Trenitalia ha un obiettivo: spostare sull’alta velocità (cosiddetta) la maggior parte di traffico passeggeri e fottersene del resto. Il trasporto locale non è mai stato così abbandonato a se stesso come oggi: treni sporchi, mezzi rotti e rattoppati, latrine (perché di questo si tratta) aperte una si e tre no, impianti di riscaldamento guasti e porte inutilizzabili. Ma perché occuparsene se l’obiettivo è quello di smantellarli?
Sulla linea Venezia-Ancona, ad esempio, quelli che fino a qualche tempo fa si chiamavano interregionali funzionavano egregiamente. Due ore da Venezia a Bologna, mediamente venti minuti per il cambio e poi ancora un interregionale verso Rimini o Ancona. Di più: esisteva anche un fantastico Intercity che da Venezia andava a Pescara due volte al giorno, risparmiandoti la noia del cambio.
Ma siccome dobbiamo prendere le frecce, non solo l’IC è stato eliminato ma sagaci “aggiustamenti” dell’orario sono stati operati per togliere ai viaggiatori ogni voglia o possibilità di viaggiare senza pagare biglietti da compagnia aerea. E’ bastato, ad esempio, anticipare di dieci minuti il passaggio degli attuali Regionali sulla Rimini-Bologna e ritardare di altri dieci la partenza degli altri sulla Bologna-Venezia per far sì che un tentativo di viaggio su quella linea ti imponga cinquanta minuti di attesa a Bologna, perché il Regionale adesso arriva da Rimini esattamente cinque minuti dopo che l’altro treno è partito. Così un viaggio da Cesena a Venezia dura adesso tre ore e cinquanta minuti, venti minuti in più di quanto durava negli anni Settanta del Novecento.
Di più: sei a Bologna e vuoi andare a Milano senza Freccia? Devi cambiare perché adesso i Regionali arrivano solo fino a Piacenza e lo stesso se vuoi andare a Firenze, perché arrivano a Prato. Non è esser figli di puttana questo?
Archivio per febbraio 2012
Essere figli di puttana dentro
27 febbraio 2012Io sto con la contessa
26 febbraio 2012Abbiamo un sindaco parecchio incazzino, che perde facilmente la pazienza quando le cose non vanno come vorrebbe (e quello che lui vorrebbe di solito è che lo si lasci fare quel che gli pare). La faccenda del Fontego dei Tedeschi in questi giorni gli tiene alta la pressione: il progetto di ristrutturazione dell’antico edificio è, a norma delle leggi vigenti, del tutto impresentabile; le voci che si levano contro questa folle idea sono molte e importanti; la Soprintendenza sta procedendo con l’istruttoria ma già si sa che una parte delle autorizzazioni è di competenza non sua ma della Direzione regionale per i BBCC, la quale ha già dichiarato l’intenzione di rinviare il tutto al Ministero. Si sa che il progetto cambia di giorno in giorno, ma se sparisce la terrazza a vasca appare un pontile di 25 metri e Benetton minaccia ritorsioni contro chi osa e oserà metter bastoni fra le ruote.
Trasportato da achilliano furore contro Italia Nostra, rea di aver preso posizione dura non solo contro questo progetto ma più in generale contro la perversa filosofia che ne sta alla base, l’iracondo Orsoni ha espresso minacce di querela e con impagabile botta di classe ha lanciato anatema contro le contesse, o presunte tali, dalla visione passatista secondo cui Venezia dovrebbe rimanere ferma.
A prescindere dalla pochezza della considerazione e dalla ridicolaggine del recupero di quel vocabolo, passatista, che credevamo morto e sepolto con l’ultimo dei seguaci del futurista Marinetti, l’iracondo primo cittadino l’ha fatta, come si dice, fuori dal vaso. Alessandra Mottola Molfino, presidente di Italia Nostra e firmataria delle dichiarazioni dell’associazione, è illustre storica dell’arte e amministratrice di alta scuola, quindi assolutamente deputata a prender parola sull’affare con ampia cognizione di causa. Dotata di senso dello stile molto più rifinito di quello del sindaco, gli ha risposto con pacatezza e decisione, ribadendo principi che parrebbero di evidenza palmare ma sui quali, evidentemente, molti sono disposti a soprassedere in nome dei $$$. Ricondotto per il momento a più miti consigli, il sindaco ha fatto marcetta indietro ritirando anche lo spauracchio della querela: vedremo se la lezione gli sarà servita o se alla prossima occasione dimenticherà ancora una volta che prima di parlare è sempre bene contare fino a dieci.
