. A noi, che eravamo cittadini, non piaceva più perché si sa che il salato deve stare col salato, il dolce col dolce.
A chi si interroga sul titolo di questo post: è l’inizio di una vecchia canzonetta che dice L’a pìs un pò m’a tòt / la pìda s’é parsòt: piace un po’ a tutti la piadina col prosciutto. Un’altra canzoncina recitava:

La mì burdéla
t’an ‘tcì bòna ad’ fé la pìda
o c’la n’è còta
o c’lè tòta imbustarghìda

Bambina mia, non sei capace di fare la piadina: o è cruda o è tutta bruciata. C’era da preoccuparsi per chi aveva una figlia così: chi se la sposa una che brucia la piadina?

La giustiziera

8 luglio 2011

Ogni tanto la memoria ha bisogno di un aiutino. Era addirittura qualche settimana che cercavo di ricordare il nome della seconda affittacamere presso la quale abitai da studente, una volta lasciata definitivamente la signora Ines e i suoi quarantaquattro gatti. Niente, per quanto bene ne ricordassi i lineamenti, il nome proprio non mi veniva. E invece ieri è bastato passare davanti alla porta di quell’alloggio, nel quale passai due inverni, che puf! nome e cognome mi sono riaffiorati all’improvviso. Ma non li scriverò qui, daremo alla cara signora un nome di fantasia. Signora Agnese, và.
Come ho scritto nell’altro post, quando i miei videro la situazione nella quale avevo vissuto per tutto il primo anno fu chiaro che non sarei mai tornato in quella casa. Trovarne un’altra non era facile allora: gli studenti erano moltissimi e le case non bastavano e c’era chi si doveva adattare a vivere in posti anche molto lontani in terraferma. Attraverso antiche conoscenze dei miei recuperate all’uopo,  trovammo una camera in un istituto di preti a Cannaregio. Non ero molto felice ma col mio solito placido spirito di adattamento pensai che magari avrei nel corso dell’inverno trovato qualcos’altro. In realtà passai da loro solo una notte, perché già il giorno dopo un compagno di corso mi chiese se volevo condividere con lui una stanza doppia a Dorsoduro, guardacaso a poche centinaia di metri dalla casa della gattara Ines.
E così conobbi la signora Agnese, che viveva in un appartamento all’ultimo piano dalle parti della Salute, con stanze talmente basse che quando mi toglievo la maglia sbattevo le mani sul soffitto, ma nel complesso ordinato e pulito. Qui ci viveva lei con una nipote e in più aveva due stanze che affittava a studenti. Nella più grande eravamo noi due, nell’altra viveva una ragazza che faceva l’Accademia di Belle Arti. La signora Agnese era vedova e aveva un figlio che viveva fuori, non ricordo dove, e che io non ho mai visto. Era simpatica e cordiale e girava per casa sempre un po’ sciatta, coi suoi grembiali, le ciabatte e la bionda chioma perennemente spettinata. Rimanemmo di stucco, io e il mio amico, una volta che la incontrammo per strada, nelle Mercerie: in visone, pettinatissima e truccata, sembrava una dama dell’alta società di ritorno dall’atelier delle Sorelle Fontana. In quella casa si stava bene: potevamo portare gli amici a studiare, ci faceva usare la cucina e la sera potevamo stare in salotto a guardare la tv.
Il primo anno, quindi, tutto andò benissimo; il secondo qualcosa cominciò a degenerare. La nipote sparì, sparì pure la ragazza dell’Accademia e il suo posto lo prese un certo Bruno che faceva il cameriere in un ristorante di Rialto. Lo si vedeva si e no ma non ci stava simpatico. E soprattutto, però, la signora Agnese cominciò a essere troppo, innaturalmente allegra. E capimmo presto da dove veniva l’allegria: la trovammo una sera seduta in cucina, la bottiglia sul tavolo e lei che rideva e rideva e faceva girare a vuoto la manovella del passaverdure. Ci rimanemmo malissimo, e ancora peggio ci lasciavano le discussioni con Bruno che potevamo sentire dalla camera, e certe allusioni della signora a penose questioni di soldi nelle quali il personaggio l’aveva invischiata. L’aria era pesante e un pomeriggio tornai a casa e non trovai più la radio che tenevo in camera. Chiesi alla signora: lei non ne sapeva nulla. Dovetti uscire e quando tornai trovai un biglietto sul mio letto: in uno sgrammaticatissimo italiano, su un pezzo di carta scritto su tutte le direzioni, l’Agnese mi raccontava che la mia radio l’aveva portata via Bruno, che lei aveva quel giorno cacciato di casa. L’aveva chiamato al ristorante e costretto a confessare il furto e così, dopo averlo coperto di insulti era andata a riprendere il mio apparecchio. Ricordo ancora che il biglietto, che conservai per tanto tempo e che credo sia ancora in mezzo a qualche libro, finiva con: “Sono tanto amaregiata“.
Cara signora Agnese, quella sera tornò trionfante con la mia radio e l’equivoco Bruno non riapparve mai più. L’anno dopo riuscimmo finalmente a trovare un appartamento con altri studenti e purtroppo la persi completamente di vista. Oggi quella casa è diventata un albergo, sono spariti il tabaccaio e la salumeria e il loro posto è stato preso da gallerie d’arte e localini “tipici”. Della signora Agnese, principessa in visone e ciabatte, non resta proprio più niente.

