Archivio per dicembre 2011

La verità del serpente

29 dicembre 2011

I tempi di Un delitto fatto in casa e de L’isola che brucia sembrano lontani. Come in tutti i gialli il morto c’è ma arriva a pagina 151; un racconto che potrebbe probabilmente occupare 15 pagine viene diluito in quasi trecento facciate di nulla, di anodine descrizioni, di conversazioni di agghiacciante banalità, di arredamenti eleganti, di giovani sempre biondi e bellissimi, di champagne sempre ghiacciati alla perfezione, di gay sempre ricchi e pieni di fascino, di signore di grande e aristocratica classe. Fra questi, come sempre, le consuete macchiette farinettiane: la cuoca-governante brontolona ma dispensatrice di squisiti manicaretti e la bellona tettona e volgarona, un po’ cretina ma simpatica.
La Venezia in cui il romanzo si svolge (principalmente in una villa al Lido, ovviamente bellissima e di squisito charme) è apparentemente descritta con maniacale e naturalistica attenzione al dettaglio, ma è altrettanto artificiale e finta di quella di Donna Leon: non basta girellare per le strade sconte di Castello e appuntarsi nomi di calli e di bàcari per ritenere di dare un’immagine “vera” della città, lontana dagli stereotipi del turismo. Men che meno è, questa, un’immagine “letteraria”; piuttosto un elegante, dettagliato e sempre troppo dimostrativo fondalino alle poco credibili avventure di questa manica di pupazzetti, ritagliati nel cartone ma vestiti da Burberry e Chanel.
Poca sostanza diluita in una sconfortante sovrabbondanza di parole inutili. Mi dispiace, proprio un brutto libro.

Ognuno muore solo

28 dicembre 2011

Alla fine del 1946 Hans Fallada (pronuncia: Fàllada), scrittore tedesco pesantemente segnato da una vita tormentata, riceve uno smilzo fascicolo di carte che documentano il processo che pochi anni prima ha condotto alla decapitazione una coppia di coniugi berlinesi, accusati di alto tradimento per aver disseminato in città oltre duecento cartoline postali che con frasi a volte sconclusionate inneggiavano alla ribellione contro il nazismo. Fallada ne ricava immediatamente un articolo da pubblicare sulla rivista della Lega per il rinnovamento democratico della Germania e, in poche settimane, questo monumentale romanzo, che prende spunto dalle vicende storiche per organizzare in quattro parti e settantadue capitoli un gigantesco affresco in cui si intrecciano le vicende di decine di personaggi. Distrutto dalla droga e dall’alcol, Fallada muore a 54 anni nel febbraio 1947, poche settimane prima dell’uscita del libro e non ne vive il clamoroso successo.
Nella Berlino di Hitler e Goebbels, l’accusa di tradimento è all’ordine del giorno: la Gestapo lavora incessantemente per tenere la popolazione sotto la costante minaccia degli interrogatori, delle torture, delle temutissime carceri e degli internamenti nei campi di concentramento di chiunque possa essere anche lontanamente sospettato della più innocua attività “antipatriottica”. Ovunque si nascondono delatori, spie, informatori disposti a cogliere il minimo indizio da comunicare alla polizia; ciascuno si sente sorvegliato, controllato, giorno e notte esposto al rischio di essere denunciato da un vicino o da un conoscente, e di essere ingoiato da una delle terribili carceri dalle quali quasi mai nessuno esce. Eppure, incredibilmente, anche in questo mondo da incubo c’è chi resiste; sono iniziative di singoli che non diventano movimento di massa ma sono segni che nemmeno la dittatura più violenta riesce a spegnere tutte le coscienze.
La vicenda di Otto e Anna Quangel con le loro sgrammaticate cartoline si intreccia a quelle di tanti altri personaggi: la postina che restituisce la tessera del partito quando scopre gli orrori commessi dal figlio SS in Polonia, l’anziano consigliere di tribunale che cerca di mettere in salvo la vecchia ebrea, la famiglia di nazisti che spadroneggia nel palazzo, i due mezzi delinquenti che vivono di piccoli espedienti, truffe e denunce, i poliziotti che indagano, i parenti coinvolti nelle ricerche. E poi Berlino, tetra metropoli dalle atmosfere soffocanti, formicaio dominato dalla paura, città brulicante di vita colta all’inizio della sua devastante distruzione.
Avvincente ma durissimo, sicuramente una delle esperienze di lettura più importanti degli ultimi anni.

Colpi bassi

27 dicembre 2011

Passare una mezza giornata con i vecchi compagni di liceo, alcuni non più visti da tempo immemorabile, e rendersi conto che i loro figli sono già più vecchi di come eravamo noi quando, maturati, laureati e spesso anche già sposati, ci siamo persi di vista.
Hai un bel sentirti dire che non sei cambiato; sono colpi bassi duri da assorbire.