Carnevale in tempo di crisi
20 febbraio 2012Si, il Gazzettino ci prova a raccontare la favola dell’orso dei 100.000 arrivi, della città paralizzata e dei treni in tilt. Basta farsi un giro per accorgersi che di gente ce n’è ben poca; anche i commenti dell’amico aficionado che ogni anno fedelissimo accorre con il baule dei nuovi costumi appositamente confezionati sono espliciti: non c’è un cane.
Sabato mattina guardavo la piazza da una finestra del Museo Correr (interessante la mostra sull’Armenia, in attesa di Klimt e la Secessione che aprirà a fine marzo): come l’anno scorso è stato costruito il palco a forma di teatro a palchetti con megaschermo e come l’anno scorso (della serie: facciamoci ancora del male, domani passeremo alle martellate sui denti) l’ingresso all’area sotto il palco è a pagamento. Diversamente dall’anno scorso, questa volta non c’è stata nessuna polemica ma come l’anno scorso anche questa volta nell’area a pagamento non ci entra nessuno. Guardavo dalla finestra questi quattro ballerini un po’ scalcagnati che cercavano di andare assieme e di giostrarsi un po’ maldestramente dei cappelli, davanti a un pubblico di non più di quindici persone e il tutto, come si dice qui, faceva un po’ miseria.
In compenso, pare che nella notte fra sabato e domenica i soliti balordi imbriaghi si siano scatenati in molti punti della città, da Santa Margherita a Rialto, facendo danni e casino per ore. Intanto sul Corriere di ieri Arrigo Cipriani invitava a ripensare dalle basi questo agonizzante carnevale e lanciava la proposta di una sospensione di cinque anni, per ripartire da zero su nuove basi.
Oggi, penultimo giorno, il tempo è nemico per i festeggianti: fra bora e pioggia battente c’è poco da portare in giro strascichi e mantelli. E domani, vivaddio, si chiude.
Massì, vendiamoci anche quello
16 febbraio 2012Chissà cosa doveva essere la facciata del Fontego dei Tedeschi quando era ancora ricoperta dagli affreschi di Giorgione e dei suoi allievi, fra i quali il giovane Tiziano. Gli ultimi brandelli furono staccati nel 1967 e si vedono oggi alla Ca’ d’Oro e all’Accademia, ma bisogna far volare parecchio la fantasia per intuire qualcosa da quei pochi lacerti di intonaco mangiati dal salso.
Per tutti noi che viviamo a Venezia almeno da un po’ d’anni, Fontego dei Tedeschi significa Poste Centrali di Rialto. Qui si veniva a fare i telegrammi, si pagavano i conti correnti anche il pomeriggio, si ritiravano pacchi e raccomandate. Gli sportelli erano tutt’intorno al portico del piano terra, che chiude il cortile quadrato coperto credo negli anni Trenta da un tetto trasparente. Il cortile è un ambiente metafisico, che sembra uscito da un quadro di De Chirico o dalla testa di un architetto razionalista. Invece è stato costruito nel primo decennio del Cinquecento.
[Questa foto l'ho trovata qui].
Nel 2008 il nuovo vero padrone di Venezia, la famiglia Benetton, si è comprato tutto. Le poste sono sloggiate in uno scomodissimo e sempre intasato ufficio a Piazzale Roma e dopo vaghi accenni sull’intenzione di trasformare il Fontego in albergo, Herr Benetton ha messo sul tavolo la carta vincente: Rem Koolhaas, archistar olandese, presenta a una recente Biennale Architettura un suo progetto di profonda trasformazione dell’edificio in megastore. Nella città dei bottegai cosa può mai diventare il nuovo acquisto dello zar dei bottegai? Negozi di vetri, finti artigiani e souvenir, vetrine sberluccicanti, una monumentale scala mobile piantata nel cortile (ma, dicono, sollevabile in caso di “eventi”) e mezzo tetto tirato via per realizzare una terrazza panoramica ad usum turistorum, con vista sul sottostante ponte di Rialto.
