E le chiamano navi

Nei giorni del terribile incidente dell’isola del Giglio sembrerebbe facile strumentalizzazione e terrorismo psicologico evocare anche per Venezia il fantasma della sciagura navale. Eppure non sono passati moltissimi anni dal giorno in cui centinaia di persone assistettero allibite alla folle manovra di una nave passeggeri che anziché raggiungere lo specchio d’acqua antistante la Stazione Marittima decise di fare inversione di marcia al centro del Bacino di San Marco. Successe il finimondo, poi si scoprì che sulle carte nautiche il Bacino era ancora identificato come possibile area di manovra, cosa che valeva certamente per i brigantini ottocenteschi ma non più per le navi di oggi.
L’isola del Giglio ci sta insegnando che gli incidenti non sono solo conseguenze del Fato o di umani e inevitabili errori, ma anche di colpevole stupidità e imperizia. E allora, è proprio così categoricamente impossibile che un mostro di questi piombi un giorno su San Giorgio Maggiore o sul Palazzo Ducale? Come ricorda Silvio Testa al termine di questo inquietante libretto, appena lo scorso giugno una nave turca è finita, per un’avaria, contro il cantiere del MoSe a Malamocco. Ma il peggio successe nel maggio 2004, quando una nave passeggeri tedesca da 200 metri, la Mona Lisa, causa la nebbia e un errore di manovra finì per incagliarsi davanti alla Riva degli Schiavoni. Anche allora parve a tutti che il colmo fosse stato raggiunto. Su tutti tuonò l’allora sindaco: E’ la goccia che fa traboccare il vaso: va impedito il passaggio di queste gigantesche navi da crociera nel tratto d’acqua tra Piazza San Marco e l’isola di San Giorgio Maggiore. Già, peccato che l’allora sindaco fosse lo stesso Paolo Costa che, divenuto presidente dell’Autorità portuale, ha recentemente dichiarato: Se ci sono dei residenti a cui non piacciono, ci sono anche due milioni di visitatori che le apprezzano. Come la Costa Concordia, anche l’ex e non rimpianto sindaco ha cambiato rotta.
Questo è il 12mo titolo della collana Occhi aperti su Venezia: 3 euro per 35 pagine dense di sconsolanti informazioni e di cifre agghiaccianti che delineano una storia fatta di avidità e di pressappochismi, di superficialità e di malafede. E’ un peccato che sia distribuito solo in città (ma assieme agli altri titoli della collana può anche essere acquistato qui, oppure su IBS): meriterebbe invece di essere tradotto e distribuito ovunque, perché tutto il mondo si renda conto di cosa si sta facendo di questa città.

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2 Risposte a “E le chiamano navi”

  1. mosco Dice:

    ma la libreria Filippi… come si chiama… Milion? ghe xe ancora? dime de si percarita’!

    comunque l’ho pensata e ripensata Venezia in questo frangente, e mi chiedo come sia possibile far passare ancora robi del genere in bacino!

    (ho una risposta da darti da un po’, fa nulla se la metto qui? :D abitavo vicino ai pugni fino al 2004. Poi ho perso una gara d’appalto e ho smesso di far su e giu’ per la valsugana. A momenti mi manca un sacco, a momenti ringrazio la sorte che mi risparmia di assistere all’agonia della citta’.)

    ah, buon anno dei maya ;)

  2. winckelmann Dice:

    Esiste ancora, esiste ancora la Libreria al Milion. Almeno quella… Pensa che mi ricordo ancora la vecchia sede, trenta anni fa. Stava al Sotoportego della Bissa, venendo da Campo San Bartolomeo. Speriamo che resista.
    Buon anno dei Maya anche a te :-)

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