Nullo, Niente e Sufficiente

5 aprile 2011

Nullo, Niente e Sufficiente erano tre fratelli, figli di un padre romagnolo e anarchico. La passione dei romagnoli per i nomi, diciamo così, fantasiosi è largamente nota soprattutto da quando Tino dalla Valle pubblicò, qualche decina di anni fa, il suo La Romagna dei nomi. Di Niente e di Sufficiente non ne ho mai conosciuti, ma di Nullo almeno due. Dopo aver letto il libro ho fatto un rapido excursus dell’indice dei nomi posto in coda, appuntandomi le cose più eclatanti. Quelli che seguono sono i miei preferiti, in ordine alfabetico:
Alba di Libertà Proletaria, Anismeronza, Antavleva (per i non romagnoli: non ti volevo), Chirie Eleison, Dinamitarda, Doloresdelrio, Electrificazio, Formaldeide, Godolina, Insalatina (ma c’è anche Lattuga), Palmirotogliatto, Jella, Logaritmo, Rotaia, Tundra, Zabariona.
Il gioco è proseguito individuando nell’indice i nomi di persone che io ho direttamente conosciuto. Vediamoli:
Adele, Adua, Africo, Alieto, Altero, Anacleto, Argia, Aurelia, Azelio. Di Benita e Benito non son pieni i fossi ma ce ne sono ancora, Decio era un mio professore al liceo, Denise un’amica di mia sorella, Derna un’altra prof e Diva una cugina di mia mamma, figlia della zia Dalma. Edo il tabaccaio di fronte a casa, di Egisto ne ho tre o quattro, così come di Elettra, Elide, Elma, Elvezia, Enea. Poi ci sono Fabiola, Fanny, Fidalma, Fiorello (un vecchietto secco secco che abitava vicino a me), Florio, Gilda, Gioele, Iames (sic), Jader, la risorgimentale Mentana e la letteraria Metella. La Nara era un’amica di mia mamma, così come la Nives e l’Osanna, Natale era un mio zio, Oberdan un amico di famiglia. Poi ci sono Odetta e Ombretta, Ortensio e Ramona, Raoul (temo ispirato da Raoul Casadei) e Riziero, Rodingo, Rosella (con una s), Tarcisio e Tatiana (sorella della Natascia). Ubalda era la maestra di mio fratello, poi conosco un Valter con la v e infine Wagner doveva chiamarsi mio padre e William si chiama un altro zio, mentre la Zaira è o era una celebre bagnina di Cesenatico.
E adesso un’integrazione. Questi nomi non sono nell’indice ma io li conosco:
Nelide e Milvia sono altre amiche dei miei, la Benitia aveva una gelateria e sua sorella si chiama o chiamava Rometta (giusto per ribadire le idee politiche di papà). Vasinto si è chiamato così perché nessuno sapeva come si scrive Washington, e allo stesso modo il fratello di mio padre si dovette chiamare Schyller. Mia zia invece era Ivonne. Della Natascia sorella della Tatiana ho già detto: un altro bimbo chiamato a glorificazione degli eroi di oltrecortina era Tito Yuri, da ragazzino mio compagno di conservatorio. Poi ci sono Elmo, Leopoldo (mio nonno), Nazaria, Ivan, Redente e Velia. E per finire l’impagabile Eurosia, che tanti anni fa ebbe dalla sorte l’ingrato compito di insegnarmi il catechismo. Giuro che l’ha fatto nel migliore dei modi, sono io il soggetto irrecuperabile.

