Archivio per marzo 2012

Le forcine

31 marzo 2012

Le vedo spesso sul vaporetto che va verso Sant’Elena e il Lido, un po’ ingessate nella divisa, con l’attenzione equamente ripartita fra l’equilibrio del cappello e l’ondeggiare dello spadino, con le gambe fasciate da calze-cilicio pensate più per austere sessantenni che non per ragazze di sedici anni, con scarpe punitive dal tacco tozzo e quadrato.
Sono le allieve del collegio Morosini, la scuola che prepara i cadetti dell’accademia militare della Marina. Sono una relativa novità, perché fino a un po’ di anni fa il Morosini era, come tutto l’apparato militare italiano, regno esclusivamente maschile. Oggi le vedi sul vaporetto tornare dalla libera uscita, del tutto a loro agio fra i colleghi maschi che a differenza di loro, però, non riescono a mimetizzare nell’impegnativa divisa il loro essere adolescenti.
Le ragazze invece crescono prima. Ma resta sempre, a guardarle, quel senso di inquietudine che ti trasmette il vedere ragazzine di liceo travestite da impettite istitutrici, coi capelli austeramente raccolti sulla nuca e tenuti in perfetto ordine da schiere di forcine.
Ecco, le forcine sono la cosa che mi affascina di più. Sarà che non le avevo più viste da quando le mie zie, allora signorine e oggi pensionate, le usavano per allestire le complicate cotonature che andavano di moda negli anni Sessanta. Le guardo sulle tempie laccate delle serissime allieve e penso a quant’era diverso allora, quando contribuivano alla statica di fantasiose cofane fatte in casa, create cantando a squarciagola all’unisono con la radio le canzoni di Mina e Rita Pavone.

Uno stipendio rubato agli italiani

24 marzo 2012

Questo video è stato segnalato oggi da Maria in un commento a un post di qualche tempo fa. Siccome mi sembra che le cose che questa signora dice siano gravissime, soprattutto per il ruolo che essa ricopre (Renata Codello è Soprintendente per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Venezia) e rivelatrici – fate voi – o di tragica impreparazione o di spudorata tendenza alla menzogna, credo sia bene riproporlo in una sede meno defilata.
Se questi sono i funzionari ai quali viene demandata la difesa di questa città, stiamo freschi.

L’arte della biografia

13 marzo 2012

Può una persona che muore a 39 anni avere una vita sufficiente a riempire una biografia di centinaia di pagine? Irène Némirovsky l’ha avuta. Nata a Kiev, crebbe fra San Pietroburgo, Nizza e Biarritz, fuggì la rivoluzione e transitò in Finlandia e Svezia prima di approdare nella patria d’elezione, Parigi. La Francia la fece scrittrice famosa ma non le concesse mai la cittadinanza e assistette con una impassibilità la cui ferocia lascia sbigottiti alla sua fine: paralizzata dalle leggi razziali e braccata dall’occupante nazista e dal governo collaborazionista, fu costretta all’inattività e alla fuga da Parigi e poi, arrestata, fu uccisa col marito ad Auschwitz.
La storia della messa in salvo delle due figlie bambine e, con loro, della valigia che conteneva il manoscritto del romanzo che ha fatto rinascere la sua popolarità è ormai nota a tutti. Philipponat e Lienhardt hanno avuto accesso a una mole documentaria impressionante, ai taccuini, ai materiali conservati presso gli editori e a quelli dei pochi membri superstiti della famiglia. Il loro sforzo è stato quello non solo di ricostruire la vicenda biografica della Némirovsky ma anche di metterne in luce gli infiniti legami con la sua opera. Nei suoi romanzi e racconti, infatti, sono continuamente trasfusi e rielaborati gli appunti, le annotazioni e le osservazioni sulla vita reale che instancabilmente la scrittrice annotava sui suoi quaderni. Quello che ne esce è un affresco imponente, che rende un quadro preciso e dettagliato della vita culturale parigina degli anni Venti-Trenta e delinea contorni inaspettati del complesso rapporto che legò molta parte degli intellettuali e dell’editoria francesi all’antisemitismo e al nazismo.

Sono solo canzonette

8 marzo 2012

L’Italia è uno strano paese. Ne esci per pochi giorni e quando torni la trovi sconvolta da una doppia rivelazione: Lucio Dalla era così, e poi era anche un genio.
Sull’era così quello che mi ha stupito è che ancora il velo stesse in piedi, visto che già ai tempi in cui ero universitario (tanti, oh quanti anni fa!) a Bologna lo sapevano anche i sampietrini di Piazza Maggiore. Ma di questo mi frega poco. E’ la questione del genio che mi perplime: non è per fare lo snob o per tirarmela fuori misura, ma mi pare che in un paese che, per quanto di merda, ha prodotto Michelangelo e Leonardo, Manzoni e Rossini, dare del genio a Lucio Dalla sia un po’ come paragonare a un Tiepolo una vignetta di Topolino.


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