Il giorno del giudizio

24 dicembre 2011

La passeggiata della domenica mattina ha come meta principale l’edicola e il domenicale del Sole 24 ore. I libretti di racconti che dal maggio scorso sono allegati ad ogni numero (dovevano essere 20 uscite ma il numero è stato abbondantemente superato) si ammucchiano in soggiorno perché la loro lettura procede parecchio più lentamente del ritmo dei nuovi arrivi. Però procede, ovviamente in rigoroso ordine di uscita. Mano a mano che li leggo, decido se conservarli o meno. Naturalmente non butto nulla, mi limito a dimenticare in giro quelli che non mi interessano. A qualcuno potranno sicuramente fare piacere.
Il materiale è il pù vario e l’esperienza nel complesso piacevole e interessante: mi ha confermato che io ed Hemingway proprio non abbiamo niente da dirci, mi ha portato a rileggere Kafka e Gogol, mi ha fatto conoscere bellissimi racconti di Somerset Maugham e John Fante e anche, purtroppo, inutili quisquilie come Il seno di Joseph Philip (mannaggia alla mia testa) Roth.
La vera scoperta, però, è stata Flannery O’Connor. Nata nel 1925 e morta giovanissima nel ’64 ha scritto due romanzi e soprattutto racconti. I quattro raccolti in questo volumetto sono semplicemente bellissimi e sono stati sufficienti non solo a provarmi il talento superiore di una vera grande scrittrice, ma a farmi venire la voglia di recuperare la raccolta completa, pubblicata in Italia da Bompiani. Cosa che farò sicuramente, è in testa nella lista dei propositi letterari per il 2012.

Due soldini fan sempre bene

15 dicembre 2011

Dopo il marchettone, col Natale arriva la marchettina. Piccolina, giusto per tirar su i soldini della bolletta. Prima almeno la buona notizia: dopo tre anni e tre mesi di fantomatici lavori di restauro sui quali non siamo stati degnati di alcuna delucidazione, l’osceno castello pubblicitario che per far soldi ha sfigurato uno dei luoghi monumentali più famosi della terra è stato finalmente tolto. Mezzo mondo ha protestato, mille giornali ne hanno parlato ma questa schifezza ci siamo tenuti fino a che le madame dorè che ci amministrano hanno voluto. Vedremo adesso quale altro sistema troveranno per dragar moneta. Nel frattempo, godiamoci finalmente il povero Ponte dei sospiri nudo e crudo, come per secoli generazioni più fortunate della nostra l’hanno visto.

E adesso la marchettina, proprio a pochi metri dal luogo della triennale marchettona. Nella piazzetta dei Leoni, sul fianco della Basilica di San Marco e proprio davanti al Palazzo Patriarcale, da parecchi anni sotto Natale si allestisce il presepe. Mai stato niente di che, bisogna dirlo, però è anche vero che il luogo, le architetture e per chi ci crede l’importanza religiosa degli edifici che circondano la piazza conferiscono alla sacra tradizione un’aura non indifferente.
Bene, io probabilmente vivo ormai su un altro pianeta e trasecolo per cose che appaiono assolutamente normali, quando non auspicabili e divertenti, al resto dell’umanità. Però passare davanti alla capanna e fare un salto come se avessi visto Montserrat Caballé in bikini è stato ieri tutt’uno. Perché il presepe di quest’anno è codesto:

Non c’entra che io le ceramiche Thun le ho sempre odiate e le trovo orrende. E’ l’idea che conta, il fatto di vendersi perfino il presepe per trasformarlo in occasione pubblicitaria. Più ci penso e più mi fa rabbrividire. Mentre invece mi fa ridere di pena il patetico baracchino addossato al muro in fondo alla piazza, una bottega volante della ditta sponsorizzatrice che spera così di sfruttare l’incontenibile entusiasmo delle sciure di passaggio, travolte da cotanta bellezza e dalla fregola di possedere anch’esse immantinente un analogo presepietto con boccucce a culo di gallina. Più piccolo, sicuramente, ma costoso come bisquit di Capodimonte del 1806.

Evidentemente i grafici sono tutti giovani

14 dicembre 2011

E non hanno problemi di vista, tanto meno di presbiopia. Questo pensavo questa sera a lezione, tentando di decrittare un grazioso libretto di un prestigioso editore (Hoepli), scritto a caratteri finissimi e grigi su una pagina appena grigetta e con le note a piè di pagina scritte nello stesso carattere ma in versione narrow, alternato a parole in grassetto blu.
Evidentemente chi concepisce queste eleganti scemenze ha gli occhi di una lince ed è convinto che per il resto dell’umanità sia lo stesso. Io auguro loro di arrivare presto, come me e milioni di altre persone, a rendersi conto di cosa si prova a non leggere più un’etichetta o a riuscire, occhiali o non occhiali, a decifrare il domenicale del Sole 24 Ore soltanto mettendosi vicini alla finestra dalle 12 alle 14, perché alla luce artificiale il testo grigio su fondo rosa diventa un indistinto pastone tipografico.
Spero che ci arrivino presto anche loro, a lottare con le lenti progressive e a sentirsi handicappati per colpa di scemenze del genere. Magari dopo lo faranno anche, un po’ di mea culpa.