Sciare, oh oh!

22 febbraio 2011

Fra le varie cose più o meno pittoresche che mi è capitato di fare nella vita, quella forse più improbabile è stata vincere una gara di sci. Insomma, non è che io mi possa proprio definire uno sportivo.
Per una famiglia middle class degli anni Settanta, dopo l’obbligo della casa al mare per l’estate veniva quello della settimana bianca a gennaio o febbraio. E così tutti gli anni si ripeteva un rito che a me non piaceva poi molto, non solo perché freddo e neve mi hanno sempre detto poco, ma anche e soprattutto perché settimana bianca voleva dire scuola di sci. E a me la parte divertente del mettersi due assi sotto i piedi e con queste andare a rompersi l’osso del collo è sempre rimasta abbastanza oscura. In ogni caso avevo tutto per essere un ottimo sciatore, tutto meno una cosa: il coraggio. Seguivo perfettamente le istruzioni del maestro, piegavo le gambe quando bisognava piegarle, mettevo i bastoni dove bisognava metterli, facevo tutto quello che lui diceva, solo che per la paura di cadere andavo ai due all’ora. E infatti non cadevo mai, io, perché da fermi o quasi fermi è difficile cadere. Ma intanto la mia carriera accademica procedeva, e così ogni anno sulla spilla che la scuola di sci regalava alla fine del corso aumentavano le stellette, prima d’argento e poi d’oro.
Un anno vollero farmi fare una gara. Io pensavo che erano tutti matti ma siccome non avevo voglia di far storie accettai: andai anch’io alla partenza col numero e tutto e me ne venni giù esattamente col mio solito metodo, impiegandoci credo un buon mezzo pomeriggio. Poi me ne andai a fare un giro in paese perché di stare lì al freddo a vedere come andava a finire non avevo proprio voglia. Il giorno dopo il mio maestro aveva la faccia tirata e allungandomi una medaglia mi disse che potevo risparmiarmi questa anda da snob e visto che avevo accettato di partecipare potevo anche andare alla premiazione. Avevo incredibilmente vinto io, ma soltanto perché tutti gli altri della mia categoria erano rovinosamente caduti mentre il signor perfettini ci aveva messo le ore ma era stato l’unico ad arrivare in fondo.
Con lo sci alpino la chiusi lì e annunciai ai miei che mi ritiravo dall’attività sportiva. L’anno dopo, mentre gli altri andavano a sciare io facevo flanella per i fatti miei; poi a una signora dell’hotel venne in mente di organizzare un gruppo per prendere lezioni di sci di fondo e io mi lasciai come sempre abbindolare. Alla prima lezione eravamo io, una decina di improbabilissime signore e il maestro. Alla seconda io, tre signore e il maestro. Dalla terza in poi, io e il maestro. Fu divertente, non lo nego, ma piantai lì anche questa seconda carriera. Con tutta la buona volontà, io e lo sport siamo su due pianeti diversi.

L’idea per questo post mi è venuta da qui.