Grazie al cielo le proteste sono arrivate, e pesanti. Il sindaco e i suoi fanno un po’ i misteriosi e un po’ gli incazzini con chi osa obiettare, Benetton sgancia 6 poco chiari milioni di euro in cambio, scrivono i giornali, di un canale preferenziale che acceleri l’iter delle autorizzazioni. Evvai con le marchette.
Naturalmente si promettono spazi per la collettività e per iniziative culturali. Ci si dimentica, però, che lo stesso fu fatto quando si diede a Benetton l’intero isolato dell’ex Cinema San Marco: che fu sventrato e completamente trasformato secondo i bisogni del paròn, il quale ci mise dentro quale contentino per la città la Libreria Mondadori e lo spazio per mostre e convegni ad essa collegata. Sfrattata dopo pochi anni la libreria e chiuso lo spazio per mostre e convegni, siamo in attesa, dicono, di veder riaprire quegli spazi con la dorata insegna di Louis Vuitton. Succederà così anche al Fontego? Perché dovremmo pensare il contrario?
Nel frattempo le voci discordi su questa ennesima violenza stanno assumendo dimensioni importanti: mentre Salvatore Settis parla di “vista mozzafiato a scapito della legalità e della storia”, si svegliano anche i giornali stranieri. Così, notizia di oggi, pare che in vista delle probabili difficoltà coi pareri di Soprintendenza e Ministero Benetton e i suoi stiano pensando di fare un po’ di marcia indietro.
Forse non avremo la terrazza, quindi. Con questo, però, ho paura che lo stupro non sarà meno grave e che questa povera città farà qualche altro passo avanti verso la sua definitiva mercificazione e riduzione a insulso parco di divertimenti. Con buona pace di Benetton, di Orsoni e di tutti quelli che in nome del guadagno sono disposti a passare sopra tutto e tutti.
Vorìa ma no poso
10 febbraio 2012Questa è una cittaducola pretenziosa e provinciale. Si atteggia a umbilicus mundi, fa la metropolitana perché la dà via quotidianamente a frotte di turisti-polli attirati qui da tutti i continenti. Però è e resta un buco di bottegai, che si credono internazionali perché si inventano manifesti come questo e come molti altri della stessa serie che pubblicizza i musei comunali.
Si illudono di épater le bourgeois: ma che bisogno c’è dell’inglese in un manifesto come questo? Forse che a un inglese, americano, arabo saudita o tibetano non arriverebbe il messaggio senza quel ridicolo “visit”?
E forse chi legge l’altro manifesto qui sotto, capisce di più per il fatto che è scritto in inglese (e orrendo, almeno trovassero qualcuno che traduce decentemente questi slogan da quattro soldi)? Meglio che non capisca, visto che si tratta di un tentativo di scuse per la tassa di soggiorno imposta a tutti i turisti che pernottano in città. Lo splendor di Venezia è ormai un lontano e triste ricordo.
Vorìa ma no poso, dicono i veneziani per indicare l’atteggiarsi a ciò che non si è. Lasciassero perdere questi maldestri tentativi di provinciale eleganza: non è avvolgendo la mortadella in carta a fiori che si trasforma la bottega in boutique.
Il grande freddo
6 febbraio 2012Qualche immagine di questo freddo inverno senza neve. Il ghiaccio in Canal di Cannaregio e ancor più in Canal Grande è un’esperienza rara: a mia memoria è la prima volta che lo vedo. Non ci si cammina certo sopra come si racconta che succedesse nel ’29 (in Romagna: l’àn dé nivòn) ma è comunque uno strano spettacolo.