I forzati del regalo

8 dicembre 2011

Lo dico coram populo: di questo stress dei regali di Natale mi sono rotto e quindi da quest’anno basta. La crisi non c’entra, c’entra che non ne posso più di questa ansia, di questo impegno dettato unicamente dal condizionamento che la società dei consumi ci impone. E’ così bello fare un regalo quando ne hai voglia, quando trovi la cosa giusta, quando c’è una ragione qualunque che ti spinge a farlo. Ma doversi mettere per forza, perché ti scende il comando dal cielo, a rodersi il cervello per trovare un modo appropriato di soddisfare la mamma i fratelli i nipoti gli amici e i conoscenti fino al quinto livello, questo no.
Un regalo dovrebbe essere un segno di affetto, una piacevole consuetudine libera da ogni affanno o timore. E invece mi vedo, anche nei casi più semplici, passare mezzi pomeriggi a guardare sconsolato vetrine cui non dedicherei normalmente la minima attenzione e spremermi le meningi sotto la pressione dell’inespressa ma incombente paura di sbagliare. E più Natale si avvicina più la frenesia cresce, come cresce il fastidio per questo apparato di vetrine luccicanti, di grandi magazzini, di pubblicità. Un sistema del tutto al di fuori del nostro controllo, che ci trasforma in ubbidienti soldatini pronti a buttar via tempo, soldi e tranquillità in scemenze di cui nessuno ha bisogno. Basta basta, le cose importanti sono altrove. Invece che buttarli in questi regali forzati, meglio dare gli stessi soldi a qualcuno che ne ha veramente bisogno. Negli altri undici mesi dell’anno ci sono mille occasioni per fare un regalo vero e sincero a chi vogliamo farlo. Che bisogno c’è di diventar matti proprio adesso, rovinandosi questo delizioso piacere?

La vita è come un film

6 dicembre 2011

Capita abbastanza spesso, girando per Venezia, di trovarsi in mezzo a un set cinematografico. La prima volta vidi girare davanti ai Frari una scena di un film con Nino Manfredi e Eleonora Giorgi: cercavano anche comparse ma ero di corsa e non potei fermarmi.  Per qualche motivo dovetti dire di no anche a Il paziente inglese: servivano centinaia di persone che riempissero il salone del Des Bains in una scena di ballo. Davanti sarebbero stati quelli che sapevano ballare il fox-trot, dietro tutti gli altri che dovevano fare piccoli saltelli a tempo con la musica. Io potevo andare con questi, ma non se ne fece niente. Per Le ali della colomba ha lavorato mezza Venezia; all’anteprima all’arena in campo San Polo era tutto un “ara Bepi!”, “ma queo xe Toni?”, “ciò, che figo che ti xe!” e così via. Nessuno ha mai saputo che fine abbia fatto una colossale produzione americana in costume, che anni fa trasformò in gentiluomini del Cinquecento con spada e gorgiera almeno quattro miei conoscenti, e che non si è mai vista al cinema. Gli americani ne hanno combinate di tutti i colori: hanno scatenato un casino, credo per un James Bond, facendo andare all’impazzata un motoscafo in un canale interno e per il Casanova della Disney ho visto far correre una carrozza coi cavalli in campo dell’Angelo Raffaele.
Periodicamente arrivano i tedeschi che girano qualche puntata della serie televisiva del Commissario Brunetti, famosissima all’estero e ignota in Italia. Pare che Donna Leon, che scrive i romanzi ambientati a Venezia e qui vive, ponga il veto alla traduzione italiana dei suoi libri, che sono un concentrato dei più banali luoghi comuni sull’Italia. Un set colossale che ha invaso la città per settimane è stato quello di The tourist, l’altr’anno. Letteralmente invaso: sono state addirittura rifatte, naturalmente a spese della produzione, tutte le tende del mercato di Rialto per averle al giusto punto di bianco e per qualche notte tutta piazza San Marco è stata illuminata a giorno perché gli edifici fossero visibili al di là di una finestra di una stanza alla Giudecca dove si girava una scena.
L’altra sera mi sono trovato, in campo San Giovanni e Paolo, in pieno Ottocento: donne in crinolina e gentiluomini in cappello a cilindro aspettavano a gruppi il ciak mentre ai piedi del ponte un giovane signore in tuba e bastone da passeggio chiacchierava amabilmente in inglese circondato da decine di ragazzine estasiate che lo riprendevano coi telefonini. Presumo che fosse il protagonista e che sia parecchio famoso, anche se non abbastanza da essere riconosciuto da me. Ma, si sa, io comincio ad avere qualche difficoltà già con la generazione successiva a quella di Gregory Peck.

PS: apprendo dal Gazzettino di oggi che il film in questione dovrebbe intitolarsi Effie e narra della vita di John Ruskin. Protagonista femminile è Emma Thompson, che purtroppo non ho incontrato. Del protagonista maschile, che immagino sia quello che suscitava gli entusiasmi delle fanciulle telefonomunite, non si faceva parola, quindi resto nell’ignoranza.


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