I gatti della signora Ines

8 gennaio 2011

Parecchio tempo fa raccontai come fu che arrivai a Venezia.
La situazione degli alloggi per gli studenti era allora disastrosa: prima dell’invenzione del numero chiuso, fra ca’ Foscari e architettura (che sono due università diverse) eravamo migliaia e riempivamo ogni buco disponibile, in qualunque condizione. Tramite un conoscente di mio padre che viveva qua e che mise una buona parola, mi fu detto che c’era un’affittacamere che aveva un posto per me. E così andai a vivere dalla signora Ines C., che abitava in una grande casa a due piani con giardino, dalle parti della Salute.
Era metà novembre del 1978: arrivai da lei una sera parecchio tardi, trascinando l’enorme valigia che mia mamma aveva stipato fino all’inverosimile, con una nebbia che non si vedeva da qui a lì. Il vaporetto mi aveva scaricato a una fermata che non era quella che pensavo e avevo dovuto fare un bel pezzo a piedi sbagliando strada chissà quante volte. La signora Ines mi accolse, mi portò in una camera al piano terra con due letti, mi fece vedere dov’era il bagno e mi spiegò che il mio compagno di stanza era un altro studente che in quel momento era fuori e che avrei conosciuto al suo rientro. Passai chissà quanto tempo seduto sul letto ad aspettare l’arrivo di questo sconosciuto, rifiutando l’idea di farmi trovare già addormentato. Poi, persa ogni speranza, mi misi a dormire. Il tipo arrivò in piena notte, facendo come se io non esistessi. Non mi degnò di uno sguardo, né sarebbe stato più espansivo nei giorni successivi. Probabilmente, per lui ero solo un rompiballe.
Con la luce del giorno iniziarono le sorprese.
La casa era vecchia e malridotta, molto malridotta. Aveva un portego al piano terra, un grande salone passante che l’attraversava tutta e andava dall’ingresso sulla calle fino al giardino sul retro. E stanze di qua e di là, abitate da un numero imprecisato di pensionanti, studenti e qualche impiegato. E poi gatti, gatti e ancora gatti. Rinunciai presto all’idea di contarli, erano sicuramente qualche decina. Vivevano in giardino e dappertutto in casa: ovunque c’erano gatti e odore di gatto.
Poi c’era un cane, un grosso e vecchio cane marrone che passava la vita in cucina, al piano di sopra. E in cucina ci stava pure la mamma della signora Ines, una vecchietta con gli anni di Noè seduta ad ogni ora del giorno, e forse anche della notte, su una sdraio pieghevole davanti alla tv, con un gatto sulle ginocchia. Nel salotto invece c’era una gabbia con un criceto grande come un sambernardo. La signora Ines aveva lavorato e adesso era in pensione. Non usciva mai: di giorno sfaccendava in casa e in giardino, poi la sera tardi metteva sul fuoco un pentolone pieno di inenarrabili schifezze, che bollivano tutte assieme ed erano la cena dei gatti. E poi cominciava lo spettacolo: verso l’una usciva in calle con tutti i gatti dietro, ed altri ne arrivavano dai dintorni, e a tutti distribuiva mestolate di orrida sbobba.
Dopo pochi giorni, fui promosso e trasferito al piano superiore, in stanza col nipote della signora Ines che studiava pure lui. Da questo momento persi completamente i già labili contatti coi pensionanti del piano di sotto e diventai una specie di ospite privilegiato. Chissà perché. La prima mattina andai in bagno con le mie cose, iniziai a radermi e mi sentii osservato. Sentii un fruffff mi voltai e su un trespolo in un angolo c’era un gigantesco pappagallo, un ara rosso giallo e blu che mi guardava fisso. Desiderai morire.
A ripensarci adesso mi sembra impossibile di aver vissuto così per un intero inverno, accettando tutto come se non esistessero alternative. A casa non raccontai nulla, tornavo il venerdì sera e non facevo parola della casa cadente e piena di masserizie, dei gatti, del pappagallo davanti al water. Poi successe che per il primo maggio i miei vollero venire in gita a Venezia, e nonostante tutti i miei tentativi non riuscii a non farli venire a casa. Davanti alla Ines mio padre rimase tranquillo e sorridente, poi mi prese da parte e mi disse di fare la valigia. Riuscii a calmarlo, l’anno era ormai alla fine e per l’inverno successivo avremmo trovato un’altra soluzione. E così fu, non tornai più dalla signora Ines e finii con un amico in un sottotetto  poche centinaia di metri più in là, in una situazione per certi versi altrettanto surreale ma tutto sommato almeno igienicamente più a posto.
Oggi la casa della signora Ines chissà a chi appartiene. E’ stata restaurata e quando ci passo davanti e guardo la finestra di quella che fu la mia prima camera, così leccatina con gli infissi belli nuovi e le tendine e il portone d’ingresso coi vetri colorati penso a quella prima notte tanti anni fa, con me seduto sul letto ad aspettare questo scemo che non arrivava e a sobbalzare ogni volta che sentivo dei passi in calle, come se ad avvicinarsi fosse Jack lo Squartatore.

