Hans Fallada era già ben indirizzato nel percorso della propria autodistruzione quando, nel 1944, fu rinchiuso in un manicomio criminale per aver tentato di commettere atti di violenza contro quella che era ormai la sua ex moglie. In cella riuscì a procurarsi carta e penna e con quelle, mentre al di fuori la Germania precipitava nell’inferno, scrisse alcuni racconti e, di nascosto dai propri carcerieri, il diario della vita sua e dei propri familiari sotto il nazismo.
Per non essere scoperto e per sfruttare fino in fondo il poco materiale di cui disponeva, scrisse questo libro a caratteri piccolissimi, capovolgendo il foglio ogni volta che arrivava alla fine e ricominciando daccapo scrivendo negli spazi fra una riga e l’altra. A un certo punto, lo racconta lui stesso nell’ultimo capitolo, deve decidere di fermarsi e, approfittando di un permesso temporaneo di uscita, nasconde su di sé i fogli e riesce a portarli fuori del carcere. Difficilissimo da decifrare, il manoscritto rimarrà inedito fino al 2009.
Come già in Ognuno muore solo, il punto di vista di Fallada è quello dell’uomo comune, schiacciato dall’immane macchina del regime. Ma se nel romanzo le tante storie che si intrecciano sono quelle dei piccoli atti di resistenza nella tetra Berlino degli anni di guerra, qui Fallada racconta una storia di quotidiana normalità in una piccola cittadina di campagna e del suo resistere da persona comune contro la stolidità, l’arroganza, la perfidia dei nazisti:
Mi sembra che tutto ciò che ho vissuto siano soltanto beghe di poco conto, che non possono non annoiare chiunque [...] E però mi dico: cos’altro avrei dovuto scrivere? Io non mi sono trovato nel bel mezzo dell’attualità, non ero l’amico fidato di ministri e generali, non ho grandi rivelazioni da fare. Ho vissuto la vita di tutti, la vita della gente qualunque, della massa.
Nonostante ne abbia più volte avuto l’occasione, Fallada si rifiutò sempre di lasciare la Germania. Fu questa la sua resistenza, il suo piccolo e privato atto di eroismo, il pegno d’amore pagato a un paese che non riconosceva più ma che nonostante tutto non cessò mai di amare.
Archivio per agosto 2012
Nel mio paese straniero
30 agosto 2012Fine delle vacanze
29 agosto 2012Venezia brucia?
13 agosto 2012Tranquilli, no. E’ solo una nave ormeggiata alla stazione marittima, oggi verso le 16. Una di quelle che dice così che non inquinano, non sono pericolose e ci portano tanti soldi. Stiamo contenti e ringraziamo.
Aggiornamento del giorno dopo: apprendiamo dal giornale che la colonna di fumo non era emessa dalla nave all’ormeggio (potenza dell’illusione prospettica, dal mio punto di vista stava esattamente in asse con uno dei camini) ma da una ciminiera della zona industriale di Marghera. Tanti si sono agitati, dice, ma non era niente di preoccupante: durante una normale operazione di manutenzione si è verificato un piccolo incidente assolutamente non pericoloso. Continuiamo a star contenti…
Via dalla pazza folla
12 agosto 2012Venezia è un torrido carnaio che io sopporto con sempre maggior fatica. Del tutto insofferente alle mandrie di zombie in ciabatte che intasano ogni calle, affollano ogni vaporetto, congestionano ogni ponte e riempiono all’inverosimile ogni più piccolo angolo di questa povera città, in questa domenica d’agosto sono tornato a Sant’Erasmo.
Sceso dal vaporetto ho preso la strada che la volta scorsa avevo evitato per via di un fastidioso gruppo di gitanti. Il primo tratto (lo si vede all’estrema sinistra dell’isola in questa foto di Google maps) è un rettilineo asfaltato che sembra eterno e che porta alla Torre Massimiliana e a una spiaggia frequentata da veneziani veraci che arrivano perlopiù in barca. Da qui si imbocca un sentiero che corre sull’argine e segna il lato dell’isola che corre dalla bocca di porto di San Nicolò verso est.
Ci vuole un’ora per percorrere l’isola in tutta la sua lunghezza, fra barene fiorite che stendono sull’acqua un incredibile tappeto viola, barche abbandonate, canne e fichi selvatici. L’unico essere vivente che ho incontrato è stato un meraviglioso airone che ha aspettato che gli arrivassi davanti per prendere il volo con l’eleganza di una ballerina: troppo bello per distrarmi con la macchina fotografica, mi dispiace.
In treno
7 agosto 2012Mi pareva già abbastanza complicato il suo barcamenarsi fra un Ipod e un Ipad, questo sulle ginocchia e l’altro in mano. A un certo punto ha estratto anche un portatile, l’ha appoggiato sul sedile vuoto di fianco e da lì fino alla fine del viaggio ha smanettato sui tre apparati simultaneamente.
Nascosto dietro al mio libro vero, di carta, mi sentivo particolarmente felice.





