 

Magico Natale

24 dicembre 2010

Vengo da una famiglia sostanzialmente laica, per la quale però il Natale ha sempre costituito un momento di festa importante. Poco spirito e molta cucina, sicuramente, però era bello trovarsi fino in venti attorno alla stessa tavola. Oggi siamo molti di meno, ma veniamo apposta da diverse parti d’Italia per tenere viva questa tradizione.
La sera della vigilia aveva, quarant’anni e più fa, una magia tutta sua. Si cenava, poi si guardavano le comiche di Charlot alla tv in attesa dell’ora della messa. E già, perché alla messa di mezzanotte si andava. E si partecipava all’uso romagnolo: le mamme e i bambini in chiesa, i mariti fuori a chiacchierare. Qualche volta nevicava, e allora era il massimo perché si lasciava a casa la macchina e si andava a piedi, di notte e sotto la neve: il massimo dell’avventura.
Finita la messa, ancora chiacchiere fuori dalla chiesa poi la mamma della Monica, la bambina di fronte, invitava noi e altri amici a casa loro e lì si beveva lo spumante e si mangiava il pandoro, che a casa nostra era considerato oggetto estremamente esotico e da trattare con sospetto mentre dalla Monica, famiglia con qualche velleità trendina, godeva di molto maggior favore rispetto al troppo ruspante panettone. Ma io e i miei fratelli eravamo tesi come corde di violino, perché quello che ci aspettava a casa era il miracolo di Natale. Che ogni anno si ripeteva e che ogni anno noi accoglievamo con uno stupore che non diminuiva con l’aumentare della nostra età.
Succedeva questo: quando uscivamo per andare alla chiesa le luci erano spente e la porta di casa veniva chiusa a chiave. Quando finalmente i grandi avevano finito le loro chiacchiere e il loro spumante e noi tornavamo, già dal vialetto si vedeva che dentro era tutto acceso. Mio padre apriva la porta e l’albero di Natale nel salotto in fondo al corridoio  – proprio la stanza in cui mi trovo adesso davanti al pc – splendeva, le lucine lampeggiavano e soprattutto sotto l’albero c’erano i nostri regali. Non so neanche se credessimo alla storia di Babbo Natale, direi di no, secondo me davamo per certo che i regali venissero dai nostri genitori, ma questo gioco di prestigio di far apparire le cose mentre eravamo tutti via ci affascinava. Qui stava la magia.
Un giorno, pochi anni fa, ho chiesto a mia madre chi veniva a preparare la messinscena mentre noi eravamo via: è caduta dalle nuvole. Non si ricordava, forse uno zio che abitava qui vicino, ha detto, o forse mio padre stesso che con una scusa tornava indietro, chissà. Ho lasciato immediatamente cadere il discorso, uno dei ricordi favolosi della mia infanzia non poteva essere intaccato dall’evidenza che negli altri aveva lasciato un segno così trascurabile.

Novembre

2 novembre 2010

La nebbia agl’irti colli
piovigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar.

Ma per le vie del borgo
fra il ribollir de’ tini
và l’aspro odor dei vini
l’anime a rallegrar.

Gira su ceppi accesi
lo spiedo scoppiettando.
Sta il cacciator fischiando
sull’uscio a rimirar

Fra le rossastre nubi
stormi d’uccelli neri,
com’esuli pensieri
del vespero migrar.

Giuro che l’ho scritta a memoria. Dei miliardi di versi, dei milioni di poesie che fra elementari e medie mi hanno fatto imparare a memoria, per misteriose ragioni questa è l’unica che mi ricordo. Alle medie, quello della poesia a memoria era l’incubo di tutte le domeniche. Il prof. le sceglieva appositamente lunghe e difficili e aveva una spiccata preferenza per i polpettoni storici di Carducci. Chiamava uno a caso, che doveva alzarsi in piedi e cominciare a recitare; dopo qualche verso il prof. indicava un altro che seduta stante doveva alzarsi e proseguire da dove il primo si era interrotto, e poi un altro ancora e così via fino alla fine. Odiavo i cipressi di Bolgheri e Federico imperatore in Como, la donzelletta col mazzolin di rose e viole e Valentino vestito di nuovo. Però la cavallina storna mi prendeva, mi immaginavo la mamma nella stalla come una specie di Eleonora Duse con gli occhi sbarrati e quando arrivavo a levò un dito, disse un nome, s’alzò alto un nitrito sentivo il gelo lungo la spina dorsale. Per me, Giovanni Pascoli era il più grande poeta di tutti i tempi.
Ma, dicevo, di questa massa infinita di roba mandata a memoria solo Novembre mi è rimasta tutta intera nella testa. E me la recitavo stamattina preparandomi ad uscire nella pioggia battente, mentre cercavo con la solita fatica mista ad ansia di infilare i piedi negli stivali di gomma. Perché a me, mettermi gli stivali mi fa venire l’ansia, una specie di crisi di claustrofobia. Come se una volta messi fossi sicuro di non poterli togliere mai più. Oggi comunque si è aperta la Winter Season e Venezia è al suo peggio: pioggia fitta, scirocco, acqua alta. E tutto questo devi affrontarlo con quegli scafandri ai piedi, la borsa del lavoro su una spalla, la borsa con le scarpe in una mano e l’ombrello nell’altra, e vai avanti smadonnando e sudando e hai acqua dappertutto, sopra e sotto, dentro e fuori.
Oggi è il giorno dei Morti. L’isola di San Michele, fra le Fondamente Nove e Murano, è uno dei posti più belli e suggestivi di Venezia. Ci sono sepolti Ezra Pound, Diaghilev, Stravinski; lì non arriva la grande baracconata della città turistica, lì regnano ancora il silenzio, la tranquillità, la pace. Lì persino novembre pare un bel mese.

Requiem aeternam

27 ottobre 2010

Finirà per diventare una rubrica, ho paura.
Anche questa bottega di inutili strafanti era una libreria, un posto molto particolare al quale sono sempre stato affezionato. Il negozio sta in Salizzada San Pantalon, per chi conosce la città in zona Ca’ Foscari vicino alla Pasticceria Tonolo, che chi l’ha conosciuta una volta non la scorda più. A proposito, se per caso ricordate Campanini, l’altra vecchia e buona pasticceria che stava pochi metri più in giù, scordatevela: ha chiuso anche quella.
La libreria, dicevo. Quando arrivai a Venezia quello che qui si vede pittato di elegante viola era invece blu scuro e sopra l’ingresso si leggeva “Libreria Goliardica”. Dentro stava una splendida signora, bellissima dolcissima ed elegantissima, sempre con un nastro nei capelli: aveva portato il suo negozio a specializzarsi sostanzialmente in due generi coraggiosi: libri sui gatti e libri sulla musica. La vetrina in primo piano era quella dedicata alla musica, e come si può immaginare diventò ben presto una tappa fissa dei miei percorsi veneziani. Entrai nel negozio naturalmente la prima volta che mi ci trovai davanti e cominciai a spulciare gli scaffali pieni di tesori inaspettati: perchè in Italia, sembra incredibile, un’editoria musicale esiste, peccato che quasi mai arriva in libreria. La signora mi salutò gentilmente e non mi chiese nulla, lasciandomi libero di andare dove volevo. Trovai un libro, che ho ancora, e siccome non aveva prezzo stampato chiesi a lei quanto costava. Mi rispose che non lo sapeva: si trattava di una nuova collana che era appena arrivata ma senza listino, per cui mi avrebbe potuto rispondere di lì a qualche giorno. Dissi allora che sarei ripassato ma lei rispose: “intanto prendilo, poi quando ripassi ti dico quanto costa e me lo paghi”. Non mi aveva mai visto, sarei potuto sparire col suo libro ma senza batter ciglio me lo diede. Mi innamorai di lei all’istante: naturalmente tornai nei giorni successivi e pagai il mio debito, e poi per anni tornai assiduamente nel negozio; non abbiamo mai fatto chiacchiere, non siamo mai diventati amici, ma ogni volta che la incontravo, in negozio o in città, ci salutavamo con un largo sorriso.
Poi un giorno la signora se ne andò, cedendo il negozio a una collega più giovane che lo tenne per qualche anno, impegnandosi seriamente a rafforzarne ulteriormente la parte musicale e a pubblicizzarlo anche sulle riviste specializzate. Poi, improvvisamente, anche lei ha dovuto cedere: la speculazione sugli affitti ha raggiunto tali livelli di follia che pochissimi possono permettersi di sostenere le richieste dei proprietari. E quei pochi sono dediti, naturalmente, alla vendita di strafanti, scemenze modaiole o da due soldi facili da smerciare al turista di passaggio. E così Venezia fa un altro passo verso l’eterno riposo, e noi con lei.


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